È iniziato mercoledì 11 ottobre uno dei processi più difficili e controversi celebrati negli ultimi anni nelle aule dei tribunali calabresi. A rispondere dell'accusa di violenza di gruppo su una ragazzina di 13 anni, ci sono sette giovani di Mèlito Porto Salvo, tra cui il rampollo della famiglia ndranghetese dei Iamonte, Giovanni, figlio del boss Remingo (detenuto al 41 bis); il fratello di un agente di polizia e il figlio di un alto graduato dell'esercito. I giudici hanno rinviato la decisione riguardo alla costituzione delle parti civili alla prossima udienza, fissata per il giorno 6 novembre. Il processo che deciderà le sorti di Antonio Verduci, classe 1994, Giovanni Iamonte, classe 1986, Pasquale Principato, classe 1994, Lorenzo Tripodi, classe 1995, Daniele Benedetto, classe 1995, Michele Nucera, classe 1994 e Davide Schimizzi, classe 1994, accusati di violenza di gruppo su minore, detenzione di materiale pedopornografico, violenza privata aggravata, lesioni personali aggravate e atti persecutori aggravati, si celebrerà a porte chiuse.

Il sostegno a ‘Maddalena'

Presenti al Palazzo CEDIR , dove era convocata la prima udienza c'erano le femministe della rete ‘Non una di meno‘ che hanno posizionato un presidio e le donne dell'associazioni antiviolenza ‘Manden‘, costituitesi parte civile a titolo simbolico, rinunciando a ogni eventuale risarcimento. Le donne dell'associazione di autoaiuto, che hanno avviato una campagna di sensibilizzazione sui social per sostenere ‘Maddalena', la 13enne vittima delle presunte violenze, erano presenti con i cartelli recanti lo slogan ‘Io ci sto' e  ‘Mai più sole', utilizzati in questi giorni anche come hashtag sui social. "I parenti e amici degli imputati si sono scaldati per la nostra presenza – dice Maria Grazia Vantandori, presente in rappresentanza delle donne Manden in via Avvenire Paterlini insieme a Raffaella Damonte – ci hanno accusato di esercitare una pressione psicologica. I carabinieri sono intervenuti almeno tre volte per chiedere di abbassare i toni".

Omertà e mafie sullo sfondo.

I fatti riguardano i due anni precedenti all'arresto degli imputati, avvenuto nel settembre 2016 a Mèlito Porto Salvo (Reggio Calabria) a seguito di una denuncia presentata dai genitori della vittima 13enne. Secondo l'accusa, la ragazzina era stata trascinata da Davide Schimizzi, classe 1994, oggi imputato e all'epoca fidanzato di Maddalena, in una spirale di violenza e ricatto. La ragazza era stata indotta dal fidanzato a subire rapporti sessuali con gli attuali imputati del processo. Filmata, fotografata e minacciata dal branco – secondo l'accusa – la bambina aveva sopportato i ricatti e le violenze per due anni, fino a quando, esasperata, aveva rivelato quello che stava accadendo in una tema scolastico. Proprio la brutta copia del compito, trovata dai genitori, all'oscuro di tutto, ha dato il via alla denuncia e alle indagini. Al fianco di Maddalena, dopo i fatti, si è schierato il presidio calabrese dell'associazione ‘Libera contro le mafie', che nel settembre 2016 ha organizzato una fiaccolata di solidarietà, evento disertato dalla cittadinanzadi Mèlito, rimasta indifferente ai fatti. In una nota, oggi, Libera "auspica che il processo stabilisca la verità su una delle storie più terrificanti registrate nel nostro Paese".