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L’imprendibile Moretti, dal sequestro Moro all’ultimo processo: l’ascesa e la fine nelle Brigate Rosse – EP4

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Al termine del terzo episodio di L’ultimo processo alle Brigate Rosse avevamo lasciato la Corte d'Assise di Alessandria con le richieste dei pm nei confronti di Renato Curcio, Mario Moretti e Lauro Azzolini, imputati per l'omicidio dell'appuntato Giovanni D'Alfonso. La richiesta per i due ex del nucleo storico è stata l'ergastolo, mentre per l'ex brigatista reggiano, che aveva ammesso la sua presenza alla Spiotta, l'accusa ha chiesto 21 anni con il riconoscimento delle attenuanti generiche. Vi abbiamo già raccontato le storie di Curcio e Azzolini, le loro origini e i ruoli nelle Brigate Rosse, ma Mario Moretti chi è?

L'imprendibile Moretti

Nato a Porto San Giorgio nel 1946, dopo le scuole medie e il diploma da perito, Moretti si trasferisce a Milano nel 1966, grazie all'interessamento della marchesa Casati Stampa. La zia di Moretti è portiera in uno stabile della nobildonna che con una lettera di raccomandazione facilita l'inserimento di Moretti a Milano, dove trova lavoro alla Sit-Siemens come tecnico.

È lì che comincia la sua politicizzazione: durante uno sciopero improvvisato vede gli operai bloccare tutto e convocare un’assemblea. Sono anni di grande conflitto sociale e delle organizzazioni di base, estranee alla guida dei sindacati. Alla Sit-Siemens, Moretti dà vita al Gruppo di studio operai-impiegati. Esperienze analoghe si sviluppano in altre aziende milanesi e confluiscono, intorno al 1969, nel Collettivo politico metropolitano, dove ci sono, tra gli altri, Renato Curio, Margherita Cagol e Alberto Franceschini.

Il gruppo del Cpm e le sue successive mutazioni danno vita alle Brigate Rosse. In un primo momento Moretti non ne prende parte ma riallaccia i contatti nel 1971 quando le Br sono già nella fase della "propaganda armata", con gli incendi alle auto dei dirigenti. L'ex tecnico della Sit-Siemens partecipa ad alcune rapine di autofinanziamento e poi, primo salto di qualità, al sequestro lampo, nel marzo del 1972, di Idalgo Macchiarini dirigente proprio alla Sit-Siemens. Macchiarini viene fotografato con un cartello al collo, "Niente resterà impunito, colpiscine 1 per educarne 100" è il proclama minaccioso delle nascenti Br, mentre una pistola gli preme sulla guancia destra.

Gli anni successivi sono quelli della clandestinità e dello sviluppo delle Br, che hanno messo radici a Torino, città della Fiat, e in Veneto. Tra aprile e giugno 1974 arrivano il primo sequestro di un magistrato, Mario Sossi a Genova, e il primo duplice omicidio nella sede del Movimento sociale italiano a Padova.

Nel biennio 1975-76 le Brigate Rosse cambiano pelle: c'è la tragedia della Spiotta, dove muore la fondatrice Mara Cagol, e il secondo arresto di Renato Curcio, all'inizio del '76 nella base di via Maderno a Milano. Quando due mesi dopo viene arrestato Giorgio Semeria, Mario Moretti resta l'unico brigatista del nucleo storico ancora in libertà.

Ridotti nei numeri ma più decisi, la riorganizzazione delle Br avviene sotto la guida di Moretti e porta al primo omicidio politico, quello di Francesco Coco, procuratore generale di Genova che due anni prima si era opposto alla scarcerazione del gruppo XXII ottobre durante il sequestro Sossi.

L'omicidio di Coco e della sua scorta avviene a quasi un anno esatto dalla Spiotta. Per Paolo Persichetti, storico e blogger, "La Spiotta e l'esecuzione della Cagol segnano profondamente l'organizzazione. Decidono che bisognava alzare il tiro. Probabilmente se la vicenda del sequestro Gancia fosse andata diversamente non è detto che si sarebbe arrivati all'uccisione di Coco, probabilmente il percorso sarebbe stato più lungo o non ci sarebbe stato proprio. La scelta però è unanime," spiega Persichetti, ribaltando la vulgata di Moretti militarista: "La fase militarista era insita, ma ci si arriva per una serie di cose che accadano, e soprattutto era condivisa. La distinzione tra le Br buone e le Br cattive di Moretti è stata una lettura strumentale e tendenziosa".

