E’ l’America, bellezza: mentre in Italia il governo Monti vara il Decreto Sviluppo Bis, che si spera otterrà maggiori risultati del primo (ma che in molti casi prevede riforme che non entreranno in vigore prima del 2014 e che fin da subito hanno registrato la reazione delle lobbies che si oppongono alle misure in esso contenute, come l’Ania secondo cui una maggiore concorrenza nel settore assicurativo danneggerebbe troppo le compagnie alle quali non resterebbe che aumentare i costi o diminuire i servizi offerti!) e promette un futuro taglio delle tasse, negli Usa gli ultimi dati sul mercato del lavoro mostrano, a fine settembre un calo del tasso di disoccupazione al 7,8% dal precedente 8,1%, con la creazione di 114 mila nuovi posti di lavoro netti dopo i 142 mila (dato rivisto al rialzo) di agosto. Si tratta del livello minimo da quando Barack Obama si è insediato alla Casa Bianca nel gennaio 2009 ed il dato ha sorpreso gli analisti (come pure quello relativo all’incremento delle paghe orarie, salite dello 0,3% a 23,58 dollari l’ora), nonché lo sfidante repubblicano di Obama per la Casa Bianca, Mitt Romney.

Romney ha insinuato che i dati siano stati in qualche modo “taroccati” (insinuazione subito ribattuta dal Segretario al Lavoro, Hilda Solis, che si è detta “insultata” da chi non crede alla fondatezza dei dati elaborati dal suo ministero), una reazione scomposta che però si capisce fin troppo bene:  con un’America che torna al lavoro dopo quattro anni di crisi prolungata Obama ipoteca la riconferma alla Casa Bianca per un secondo mandato e a poco rischia di servire che Romney, ex banchiere d’affari per i fondi di private equity di Bain Capital, abbia vinto il primo dei confronti televisivi in settimana, né che Wall Street abbia girato le spalle all’attuale inquilino della Casa Bianca (che pure a inizio mandato aveva inserito molto ex lobbisti ed uomini vicini al “big business” in ruoli chiave della propria amministrazione).

Il prossimo 6 novembre, quando oltre al nuovo presidente gli statunitensi eleggeranno 33 senatori (su 100) del Senato, l’intera Camera dei Deputati e 13 governatorati in altrettanti stati dell’Unione, a far pendere la bilancia verso l’uno o l’altro sfidante non saranno tanto le gaffes dei due candidati, o gli attacchi di tipo ideologico. Gli americani sono gente molto pragmatica e votano col portafoglio, cercando di eleggere chi dà la sensazione di poter fare il lavoro migliore, ossia garantire agli Usa la maggiore espansione economica possibile. Obama, già in netto vantaggio, coi sondaggi che lo danno sicuro di 237 dei 270 voti elettorali necessari ad essere riconfermato contro i 191 seggi di Romney (anche se prima del dibattito era accreditato addirittura di 265 voti “sicuri”), sa che negli stati “in bilico” (“swinging state”) come l’Ohio e la Florida, ai quali spettano 18 e 29 grandi elettori rispettivamente, il tema economico è particolarmente sentito e l’attuale inquilino della Casa Bianca, già vincitore contro Bush 4 anni fa in entrambi gli stati, può ora staccare il rivale.

Non solo: Obama, che sinora ha raccolto oltre 348 milioni di dollari di contributi avendone spesi quasi 263 milioni, può contare da qui a fine corsa su 87 milioni di dollari in cassa, mentre Romney è fermo a poco più di 193 milioni di fondi e avendone spesi oltre 163 milioni ha solo una trentina di liquidità. Il presidente in carica può dunque spendere circa 3 milioni di dollari al giorno tra spot, viaggi ed eventi per convincere i suoi elettori che la sua ricetta sta iniziando a funzionare, Romney deve fermarsi a circa uno per provare a dire che sarà in grado di fare meglio. Se non ci saranno incidenti di percorso o non scoppierà qualche nuova grana sui mercati finanziari (ma è improbabile, con l’Eurozona che tenta di rassicurare gli investitori che il peggio è passato, anche se probabilmente non è così, e il Medio Oriente e l’Asia dove le tensioni geopolitiche restano per il momento sotto controllo) Obama sembra avere la strada spianata per il secondo mandato. Se sarà un bene o un male per l’Europa e l’Italia lo scopriremo presto, ma sarebbe bene iniziassimo ad imparare dagli americani un po’ più di pragmatismo nel momento in cui la nostra classe politica e imprenditoriale sta dando una continua scarsa prova di sé.