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Questa newsletter è un po' diversa dal solito. Dopo l'ultima puntata di Streghe sull'impossibilità di conciliare il lavoro con l'estate e l'inserimento a scuola delle e dei bambinə, è arrivata una lettera di testimonianza che ho voluto pubblicare. Questo perché Streghe è uno spazio aperto e collettivo, delle e per le donne, che vuole far riflettere ma anche dare voce a chi, spesso, non viene ascoltata. Mi hanno sempre insegnato che il personale è politico, e per questo Streghe vuole essere anche il tuo megafono, in modo che nessuna si senta sola. E magari, tutte insieme, le cose prima o poi le cambieremo.
Leggevo questa mattina la storia di Beatrice Baratto, che ha dovuto lasciare il lavoro perché l'azienda, per la quale lavorava da sette anni, non le ha concesso nessuna flessibilità per potersi occupare del figlio di appena un anno. Una storia che è diventata virale e che ha suscitato molta indignazione, ma non è un'eccezione o un caso isolato. Sono tantissime le donne che lasciano il loro impiego, dovendo così rinunciare all'indipendenza economica, perché gli orari lavorativi non sono conciliabili con quelli dei figli. Non è un caso che questa newsletter oggi arrivi a quest'ora: io stessa questa mattina ho dovuto prendere un permesso perché sta iniziando l'inserimento alla materna di mia figlia e sono sincera, non so a chi dà i resti questa settimana.
Ti lascio adesso alla lettera di Giada. Se anche tu sei in questa situazione e vuoi raccontare la tua storia, scrivimi. Facciamo casino tutte insieme.
Ciao Natascia, ho letto con un po' di rassegnazione la tua ultima newsletter. Parlo di rassegnazione perché descrive perfettamente la situazione in cui mi ritrovo e che non ha "soluzione". Bimbo di un anno, periodo di inserimento al nido, lavoro senza flessibilità e nonni impossibilitati ad aiutare: il caos. Per me, abituata all’organizzazione e all’efficienza, un mondo nuovo (primo figlio) con cui non riesco a fare pace, dove mi sento allo stesso tempo in colpa comunque mi muovo, comunque mi organizzo e vittima di un'ingiustizia. Dicono tutti: "Non è una società per bambini", e me ne sono accorta. Ma oltre che parlarne, farne chiacchiere da bar, qualcuno ha intenzione di fare qualcosa?
Ti illustro la mia situazione: inserimento al nido iniziato i primi di settembre, a oggi, mio figlio esce alle 11.15 del mattino. L'ingresso al nido segue i suoi bisogni, i suoi tempi, quindi sai quando lo andrai a riprendere solo la mattina stessa, o al massimo il giorno prima. Una struttura che basa l'organizzazione sui tempi del bambino: benissimo, non potevo onestamente sperare meglio, ma noi come facciamo?. "Signora, possiamo forzarlo anche se piange e tenere il bambino più a lungo di quanto riesce, se lei ne ha bisogno", mi dicono le maestre quando sulla porta, prima di andare in ufficio, chiedo se domani c'è la possibilità di arrivare almeno al pranzo. Neanche Crudelia Demon penso che risponderebbe "Ok, perfetto allora facciamo così, il disagio fortifica!".
Al momento, il papà – che ha più ferie di me – si è preso del tempo per dedicarsi a questo, ma tra poco questo tempo finirà anche per lui, e poi passeremo alla babysitter: in questo, lo so bene, sono una privilegiata. E qui nemmeno provo ad aprire il capitolo senso di colpa, quel pensiero "ma non ci sono io". Quello che mi chiedo però, quando mi guardo intorno, quando parlo con altre mamme e quando guardo anche me che cerco di tenere tutto in fila è: ma il sostegno dello stato dov'è? È possibile che si continui a parlare di denatalità come fosse un teorema e non si inizi a dare aiuti concreti a chi i figli li ha? Già li sento quelli che dicono: i figli li hai voluti tu. Sì amici miei, li ho voluti io, ed eccomi qui, da sola, come individuo, a cercare di inventare incastri e risolvere problemi che sembrano privati, ma che non lo sono, perché i bambini sono il futuro di tutti, non solo il mio.
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Ciao!
Natascia Grbic