Alice, 24 anni: “Ho sintomi al seno e tre tumori in famiglia ma il primo esame disponibile è nel 2028”
Hai bisogno di una visita medica o di un esame importante, ma il sistema sanitario ti dà appuntamento a distanza di mesi o addirittura anni? Sei stato costretto a pagare strutture private per non aspettare o hai dovuto rinunciare a curarti? Raccontaci la tua storia, scrivi a segnalazioni@fanpage.it per inviare la tua testimonianza o compila questo form.
"Mia nonna materna e due mie zie hanno avuto un tumore al seno. Anche io ho dei sintomi preoccupanti, ma la prima ecografia disponibile in una struttura sanitaria pubblica è solo nel 2028. Quando si parla di prevenzione e di possibili problemi di salute, soprattutto in presenza di una familiarità importante, aspettare anni mi sembra davvero difficile da accettare". A parlare, intervistata da Fanpage.it, è Alice, una ragazza genovese di 24 anni, una delle tante persone che in Italia devono constatare che il diritto alla salute si è ormai trasformato in un lusso riservato a chi può permettersi di metter mano al portafogli. E chi non può, semplicemente, spera di non ammalarsi.
"Ho 24 anni – racconta Alice – e, quando ne avevo circa 18, la ginecologa aveva notato quattro cisti al seno. Giustamente, vista anche la storia clinica della mia famiglia – mia nonna materna e due mie zie hanno avuto un tumore al seno – mi aveva consigliato di fare controlli annuali, proprio per monitorare la situazione ed eventualmente intervenire tempestivamente se ci fossero stati cambiamenti".
Negli ultimi tempi, però, il quadro si complica e il corpo lancia dei segnali che non possono essere ignorati. "Le cisti, o comunque il fatto di sentire delle ‘palline' all’interno del seno, sono uno dei motivi per cui è importante fare controlli", spiega Alice. "A questo, nel mio caso, si aggiungono dolore, soprattutto al tatto, e quella sensazione di seno ‘granuloso', sintomi che avverto principalmente proprio in prossimità delle cisti".
Preoccupata, Alice si rivolge al suo medico curante, il quale decide di prescrivere degli accertamenti. E qui inizia la trafila burocratica che milioni di italiani conoscono a memoria. "Ho seguito la procedura prevista dal Servizio Sanitario Nazionale: visita dal medico, ricetta e prenotazione tramite il sistema sanitario". La doccia fredda arriva al momento di visualizzare la data disponibile sul portale del Centro Unico di Prenotazione. "Il risultato? La prima disponibilità per effettuare l'esame è febbraio 2028″.
Un anno e mezzo di attesa per un esame diagnostico fondamentale. "Vi mostro lo screenshot della prenotazione. La cosa che mi lascia più amareggiata è che continuiamo a sentir parlare di prevenzione e dell'importanza di non sottovalutare determinati sintomi. Ma come si può fare prevenzione se, dopo aver ricevuto una prescrizione medica, il sistema sanitario pubblico ti mette davanti a un'attesa di oltre un anno?".
Il tempo in oncologia: una variabile salvavita
La rabbia di Alice è pienamente motivata. In ambito oncologico e senologico, il tempo non è un fattore marginale ma è il principale alleato per la sopravvivenza. Le linee guida mediche per la prevenzione del carcinoma mammario indicano chiaramente che, in presenza di una familiarità marcata (in questo caso madre, nonna o zie colpite dalla malattia), i protocolli di screening devono essere non solo rigorosi, ma tempestivi. Il dolore localizzato, l'ispessimento dei tessuti e la percezione tattile alterata in corrispondenza di cisti pregresse sono campanelli d'allarme clinici che non possono essere ignorati. Per questo rispondere a un quadro sintomatico di questo tipo offrendo un appuntamento al 2028 significa compromettere ogni concetto di diagnosi precoce, costringendo il paziente a convivere con il terrore di avere un tumore.
L'alternativa: rivlgersi a un centro diagnostico privato
Davanti al muro invalicabile delle liste d'attesa pubbliche, il sistema offre una sola via d'uscita: pagare. "L'alternativa è rivolgersi al privato, dove lo stesso esame può essere effettuato in tempi molto più brevi, anche nel giro di pochi giorni, pagando circa 70 euro", prosegue Alice.
