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Perché torniamo con l’ex? