20 Dicembre 2021
16:21

La vita segreta degli oggetti: Domenico Gnoli alla Fondazione Prada

La Fondazione Prada presenta una retrospettiva del pittore italiano che trasformava gli oggetti quotidiani in composizioni oniriche a cavallo tra sogno e realtà.
A cura di Maria Acciaro

La retrospettiva su Domenico Gnoli (Roma, 1933 – New York, 1970) alla Fondazione Prada è una mostra per tutti, anche per quelli che dicono di non capire l’arte contemporanea. Qui non c’è nulla da capire. Ci sono un centinaio di dipinti, e altrettanti disegni, che presentano la produzione di un artista definito un outsider, scomparso prematuramente a soli 37 anni. In realtà Domenico Gnoli dell’outsider aveva ben poco.

Domenico Gnoli
Domenico Gnoli

Figlio dello storico dell'arte e sovrintendente alle Belle Arti dell'Umbria, Umberto Gnoli, e della ceramista Annie de Garrou, esordisce a soli 17 anni con una personale in una galleria romana, in cui espone una serie di illustrazioni intitolata Mes Chevaliers. Abbandona l’Accademia di Belle Arti per perseguire brevemente la carriera di attore e, negli anni successivi, si dedica all’illustrazione e alla scenografia, fino alla scelta di concentrarsi unicamente sulla pittura. Nel 1953 si trasferisce a Parigi e nel 1955 a New York. Nel corso della sua breve vita, Gnoli conosce Italo Calvino, Laurence Olivier, Robert Graves e Cecil Beaton. Ciò che fa di lui un outsider è l’impossibilità d’inserirlo a pieno titolo in una corrente artistica. Non è un artista pop e non è un pittore surrealista. O forse è entrambe le cose.

La mostra alla Fondazione Prada presenta i dipinti con un allestimento tematico: s’inizia con i sofà, si procede poi con le camicie, i letti, i busti, i tavoli, le scarpe. Dettagli ingranditi all’inverosimile, tanto da risultare quasi astratti. La matericità della rappresentazione non è affidata alla resa visiva del colore, ma alla sabbia presente nella pittura, che trasforma la superfice dei dipinti in una vera e propria texture, come in Poltrona del 1966. La mostra presenta anche alcune opere realizzate tra il 1959 e il 1960. Dipinti modesti, che ricordano le composizioni di Giorgio Morandi, dai colori cupi, spenti, terrosi, poco saturi, decisamente tristi.

Il trasferimento da New York a Maiorca nell’aprile del 1963 deve aver cambiato profondamente l’animo dell’artista, che in questi anni inizia a realizzare le grandi tele dai colori brillanti che gli assicureranno un posto nella storia dell’arte italiana e internazionale. Come i pittori del Rinascimento, Gnoli ama i drappeggi. Che sia una coperta su un letto, la piega di una camicia o la tovaglia su un tavolo, l’artista rappresenta i tessuti con un approccio quasi matematico, geometrico, in un gioco prospettico che rende un copriletto più simile a un dipinto astratto di Piet Mondrian che a una coperta vera e propria.

Ma ancora, nonostante la prospettiva ricordi quella di Piero della Francesca, nei dipinti di Domenico Gnoli tutto è piatto. Il chiaroscuro non conferisce volume agli oggetti ritratti ma sembra semplicemente delimitarne le aree. La prospettiva è sempre perpendicolare, anteriore o posteriore che sia. I titoli sono descrittivi, semplici, chiari, diretti e per nulla evocativi.

Manca un elemento nei dipinti di Domenico Gnoli: i volti. Che siano a letto o di schiena, nelle opere dell’artista il viso degli individui ritratti è sempre tagliato fuori dall’inquadratura. C’è qualcosa di profondamente distaccato in questi dipinti, quasi grafico. Non c’è nulla di vitale. Anche la scarpa inquadrata dal retro ha la suola pulita, immacolata, come se non fosse mai stata utilizzata. In questi tratti si afferma, a mio avviso, il tributo di Gnoli alla pittura metafisica. Gli oggetti, come i corpi, sono puri volumi, svuotati di ogni carica vitale. La matericità delle superfici, grazie alla sabbia presente nella pittura, compensa però l’impeccabilità quasi plastica del colore. Domenico Gnoli è riuscito a dipingere dettagli quotidiani, considerati insignificanti dai più, innalzandoli e offrendo loro la dignità e lo status di composizione autonoma, a sé stante. L’osservatore non è interessato a sapere altro, a vedere oltre il limite della tela, del dettaglio. La composizione è sufficientemente appagante in termini sia estetici che concettuali.

Vedendo le immagini della mostra, prima di visitarla, ho pensato che dietro all’operazione ci fosse un intento speculativo, ma la Fondazione Prada possiede solo cinque dei dipinti in mostra, acquistati in tempi non sospetti. La retrospettiva è stata voluta da Germano Celant ed è l’ultima della sua sovrintendenza, ideata prima del decesso per Covid, avvenuto nell’aprile del 2020.

Il piano superiore offre un altrettanto interessante visione d’insieme di bozzetti, disegni e memorabilia del pittore. A colpirmi sono state soprattutto le illustrazioni realizzate all’interno della Cape Canaveral Air Force Station, base di lancio che verrà utilizzata anche dalla NASA per la Missione Apollo. Le illustrazioni, realizzate nel 1962 per la rivista Fortune, mostrano una tecnologia sorprendente per l’epoca, come nel caso del disegno dedicato al computer IBM Data Processing.

Nel 1966 la Society of American Illustrators nomina Gnoli miglior illustratore dell'anno, premio raramente conferito a uno straniero, ma l’artista deciderà comunque di concentrarsi prevalentemente sulla pittura e di trasferirsi alle Baleari. Forse in seguito al periodo trascorso negli Stati Uniti, Domenico Gnoli ha fatto suo il motto The Bigger, The Better, imparando a declinarlo alla perfezione nei suoi dipinti, ma continuando a guardare il mondo con gli occhi estasiati di un bambino che s’incuriosisce davanti a un bottone di perla.

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