Nel 1976 le Br si strutturano a Roma, facendo il pieno di militanti usciti da Potere Operaio: già l'anno prima Moretti è a Roma per progettare un sequestro politico che viene messo in pausa. Le Br programmano da tempo un sequestro destinato a fare da cassa di risonanza. Già Alberto Franceschini aveva provato a pedinare Giulio Andreotti.

Poi nel 1977 quando il governo italiano istituisce le carceri speciali, spostando i detenuti "politici" che avevano organizzato le rivolte in alcuni penitenziari, le Brigate Rosse decidono di attaccare.

L'omicidio Palma

Solo un mese prima del sequestro Moro, a Roma le Br uccidono Riccardo Palma, magistrato 62enne a capo della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena: amministra i fondi per l'edilizia carceraria. Ma per le Br è il simbolo dello Stato repressivo. La mattina del 14 febbraio 1978, Palma sta entrando in macchina quando due brigatisti gli si avvicinano. Uno ha la pistola in mano ma esita. Non spara. Interviene il compagno di copertura, Prospero Gallinari, che uccide Palma con una raffica di 17 colpi. Il brigatista che non è riuscito a sparare si chiama Raimondo Etro:

"Gallinari ha visto che stavo con la pistola in mano e ha sparato lui. Le vivi talmente in frette quelle situazioni che non ti rendi conto. Ci siamo allontanati, la cosa importante era non essere identificati. Mentre andavo via ho avuto questo pensiero, è fatta. Ho vissuto questa cosa come un passaggio dal quale non si torna indietro. Questa immagine sono 40 anni e passa che me la vedo".

Raimondo Etro oggi/ foto di Giancristofaro
Raimondo Etro oggi/ foto di Giancristofaro

Ho incontrato Etro a dicembre del 2025 a Roma. Ha militato nelle Br come irregolare: dopo il liceo, passando prima per l'autonomia romana – dove ha conosciuto Alessio Casimirri e Rita Algranati, poi parte del commando brigatista di via Fani – è entrato nella colonna romana.

Casimirri è poi sfuggito alla giustizia italiana, riparando nel 1983 in Nicaragua ed è tornato di recente al centro delle polemiche tra l'Italia e il Paese centroamericano che ha dato rifugio all'ex brigatista.

L'educazione politica di Etro rispecchia quella di tanti suoi coetanei, risucchiati dalla politica: scopre il marxismo-leninismo non ancora quindicenne, per brevi periodi va a Milano dove c'è una sede di "Servire il popolo". La prima volta che finisce in questura dopo una manifestazione è il più giovane dei fermati.

Nel 1977 conosce Prospero Gallinari, da poco evaso dal carcere di Treviso. Gallinari guida il "Fronte della controrivoluzione", struttura brigatista che prepara gli attacchi agli apparati dello stato: "Lo vidi come se avessi incontrato Lenin. Disse “faremo più morti di quanti non ne abbiamo mai fatti", ricorda Etro.

Si arriva così all'omicidio di Palma, ritenuto uno degli artefici del carcere duro, il 14 febbraio 1978. Etro è stato condannato per l'omicidio Palma e per il sequestro Moro solo vent'anni dopo, nel quinto e ultimo filone dei processi Moro. Palma aveva partecipato a una prima inchiesta sul presidente democristiano, quando le Br avevano pensato di rapire Moro nella chiesa di piazza dei Giochi Delfici. Nel Moro quinquies è stato condannato anche Germano Maccari, il quarto uomo che ha sorvegliato Moro nella prigione di via Montalcini.

Etro era stato condannato per l'appartenenza alle Brigate Rosse nella metà degli anni Ottanta ma nessuno lo aveva mai indicato come uno del gruppo che uccise Palma. Se l'era cavata con una pena minima. Quando a metà degli anni Novanta si è aperto a Roma il Moro cinque, dove è stato condannato a vent'anni, Etro era appena tornato dalla Thailandia dove si era rifatto una vita.

