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Alluvione Emilia Romagna 2023

Alluvione Emilia Romagna, sfollati alle prese con la burocrazia: le storie di chi è ancora fuori casa

A 12 mesi dall’alluvione in Emilia-Romagna, sono ancora tante le persone che non sono potute rientrare a casa. Stefania, a Faenza, da inizio maggio 2023 vive con la famiglia in un ex convento. A Forlì Alessandra non può chiedere i rimborsi per rimettere a posto abitazione e piadineria perché tutto è intestato al padre, deceduto lo scorso settembre.
A cura di Beppe Facchini
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Mi sento arrabbiata e abbandonata da tutti”. Alessandra Vitali ha aperto una piadineria con la sorella in viale Bologna, a Forlì, diciotto anni fa. E oggi per lei, guardare le condizioni in cui quell'attività così ben avviata si ritrova da dodici mesi esatti, è un dolore enorme.

La sua piadineria, infatti, si trova in una delle zone maggiormente colpite dalla terribile alluvione che ha devastato gran parte dell'Emilia-Romagna a maggio 2023, e da quel momento non ha più riaperto.

Dopo aver liberato i locali dal fango, anche grazie ai tanti volontari che in quelle settimane non hanno mai smesso di spalare al fianco di chi ne aveva bisogno, l'iter per ottenere i rimborsi previsti Alessandra non lo hai mai potuto far partire. E nemmeno quelli per rimettere a posto la propria abitazione, a pochi metri dall'attività. Il motivo? Piadineria e abitazione sono intestati a suo padre, scomparso lo scorso mese di settembre.

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“Per il momento non abbiamo fatto ancora nulla, perché per prima cosa stiamo provvedendo con la successione, poi dopo agiremo per vie legali” racconta la donna a Fanpage.it. La sua è una delle tante storie che, per ragioni diverse ma comunque in larghissima parte legate dal filo rosso della burocrazia e delle sue insidie, riguardano centinaia se non migliaia di emiliano-romagnoli ancora fuori di casa, a un anno dall'alluvione.

I danni in casa sono inestimabili e nessuno ce li paga” continua Alessandra, mostrando gli effetti del fango ancora dentro casa e fuori, nel cortile. L'abitazione è inagibile e così, insieme a marito e due figli minori, da mesi è costretta anche a pagare l'affitto per un appartamento dall'altra parte della città, mentre per quanto riguarda l'area cortilizia “con l'ingegnere siamo riusciti a liberarla dall'inagibilità, ma c'è un altro problema. Abbiamo avuto la possibilità di togliere il fango e pulire -spiega- però adesso il suo smaltimento è a pagamento. Da un preventivo che abbiamo fatto è emerso che ci vogliono 15 camion e per ogni camion bisogna fare delle analisi dei materiali: il costo è di 300 euro a camion”.

Subito dopo la fase d'emergenza, questa procedura era gratuita, ma fra inagibilità, burocrazia e perdita del padre, i tempi per Alessandra e la sua famiglia si sono dilatati, ritrovandosi oggi in questa condizione.

“Abbiamo diritto anche noi ad essere risarciti, anche se non al cento per cento” aggiunge la donna, che riferendosi ai lavori effettuati invece nella piadinera, di tasca propria, assicura: “Finora abbiamo speso già 130mila euro. Era tutto distrutto, abbiamo dovuto ricominciare da pavimenti, rivestimenti, impianti. E senza alcun ristoro. Tutti pensano e credono che siamo stati tutti risarciti, invece non è arrivato nulla. Provo tanta rabbia” conclude Alessandra.

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A Faenza, Stefania Castiglia non si dice dello stesso stato d'animo, non perde mai il sorriso, eppure lo sconforto e la stanchezza per una situazione che da dodici mesi è rimasta sempre uguale, sono gli stessi.

