Zygmunt Bauman
in foto: Zygmunt Bauman

Ormai era divenuta un'espressione proverbiale. L'immagine delle liquidità associata alla nostra epoca. Vita liquida, modernità liquida, paura liquida e, persino, amore liquido. Come molti dei titoli di alcune delle opere del professor Zygmunt Bauman, morto a 91 anni in Inghilterra, paese nel quale si era trasferito agli inizi degli anni Settanta, dopo la ripresa dell'antisemitismo nella Polonia del Blocco Sovietico. Aveva perso la sua cattedra all'università di Varsavia e, benché fosse legato alle idee socialiste, fu costretto a emigrare.

La causa dei lavoratori e le riflessioni sull'Olocausto

Dal 1971 in poi, dall'Università di Leeds, dove ha insegnato per quasi vent'anni, Bauman è divenuto il teorico di tante cose, assurgendo al ruolo di uno dei maestri della filosofia e della sociologia di tutti i tempi. Si era concentrato, e molto, su questioni inerenti la sociologia del lavoro, aveva indagato i rapporti tra l'ideologia della modernità e le ragioni profonde dell'Olocausto. Dal suo punto di vista, era in corso nella nostra società un "processo di sterilizzazione dell'immagine dell'Olocausto sedimentata nella coscienza popolare" attraverso la ritualità delle memoria, delle commemorazioni, tutte colpevoli a suo avviso di non portare avanti la vera esperienza dell'Olocausto che aveva conosciuto bene da vicino. All'indomani dello scoppio della Seconda guerra mondiale, infatti, da ebreo fu costretto a fuggire in Unione Sovietica per sfuggire ai nazisti, dove si era avvicinato al socialismo e alle sue teorie.

La modernità (o la società) liquida

Sul finire degli anni Ottanta, con la fine del blocco sovietico e l'inizio della postmodernità, la sua elaborazione teorica aveva virato verso la definizione di quell'espressione divenuta proverbiale, con cui aveva paragonato il concetto di modernità e postmodernità rispettivamente allo stato solido e liquido della società. Per Bauman, infatti, il tessuto della società contemporanea, sociale e politico, era "liquido", cioè sfuggente a ogni categorizzazione del secolo scorso e, quindi, di per sé inafferrabile. Nei suoi libri ha sostenuto che l'incertezza che attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. In particolare, egli lega tra loro concetti quali il consumismo e la creazione di rifiuti umani, la globalizzazione e l'industria della paura, lo smantellamento delle sicurezze e una vita sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusa.

Ciò a causa della globalizzazione, delle dinamiche consumistiche, del crollo delle ideologie che nella postmodernità hanno causato uno spaesamento dell'individuo e quindi la sua esposizione brutale alle spinte, ai cambiamenti e alle violenze della società contemporanea, che spesso portano a omologazioni collettive immediate e a volte inspiegabili per esorcizzare la "solitudine dell'uomo comune". Secondo Bauman il povero, nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi come gli altri, cioè non sentirsi accettato nel ruolo di consumatore. In tal modo, in una società che vive per il consumo, tutto si trasforma in merce, incluso l'essere umano.

Bauman e Israele: un rapporto irrisolto

Negli ultimi anni, non aveva fatto mancare la sua amarezza, da polacco di origini ebraiche, per la situazione tra Israele e Palestina, su cui non aveva risparmiato critiche ad Hamas e a Netanyahu. Nel 2014 così si era espresso in un'intervista:

Pensano alla vendetta, non alla coabitazione. Purtroppo sta accadendo ciò che era ampiamente previsto. La Shoah è la prova di quel che gli uomini sono capaci di fare ad altri esseri umani in nome dei loro interessi. Una lezione mai seriamente presa in considerazione".

Bauman: "I social network capitalizzano le nostre solitudini"

Di recente, proprio in Italia, a Cagliari, nel giugno scorso, da guru qual era ormai diventato di masse di giovani, aveva anche espresso la sua chiave di interpretazione sulla modernità più attuale, con particolare riferimento all'ipertrofia da social network della nostra epoca sempre più solitaria e depressiva. "In questa situazione – aveva detto – i social media, il senso di alienazione che producono, hanno trovato terreno fertile. Zuckerberg, il padre di Facebook, ha capitalizzato il timore della solitudine che affligge l'uomo contemporaneo."