Moretti nel caso Moro

L'omicidio di Palma precede di un mese il blitz di via Fani, il momento più drammatico della lotta armata. Il commando che sequestra Moro il 16 marzo 1978 uccide gli uomini della sua scorta, l'appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi (51 anni), l'agente di pubblica sicurezza Giulio Rivera (23 anni), il vicebrigadiere Francesco Zizzi (29 anni) e Raffale Iozzino (25 anni) guardia di pubblica sicurezza.

L'auto che blocca il convoglio di Moro, la Fiat 128 con targa diplomatica, è guidata proprio da Mario Moretti, mentre il gruppo di fuoco uccide la scorta del presidente Dc. Iniziano i 55 giorni che sconvolgono l'Italia.

Etro, che dopo l'operazione Palma viene ritenuto non affidabile, non partecipa a via Fani, ma sa dall'amico Casimirri che le Brigate Rosse avrebbero attaccato il 16 marzo 1978: "La mattina quando mi sono allontanato da casa ho pensato ‘se avvisassi la polizia potrei evitare tutto questo', è stato un pensiero di un attimo, poi la follia ha prevalso sulla ragione".

Nella prigione di via Montalcini a Roma, è Moretti a interrogare Moro, mentre fuori la linea della fermezza dei partiti italiani, Democrazia Cristiana e Partito comunista italiano in testa, blocca ogni trattativa. Alla fine è Moretti, lo ha raccontato lui stesso nel libro-memoir "Brigate Rosse, una storia italiana", a compiere l'ultimo atto, eseguendo la condanna a morte di Moro, il 9 maggio 1978.

Il momento di massima forza militare delle Brigate Rosse coincide però anche con l'inizio della fine. L'uccisione di Moro riduce ogni spazio di attività per il "movimento" e per l'autonomia operaia, aree della sinistra extraparlamentare non lontane dalle Brigate Rosse. E iniziano le divergenze anche dentro le Br, con la rottura e l'uscita di Adriana Faranda e Valerio Morucci, contrari all'uccisione di Moro.

Etro si allontana dalle Br quando fa il militare all'inizio degli anni Ottanta e non ne farà più parte.

L'arresto di Mario Moretti

Dopo nove anni di clandestinità, vicino alla Stazione Centrale di Milano, Mario Moretti viene arrestato. Un detenuto comune fa il suo nome e avvisa la digos di un incontro a Milano tra il leader brigatista e alcune nuove reclute. Le Brigate Rosse sono in crisi, c'è la spaccatura della colonna milanese, la rivoluzione non è più all'orizzonte. Moretti cerca di ricucire con i compagni milanesi quando il 4 aprile 1981 finisce in manette fuori da un bar in via Cavalcanti.

"Prendiamo un caffè, dico a Moretti, non mi vanto di nulla però me ne ero accorto, ‘guarda che fuori c’è qualcuno', dico anche ‘ma non è che quello con cui abbiamo l’appuntamento ci ha mandato la polizia?'. Lui mi tranquillizza, usciamo, giriamo l’angolo e ci saltano addosso, ci infilano la pistola in bocca e ci hanno portato in questura" ci racconta Enrico Fenzi che è l'altro arrestato di quel 4 aprile.

L'ho incontrato questa estate, nel Levante ligure. Prima di darsi alla clandestinità, Fenzi era professore di letteratura italiana all'università di Genova, città simbolo delle Brigate Rosse per la sua vocazione operaia e per l'efferatezza della colonna brigatista locale. Fenzi viene arrestato una prima volta verso la fine degli anni Settanta, quando è già nelle Brigate Rosse. Ha partecipato al ferimento del dirigente dell'Ansaldo e dell'esponente Pci Carlo Castellano. Fa un anno di carcere preventivo, durante il quale è recluso insieme a Curcio, ma nel giugno del 1980 viene assolto. E decide di darsi alla clandestinità. Ha un ruolo anomalo nelle Br perché non ha un ruolo preciso, ma è molto vicino a Moretti e a Milano è proprio Fenzi che cerca di ricucire con la colonna milanese.

