Giornata nazionale contro lo spreco alimentare: oltre 6 milioni di italiani non hanno soldi per mangiare

Ogni giorno tonnellate di cibo avanzato finiscono nella spazzatura, mentre sempre più famiglie faticano a portare in tavola pasti adeguati e nutrizionalmente corretti. È il paradosso dello spreco alimentare, un fenomeno che in Italia non ha solo un costo ambientale ed economico, ma anche sociale e sanitario. Dietro gli alimenti buttati si nascondono disuguaglianze, cattiva educazione alimentare, obesità e malnutrizione, problemi che colpiscono soprattutto i contesti più fragili. In occasione della Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, abbiamo approfondito il tema con Simone Garroni, responsabile del progetto Azione Contro la Fame Italia. A partire dai dati dell’ultimo Atlante della Fame in Italia, l’organizzazione mostra un paese in cui lo spreco convive con la povertà alimentare e dove l’accesso a un’alimentazione sana non è ancora garantito per tutti. Con Garroni abbiamo parlato delle dimensioni del fenomeno, delle sue ricadute sulla salute pubblica e delle azioni concrete che istituzioni, imprese e cittadini possono mettere in campo per ridurre gli sprechi e migliorare la qualità dell’alimentazione.
Qual è oggi la dimensione del fenomeno dello spreco alimentare in Italia e perché dovremmo considerarlo un problema di salute pubblica oltre che ambientale?
Il dato principale è quello di mezzo kg di cibo a settimana che mediamente ciascuno italiano spreca, quindi un numero decisamente importante. Inoltre, un altro problema etico emerso dagli ultimi dati, è che ci troviamo in una situazione in cui ci sono 6 milioni di persone in Italia che soffrono di povertà alimentare, cioè non hanno le risorse per mangiare e soprattutto mangiare in modo sano, quando invece c'è uno spreco di cibo così importante. Un altro aspetto allarmante dello spreco è quello legato alla produzione alimentare. Da una parte, infatti, abbiamo tutta una produzione di alimenti non venduti che vengono gettati, dall’altra una serie di processi industrializzati che hanno conseguenze impattanti sull’inquinamento, come la produzione di carne bovina, che sappiamo essere uno dei fattori di creazione di gas serra, con delle conseguenze ambientali gravissime.
Come si spiega questo paradosso per cui si butta via cibo mentre una parte della popolazione fatica ad accedere a pasti adeguati?
Si tratta di un problema di disuguaglianza, soprattutto nella distribuzione della ricchezza. Anche qui c'è un altro dato importante che è quello che è uscito pochi giorni fa: circa il 5% della popolazione italiana detiene praticamente tutta la ricchezza del paese, contro il 46-47% che si trova invece in estrema povertà. Quindi c'è sempre maggiore concentrazione della ricchezza di pochi e al contempo nello stesso paese, appunto, 6 milioni di persone che non possono mangiare cibo sano quotidianamente. È un problema di equità, non di distribuzione o logistico: abbiamo a che fare con un sistema che oggi non funziona nel dare a tutti la possibilità di avere una vita dignitosa e quindi anche una salute. Una situazione che si verifica tanto in Italia quanto nel resto del mondo, soprattutto nei paesi a medio reddito, è la mancanza di risorse economiche unita anche in parte a una mancata educazione alimentare: non si sa come meglio orientare i propri acquisti e si mangiano quindi le cose sbagliate, ovvero spesso cibi ultraprocessati, zuccheri, eccessi proteici, invece di seguire una dieta più equilibrata che comprenda frutta, verdura, pesce. Questi ultimi, infatti, sono alimenti che hanno un costo: nel mondo ci sono circa 3 miliardi di persone che non hanno accesso economico ad una dieta sana ed è ovvio che si riversano sui cibi cosiddetti per “riempire la pancia”. Questo comporta poi obesità, un problema costante nei luoghi a basso reddito.
Quanto pesa la scarsa educazione o consapevolezza alimentare nelle scelte di acquisto e consumo delle famiglie?
La scarsa educazione alimentare pesa sicuramente molto. Ciò che abbiamo visto nella nostra analisi è che qui in Europa anche le persone che magari passano da una disponibilità di risorse economiche molto limitata a una maggiore, continuano ad avere le stesse abitudini di acquisto, a meno che non vengano aiutati, indirizzati verso una corretta educazione alimentare, nel capire qual è un giusto bilanciamento di nutrienti e gli accorgimenti nel fare la spesa. È necessario fare dell’informazione, sensibilizzare per capire quali devono essere gli elementi che compongono la dieta sana e come si possono anche ottimizzare le risorse senza dover spendere tanto.
