Il pensiero unico come nuovo ordine simbolico che legittima superstrutturalmente il rapporto di forza classista globalizzato, con tutte le sue determinazioni satellitari, si pone a tutti gli effetti come un’inedita forma di violenza simbolica. Non accetta la mediazione dialogica socratica. Non discute razionalmente secondo le nobili logiche ateniesi del “logon didonai”, ossia del “rendere ragione” secondo l’argomento più forte.

Alla docile forza della ragione dialogica, il pensiero unico preferisce altri mezzi, decisamente meno docili. All’agorà socratica come luogo della pubblica discussione intersoggettiva, predilige il tribunale inquisitoriale, ove non si dialoga ma si sanziona, non si discute ma si condanna, non si conversa ma si manda virtualmente al rogo.

In una parola, la violenza simbolica del pensiero unico sta nel negare il diritto di esistenza e di espressione a ogni opinione non millimetricamente allineata e non rientrante entro i perimetri blindati dell’ordine superstrutturale egemonico. Non confuta, ma proscrive. Condanna anziché controargomentare. E crea un diffuso e generalizzato sentimento di terrore psicologico, in forza del quale ciascuno si autocensura preventivamente per non incorrere nello “psicoreato”, ossia nella violazione del pensiero unico politicamente corretto: ciò che comporterebbe l’immediata ostracizzazione diffamante con le infinite categorie della neolingua di cui si sostanzia il pensiero unico (“comunista”, “populista”, “omofobo”, “fascista”, “complottista”, “rossobruno”, ecc.). Accade, così, che anche le verità più ovvie e scontate (il 2+2=4 di orwelliana memoria) vengono sanzionate e nessuno ha più il coraggio di pronunciarle.

Chi ha, infatti, il coraggio di dire apertis verbis che il vero totalitarismo è oggi quello della finanza e dell’Unione Europea? Chi ha l’ardire di rammentare che ci vogliono dosi massicce di Stato sovrano per limitare lo strapotere dell’economia e difendere i diritti dei più deboli, le tutele del lavoro e della piccola impresa? La stragrande maggioranza di noi, ne sono certo, pensa queste e analoghe cose: ma ha paura ad affermarle apertamente. E preferisce custodirle segretamente dentro di sé. Alla situazione paiono potersi applicare le parole dei "Promessi sposi" riferite alla vicenda degli untori: “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune” (cap. XXXII).