Come uno dei massimi studiosi italiani di Dante e Petrarca sia entrato nelle Brigate Rosse è una domanda che non scompone tanto l'ex professor Fenzi: "Ci ho pensato varie volte, ma non mi riesce di indicare grandi motivi, al di fuori di una normale coerenza con tutta la storia precedente, convinzioni molto radicali di sinistra, ero stato iscritto al Partito Comunista, probabilmente è stata l’uscita dall’Università e il contatto con il mondo operaio”. Che a Genova ha numeri e radici forti, in colossi industriali come l’Ansaldo e l’Italsider.

Enrico Fenzi nel suo studio/foto di Giancristofaro
Enrico Fenzi nel suo studio/foto di Giancristofaro

“Era un momento di scontro molto duro – racconta Fenzi –  si era radicata l’idea che non ci fosse un’altra strada, era una strada che portava inevitabilmente alla sconfitta”. Sconfitta che ha coinvolto a cascata, con altre dinamiche e logiche, anche la classe operaia: "Noi abbiamo perso sul piano della violenza, della lotta armata, ma oggi si misura anche la sconfitta della classe operaia come classe in sé, è stata sconfitta anch’essa. Quel principio di identità operaia come classe politica non esiste più oggi, ci sono centri commerciali al posto delle fabbriche, dell’Ansaldo, delle acciaierie, oggi a Genova fabbriche non ce ne sono più".

Ad interrogare per la prima volta Moretti è stato l'ex magistrato Armando Spataro, in quegli nel pool antiterrorismo della procura di Milano. "Era sempre quello il rituale – ricorda Spataro – Moretti ha detto mi dichiaro prigioniero politico, non intendo rispondere”. L'arresto di Moretti, l'uomo che ha ucciso ALdo Moro, è stato un punto importante messo a segno dallo Stato. "Moretti era il capo delle Br, al di là del tentativo di mascherare la gerarchia, ha operato come capo a Milano e a Roma, era un personaggio di fondamentale importanza” commenta Spataro.

L'ex magistrato Spataro ha portato avanti anche le indagini su Prima Linea, l'altra grande organizzazione armata che ha ucciso in quegli anni. Tra le loro vittime ci sono anche colleghi e amici di Spataro, come Emilio Alessandrini e Guido Galli: "Guido fu ucciso con il codice in mano, è questo che molta gente dimentica, il senso e l’importanza della legge, che non è o non dovrebbe essere scritta per avvantaggiare o danneggiare qualcuno, ma per difendere i diritti di tutti i cittadini" ci ha detto Spataro, ricordando il collega ucciso il 19 marzo 1980.

Per Spataro gli anni della lotta armata sono stati il tentativo di portare indietro le lancette del nostro Paese, con i tentativi speculari dell'estrema destra e dell'estrema sinistra: "Pur essendo in atto in Italia un processo di maturazione democratica, anni in cui il Parlamento fece scelte importanti, dal referendum sul divorzio, all’ordinamento penitenziario con le garanzie per i detenuti, l’estremismo che già esisteva, prima di destra con la strage di piazza Fontana, prende una strada che è quella di ribaltare questo andamento della democrazia per dimostrare che era una falsa democrazia.

Entrambi questi terroristi volevano la dittatura, quelli di sinistra la dittatura del proletariato, quelli della destra la dittatura tout court in nome della sicurezza, un brand che ritorna anche oggi nella legislazione sull’immigrazione.  Il perché è quello di una follia collettiva".

Verso la fine della lotta armata

Ma come è finita quella stagione? All’inizio degli anni Ottanta arriva la prima legge sui pentiti: sconti di pena per chi collabora facendo nomi e rivelazioni. Per le organizzazioni armate c’è una slavina di arresti, grazie a ex brigatisti come Patrizio Peci e Antonio Savasta.

Ma c’è anche un quadro politico e sociale in trasformazione. E anche gli uomini e le donne che abbiamo conosciuto in questo viaggio stanno cambiando. Come Susanna Ronconi che dopo le Br ha continuato la lotta armata con Prima Linea.

Nel 1983, dal carcere insieme ai suoi compagni, Ronconi dichiara chiusa l’esperienza armata: “È stato un ragionamento sulla lotta armata come strumento, al di là degli aspetti etici, strumento politicamente non adeguato e poi una riflessione su quello che si muoveva fuori, il mondo stava cambiando, erano in crisi i movimenti. Si parlava di ritrovare delle modalità di conflitto sociale, c’era un interrogativo aperto sulle forme, l’unico interrogativo chiuso era le armi non servono".

