Jack London
in foto: Jack London

Jack London trascorse il suo ultimo giorno di vita già morto. La mattina del 22 novembre 1916, infatti, sua sorella Eliza corse ad avvisare la "dolce Charmian" – la seconda e amatissima moglie dello scrittore – di non essere riuscita a svegliare Jack. E così Charmian Kitteridge attraversò di corsa il corridoio che separava la sua camera da letto da quella di London, spalancò la porta e vide suo marito giacere sul letto, accerchiato dalle sudate carte, in stato di incoscienza.

Gli fecero ingoiare del caffè nero, forte. Cercarono di svegliarlo chiamandolo a gran voce. A quel punto, un barlume di vita balenò negli occhi di John Griffith Chaney (così fu registrato all'anagrafe di San Francisco il 12 gennaio del 1876, appena quarant'anni prima), alias Jack London. Una fiammella quasi inesistente. Tuttavia sufficiente da incoraggiare moglie e sorella ad alzarlo dal letto e a trasportarlo sul portico che dava sulla facciata del cottage al Beauty Ranch. Arrivò il dottore, ma l'uomo si mostrò pessimista: disse che i reni dell'autore de "Il tallone di ferro" stavano avvelenando il resto del corpo. Fu a quel punto che Charmian ebbe un cedimento, gli venne voglia di urlare, era arrabbiata con Jack: avrebbe voluto parlargli un'ultima volta.

La sera precedente si erano lasciati verso le otto. Jack si era ritirato nella sua stanza a leggere, come sempre. E come sempre Charmian era stata a perlustrare il ranch guardando le stelle. Prima di rientrare, nel buio della notte californiana, aveva alzato lo sguardo verso la camera di suo marito: la luce era accesa. Meglio non disturbarlo, deve aver pensato. Meglio lasciarlo lavorare in vista del viaggio d'affari che lo aspettava a New York. Nonostante fosse uno scrittore di successo, aveva sempre bisogno di soldi. Non si sarebbero mai più parlati.

Eppure, in mattinata, Jack aveva persino scritto qualche cartella della nuova storia ambientata alle Hawaii (che si intitolava "Cherry") e una lettera affettuosa alla figlia Joan (avuta con la prima moglie, Bessie Madern, da cui era nato anche Becky) per invitarla a pranzo la domenica successiva al ranch. Nel pomeriggio aveva dormito qualche ora, poi si era alzato e poco dopo cena con Eliza aveva fantasticato di impiantare un emporio nel ranch per ricavarne un po' di soldi. Poi aveva raccattato i libri e si era ritirato in camera da letto. Nel salutare Charmian aveva sussurrato poche, ma inquietanti parole: "Grazie a Dio, non abbiamo paura di niente!"

Aveva vissuto quei quarant'anni a cento all'ora, come un maledetto. E la vita ora gli stava presentando il conto. Aveva viaggiato in lungo e in largo per l'oceano su una barca a vela, era affondato mille volte e mille volte si era rialzato. Aveva conosciuto l'infamia del fallimento e l'onore del successo. Aveva scritto per una vita intera ogni giorno, nonostante la letteratura fosse fatta da borghesi per borghesi, nonostante il fatto di essere "nato proletario" e di essere "venuto su dagli abissi", di essere un autodidatta che per continuare a scrivere, negli anni che precedettero il successo, aveva lavorato quattordici ore al giorno, sfiancandosi e minando la sua salute. Bevendo, fumando, iniettandosi morfina per calmare i dolori. In seguito, con la gloria e i riconoscimenti, arrivarono le accuse di plagio, continuò il rapporto irrisolto con le figlie e con il denaro, e poi l'orribile l'obbligo di scrivere per vivere.

I medici che gli furono vicini nelle ultime ore concordarono nel dichiarare che il decesso era stato causato da uremia, cioè da avvelenamento del sangue dovuto a una disfunzione renale. Fu forse questa parola, "avvelenamento", insieme all'abitudine di Jack di iniettarsi di tanto in tanto della morfina per calmare il dolore (abitudine che all'epoca avevano in molti, non essendoci assistenza sanitaria), che negli anni successivi alimentò la storia del suicidio. Come il personaggio di uno dei suoi romanzi più amati, dal pubblico e dai posteri: quel Martin Eden che, dopo esser divenuto uno scrittore di successo, si lancerà in mare. Ma per il suo alter ego in carne ossa non andò proprio così.

Come alcuni medici concordarono in seguito, la prima diagnosi era stata corretta. Un altro dottore disse che Jack presentava i sintomi di un lupus eritematoso sistemico che aveva attaccato i reni. Averlo esposto al sole del cottage, probabilmente aveva accelerato il decorso, ma niente più. Jack London è morto per i suoi reni che a soli quarant'anni, nonostante avesse da un pezzo smesso di vivere di eccessi e di alcol, erano compromessi.

Nel pomeriggio di quel 22 novembre 1916 fu dichiarata la morte. Così se ne andò l'autore di romanzi come "Il richiamo delle foresta" e "Martin Eden", di "Zanna bianca" e "Il vagabondo delle stelle", di racconti mirabili come "Farsi un fuoco", "La sfida" e analisi sociologiche di prima grandezza come "Il popolo dell'abisso", solo per citare alcuni dei suoi scritti più famosi all'interno di una sterminata produzione letteraria.

Il giorno dopo, il 23 novembre, fu vestito con un completo grigio: al Beauty Ranch fu allestita la camera ardente e si attesero i visitatori. I giornali di tutto il mondo riportarono la notizia. Il New York Times annunciò la triste perdita in prima pagina. Quel giorno ci fu il funerale, ma Charmian decise di non recarvisi. Chissà se per il troppo dolore o perché, in fondo, ce l'aveva ancora con lui per non averla salutata.

Il 26 novembre due amici di Jack, George Sterling ed Ernest Matthews, deposero le ceneri in cime alla Valle della Luna, a Glen Ellen. Da lì Jack avrebbe potuto ammirare per l'eternità il suo panorama preferito. Nel momento in cui l'ultima manciata di terra coprì l'urna con i resti dell'amico scomparso, George pronunziò queste parole:

Addio! Anche se non senti nei nostri pianti l'amore che avremmo voluto dimostrarti se avessimo saputo. Ah! E un'anima come la tua… come può morire?

Poco tempo dopo, Charmian fece costruire l'Happy Walls (un'altra casa al ranch) e lo riempì di oggetti che insieme a avevano raccolto e amato nel corso degli anni. Nei primi anni Sessanta, poco dopo la morte di Charmian, quel luogo si trasformò nel museo del "Parco storico statale Jack London". Molti anni dopo, i visitatori di tutto il mondo possono ammirare ciò che resta del cottage, dell'allevamento di maiali, del laghetto, dei vigneti, del portico sotto al quale London spirò e il punto in cima alla Valle della Luna dove riposano le sue ceneri. Poco distante c'è un boschetto di eucalipti scelti da Jack in persona in seguito all'affondamento dello Snark. Dopo oltre un secolo, quegli alberi resistono ancora. Come gli scritti dell'uomo che li piantò. Come il mito di uno dei più grandi scrittori di sempre.