Quali sono le fasce della popolazione più toccate?
Tipicamente le famiglie con bambini o in generale con minori sono quelle che dal punto di vista demografico hanno i tassi più alti di povertà alimentare. Ma anche le persone che vivono al sud, le famiglie dove ci sono componenti stranieri, le famiglie con la persona di riferimento giovane, questo potrebbe sorprendere ma sono quelle dove appunto l'incidente è più alta, oppure dove l'istruzione è mancante. In realtà, però, c'è un punto chiave: tutte queste caratteristiche socio-demografiche sono correlate alla mancanza di lavoro e alla precarietà lavorativa. Questo è ciò che deve essere affrontato in maniera strutturale per andare a risolvere il problema della povertà alimentare, che è un sintomo spesso accompagnato da altre situazioni di vulnerabilità. Chi chi ha poche risorse non riesce ad avere cure mediche, non riesce a pagare l'affitto e quindi a ovviamente a pagare le bollette e, a fronte di molti fattori di vulnerabilità economica, è spesso sul che vengono fatti compromessi.
Cosa possono fare concretamente istituzioni, imprese e cittadini per ridurre lo spreco e allo stesso tempo migliorare l’accesso a un’alimentazione sana?
Intanto dobbiamo essere consapevoli del fatto che lo spreco alimentare si crea in vari momenti della catena di riproduzione del cibo. Per quanto riguarda le famiglie, sicuramente dare valore al cibo è un aspetto importante perché sensibilizza e ci attiva nel cercare soluzioni. Poi bisogna avere un po' di programmazione, organizzazione di quello che è la il possibile consumo durante la settimana, guardare le scadenze. Avere flessibilità poi nel momento in cui si cucina è ugualmente necessario, quindi evitare di buttare troppo facilmente cibo che potrebbe essere ancora consumato. Queste sono piccole azioni che nel quotidiano ciascuno di noi può mettere in atto e danno un contributo. Ovviamente, bisogna agire in maniera più strutturale da un punto di vista istituzionale, facendo della sensibilizzazione e favorendo anche l'utilizzo delle eccedenze, come è stato fatto a partire dalla legge Cava del 2016. Anche se, il punto più strutturale rimane quello di andare a lottare contro la povertà alimentare, anche perché c'è un un legame che è in parte positivo e in parte negativo tra gestione delle eccedenze e povertà alimentare. Troppo spesso le iniziative di aiuto nei confronti di chi si trova in situazione di povertà alimentare sono legati alla disponibilità di eccedenze e quindi si ha un approccio emergenziale, legato alla disponibilità, che tra l'altro spesso per motivazioni logistiche si concentra sui cibi secchi e quindi insufficienti a livello nutrizionale; in questo modo, non si tiene conto della causa originale della della mancanza di risorse, ovvero è il lavoro mancante o precario. Le istituzioni devono concentrarsi sull’autonomia delle persone per poter dare una via d’uscita.
Dal vostro lavoro quali storie vi hanno colpito di più, che possono aiutare a capire la portata del problema?
Il progetto a cui siamo più legati si chiama “Mai più fame. Dall’emergenza all’autonomia” ed è attivo a Milano, Napoli e Bari. Non offre solo aiuti immediati, ma un percorso strutturato per restituire indipendenza alle persone, attraverso tre azioni integrate. La prima è il sostegno alla spesa con tessere prepagate, che permettono di acquistare cibo in modo libero e dignitoso. La seconda è l’educazione alimentare e a uno stile di vita sano. La terza è l’accompagnamento al lavoro, con un percorso di quattro mesi in cui i partecipanti imparano a cercare occupazione, prepararsi ai colloqui e ritrovare fiducia in se stessi. I risultati sono molto incoraggianti: tra il 40 e l’80% riesce a riattivarsi, trovando un impiego o tornando a studiare. Le storie che ci restano più impresse sono quelle di rinascita personale. Una donna ci ha detto: “Non mi sento più con le ali spezzate, ce la posso fare anch’io”. È la prova che la povertà non è solo mancanza di risorse, ma anche perdita di speranza, e che restituire fiducia è il primo vero passo per cambiare le cose.