Negli anni in cui si andava verso l'altro grande strumento per uscire dall'emergenza, la legge sulla dissociazione dal terrorismo, Ronconi ha usato altri strumenti di lotta, come lo scioperi della fame in carcere. Una volta uscita si è occupata di detenuti sieropositivi, ha fatto parte del Forum droghe sulle tossicodipendenze.

Nell'Italia che esce faticosamente dagli anni Ottanta, l'urgano di Tangentopoli spazza via la Prima Repubblica e i partiti che avevano affrontato l'emergenza. E spazza via anche il dibattito sulla lotta armata e le possibili soluzioni, come l'amnistia, all'alto numero dei detenuti per terrorismo e banda armata.

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La sentenza per il processo di Cascina Spiotta

Il 7 luglio 2026 la Corte di Assise di Alessandria, presieduta dal giudice Paolo Bargero, ha emesso le sentenze per Curcio, Moretti e Azzolini, imputati per l'omicidio dell'appuntato D'Alfonso.

Curcio e Azzolini, 85 e 83 anni, sono liberi dalla fine degli anni novanta, mentre l'ottantenne Moretti è in semilibertà, la sera torna in carcere a Brescia.

Per la prima volta dall'inizio del processo, era presente tutta la famiglia D'Alfonso. Prima delle repliche di pubblici ministeri, parti civili e difese, i familiari di D'Alfonso non hanno nascosto l'emozione per una sentenza che arriva cinquant'anni dopo i fatti.

"Ci ho pensato sempre in questi anni, tanto – parla ai giornalisti Rachele Colalongo, vedova di D'Alfonso – da non dimenticare niente, è stato sempre tanto importante la sua figura e la sua presenza per la sua famiglia e i suoi figli."

Rachele Colalongo, vedova D'Alfonso/foto Giancristofaro
Rachele Colalongo, vedova D'Alfonso/foto Giancristofaro

Il processo è arrivato grazie all'esposto di Bruno D'Alfonso, figlio dell'appuntato ferito mortalmente alla Spiotta: "Ha lavorato in sordina per cercare la verità su questo fatto, ha trovato diverse porte chiuse perché c’era un silenziatore su questa vicenda, nessuno voleva affrontare e parlare della vicenda Spiotta" ha detto il suo legale Sergio Favretto.

I pm avevano chiesto l'ergastolo per Curcio e Moretti, e 21 anni per Azzolini. Dopo alcune ore di camera di consiglio il giudice Bargero ha letto il dispositivo della sentenza: Curcio e Moretti prescritti perché il reato è stato riqualificato da concorso a concorso anomalo che è prescritto. Mentre Azzolini è condannato a 6 anni: l'omicidio di D'Alfonso rientra nelle condanne già ricevute da Azzolini per l'appartenenza alle Brigate Rosse.

“Me l’aspettavo leggermente più incisiva, più dura” è stato il commento di D'Alfonso, "non cercavo una condanna di Curcio e Moretti per vendetta, anche se è caduta la loro responsabilità per la prescrizione questo non cancella quello che hanno fatto".

Per il legale di Mario Moretti, l'avvocato Francesco Romeo, "questa sentenza ha disatteso l’impianto accusatorio nei confronti di Moretti, che lo voleva concorrente a pieno titolo nel sequestro di persona e nell’omicidio. A Moretti è stata riconosciuta la prescrizione con l’istituto del concorso anomalo: cioè Moretti ha voluto il sequestro, ma non voleva e non ha voluto l’omicidio D’Alfonso. Certo, è una sentenza tecnicamente favorevole. Ci saremmo aspettati qualcosa di più, perché a nostro modo di vedere non c’è nessun elemento che possa suffragare una penale responsabilità di Moretti [anche nella decisione del sequestro Gancia, ndr]. Ma intanto c’è questo e questo, come dico, è un passo avanti. Forse nella direzione di chiusura di quella stagione".

Ma questa sentenza è davvero un passo verso la chiusura di quella stagione?

È stato davvero l’ultimo processo alle Brigate Rosse? O forse ci ritroveremo ancora?

"L'ultimo processo alle Brigate Rosse" è un podcast di Fanpage.it in quattro puntate.

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