Dalla sua casa in via d'Azeglio, a poche decine di metri dal fiume Lamone, Stefania, insieme alla figlia adolescente, al marito e ai suoi amati animali domestici, è dovuta andare via già da inizio maggio 2023. E cioè da quando, fra il giorno 2 e 3 del mese, la prima ondata di maltempo si era già abbattuta su alcune zone della Romagna, costringendo diverse famiglie a lasciare le proprie abitazioni. La loro era piena d'acqua nel piano terra.

“La nostra idea era quindi quella di rientrare il giovedì 18” racconta. E invece no. Accolti insieme a diverse altre persone nell'ex convento di Santa Chiara, sempre a Faenza, la famiglia di Stefania (salvata coi gommoni e alle prese con il lutto di uno dei loro gatti salutato per sempre) è rimasta praticamente bloccata nella struttura ecclesiastica, da qualche anno già in disuso, a causa della seconda ondata di piogge ed esondazioni, quella più impressionante, dal 15 maggio in poi. “Qui c'era modo di viverci due o tre giorni, non un anno -continua-. Per cui lo abbiamo rimesso a posto”. La diocesi, nel frattempo, ha concesso in comodato d'uso al Comune di Faenza.

Una delibera di dicembre scorso, però, dice che questa e le altre strutture messe a disposizione per l'accoglienza temporanea di chi è rimasto fuori casa è in scadenza ed entro il mese di agosto bisogna liberarla. Si vocifera per un progetto di co-housing. E a chi per mesi ci è rimasto dentro, viene chiesto inoltre di produrre tutta una serie di documentazione, Isee compreso, per valutare un'altra sistemazione da mettere a disposizione nel raggio di cinquanta chilometri.

Stefania, però, con l'allagamento della casa ha perso tutto, comprese le varie scartoffie che servono in casi del genere. E il tempo di occuparsi anche di questo è insufficiente. Morale: insieme al marito, che nel frattempo ha ceduto la sua attività di rivendita di frutta e verdura ben avviata, ma così danneggiata da richiedere sforzi economici esagerati per essere rimessa a nuovo, sta cercando di sistemare di nuovo casa nel più breve tempo possibile.

I danni, spiega la donna, di origine romana, superano i 90mila euro. E i rimborsi previsti (che escludono i beni mobili) non sono sufficienti. “Dovevamo scegliere se portare avanti l'attività o continuare a dare un tetto a nostra figlia -dice ancora Stefania-. Un giorno ha detto di essere disposta a rinunciare all'università, il suo sogno, pur di consentirci di rimettere tutto a posto. È stato in quel momento che abbiamo deciso di concentrare le nostre forze sulla casa”.

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L'aiuto di tante realtà di volontariato e associazioni varie in campo per i più colpiti dall'alluvione nel faentino è stato fondamentale per recuperare tutto il necessario sia per la vita in convento (dove però “siamo accampati”) sia per buona parte del nuovo mobilio in casa.

Ma la frustrazione e anche la stanchezza dopo un anno in certe condizioni, si fanno sentire eccome. “Stiamo facendo tutto di tasca nostra -prosegue- anche perché è la legge che lo prevede. Noi per essere rimborsati dei famosi 20mila euro tramite Sfinge (la piattaforma creata per i ristori, ndr) dobbiamo prima tirarli fuori”.

E comunque si tratterebbe di una cifra insufficiente per coprire le spese, assicura. I primi cinquemila euro stanziati subito per ogni famiglia, come intervento immediato di sostegno, tramite ordinanza di giugno 2023, sono arrivati. Ma anche quelli, alla fine, hanno potuto garantire ben pochi interventi.

“Fra l'altro noi non abbiamo neanche la garanzia che non succeda più niente -conclude-. Infatti al piano di sotto abbiamo messo mobili usati così se dovessero arrivare anche solo 10 centimetri di acqua, butteremmo cose che non abbiamo comprato. Com'è successo una volta, può ricapitare”.

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