Settanta euro. Una cifra che, sulla carta o per i decisori politici, potrebbe apparire modesta. Ma che nell'economia reale, schiacciata dall'inflazione e dal caro vita, è tutt'altro che banale. "Settanta euro non sono necessariamente una cifra che tutti possono permettersi", aggiunge la 24enne genovese. "Io lavoro, pago le tasse e verso i contributi. Ho un affitto, le bollette, la spesa e tutte le normali spese della vita quotidiana. In questo momento cerco persino di limitare l'utilizzo dell'auto perché il costo della benzina è diventato un problema".
Alice è una commessa; suo marito, 25 anni, è un operaio. "Noi abbiamo due stipendi normalissimi, lavoriamo entrambi e vorremmo anche poterci godere un po’ la vita, come è normale che sia alla nostra età. Ogni mese, ci ritroviamo a dover ‘tirare la cinghia' per riuscire ad arrivare a fine mese". L'esempio pratico che fornisce restituisce la misura esatta dell'emergenza sociale: "Ieri sera io e mio marito siamo andati a fare la spesa, comprando solo le cose essenziali. Abbiamo speso 115 euro. A tutto questo si aggiunge una cosa che, sinceramente, trovo assurda: per togliermi la preoccupazione e controllare che questi sintomi non siano legati a qualcosa di più serio, dovrei affrontare una visita privata da 70 euro. Soldi che vanno comunque messi in conto e che si aggiungono a tutte le altre spese del mese".
Quello che attanaglia Alice è lo stesso dilemma di milioni di famiglie in tutta Italia: "È davvero normale che una persona giovane, con una familiarità importante per il tumore al seno e con dei sintomi che meritano di essere controllati, debba trovarsi davanti alla scelta tra spendere soldi che non ha previsto oppure aspettare anni per una visita attraverso l'Asl? Perché io dovrei aspettare fino al 2028? Mi sembra assurdo".
"E allora mi chiedo: chi non può permettersi di pagare privatamente cosa dovrebbe fare? Aspettare e sperare che quei sintomi non siano il segnale di una malattia grave? Sono arrabbiata, ma soprattutto sono delusa. Perché una lista d'attesa non è semplicemente una data su uno schermo: dietro quella data c'è una persona che può essere preoccupata per la propria salute. La prevenzione dovrebbe essere un diritto, non un privilegio".
I numeri della sanità italiana
La rabbia di Alice non è un caso isolato, ma il sintomo di un Paese in profonda sofferenza sanitaria. Un quadro certificato in tutta la sua gravità dalla Fondazione Gimbe, che ormai da anni monitora lo smantellamento progressivo del nostro stato sociale.
Già circa un mese fa, analizzando lo scenario in vista della nuova legge di bilancio, la Fondazione aveva tracciato prospettive drammatiche: nel 2025 la spesa sanitaria scenderà al 6,2% del Pil. Con questi numeri, l'Italia si conferma nuovamente l'ultima tra i Paesi del G7. Il nostro Paese risulta sceso alla 15esima posizione in Europa. La ricaduta sociale di questo definanziamento è terrificante: a causa di liste d'attesa infinite e costi proibitivi nel settore privato, ben 5,8 milioni di italiani sono arrivati a rinunciare alle cure.
A confermare e aggravare questo scenario è intervenuto ieri il 9° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale della Fondazione Gimbe, presentato alla Camera dei Deputati. Il documento lancia un monito pesantissimo: l'effettiva esigibilità della tutela della salute è sempre più condizionata dalle condizioni economiche. Come sottolineato dal presidente di Gimbe Nino Cartabellotta, "oggi chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a visite ed esami". Nel periodo tra il 2023 e il 2026, il SSN ha subito ben 18,8 miliardi di euro di "tagli invisibili", intesi come minori risorse rispetto a quelle che la sanità avrebbe incassato se il rapporto spesa/Pil fosse rimasto fermo ai livelli del 2022.
E il futuro non promette niente di buono: per il triennio 2027-2029 il divario cumulativo tra previsioni di spesa e risorse ammonta a 32,3 miliardi di euro, un buco che inevitabilmente ricadrà su Regioni e cittadini se non arriveranno nuovi stanziamenti.