realfonzo

Un racconto che è al contempo la storia di una vita e di un intero Paese. Almerico Realfonzo, ordinario presso l’Università Federico II di Napoli, ha raccolto le sue memorie nel libro I Giorni Della Libertà. Dalle Quattro Giornate di Napoli, alla Repubblica dell'Ossola, a Milano liberata, edito da Mimesis. La presentazione è avvenuta all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, moderata da Guido D'Agostino, presidente dell'Istituto Campano per la Storia della Resistenza ed il professor Aldo Trione.

Diviso in due parti, il volume intreccia memoria storica e ricordi personali, una sorta di memoriale che inizia con gli eventi che devastarono Napoli nella Seconda Guerra Mondiale, attraversa l’Italia fino a giungere all’esperienza della Repubblica D’Ossola fino al primo dopoguerra nella città di Milano. Stupisce che vicende così dure abbiano il titolo, in entrambi i capitoli, di un giardino, come se fossero il racconto di una saga familiare di fine ottocento, invece di storie di guerra.

Il primo racconto, “Il Giardino degli Aranci”, è dedicato alle vicende napoletane, quindi ai bombardamenti e alle rappresaglie seguite all’8 settembre, alle Quattro Giornate e a quegli incredibili giorni successivi, in cui tra lo spettacolo ferito delle macerie albeggiavano l’orgoglio e la forza della rinascita possibile di un popolo di combattenti.

Il secondo racconto, “I Giardini Rosminiani”, edito una prima volta nel 2008 e qui riproposto, allarga lo sguardo al Nord Italia e alla Resistenza, culminata nell’esperienza dei 40 giorni della Val D’Ossola, la Repubblica partigiana che riuscì ad arginare il pericolo di Salò e con il sostegno della Svizzera, in poche settimane fu in grado di mettere in piedi una vera e propria amministrazione ispirandosi alla prima Repubblica partigiana settentrionale, quella del Corniolo, fin quando i fascisti non tornarono ad occupare il territorio.

i giardini rosm

L’autore, neanche diciottenne all’epoca in cui iniziano i fatti riportati, racconta di essersi lasciato permeare immediatamente dalla libertà e dalla vita, scoprendo la necessità del ricordo soltanto 60 anni dopo, nella semplice volontà di consegnare una sorta di diario alla propria famiglia. La sua non è quindi una rivendicazione di un passato di orgoglio a dispetto di un presente senza  rabbia, eppure tre le sue pagine ci sorprende il sentimento che lo lega alla Napoli di quei tempi. Un fervore culturale inebriante e, dal suo punto di vista di docente in urbanistica, la febbrile sensazione di poter cambiare il mondo attraverso una visione illuminata della città e dei suoi spazi.

Eppure, qualcosa è andato storto. Il ventaglio plenipotenziale di sviluppo e crescita, nel recupero di un antico splendore, si è chiuso nell’inedia di una generazione, come ammette l’autore senza mezzi termini, che non è riuscita a creare il futuro. L’espressione visiva di tutto questo è nell’architettura di una città stratificata senza respiro, oppressa da uno sviluppo urbanistico straripante.  La lettura di un memoriale del genere ci racconta che la reazione alla morte più violenta e spietata, quella della guerra, non è altro che la vita, nella totale adesione alla meraviglia del quotidiano. Se riportassimo il discorso sul contrasto generazionale nel quale, ad ogni evidenza, la Resistenza non è riuscita a innestare e a mantenere solido l’orgoglio di una popolazione, sarebbe pretestuoso. Ma è una riflessione che non possiamo arginare nelle nostre menti. Nessuno è responsabile di un’eredità, ma di fronte a ricordi del genere, non possiamo fare a meno di pensare di star sprecando un patrimonio la cui memoria è destinata a svanire.

Realfonzo conclude rivolgendosi ai giovani: la speranza è insita in loro, nella loro preparazione, nel rifiuto del compromesso morale e nella riscoperta di un impegno politico che affondi i suoi presupposti in un’ideologia concreta.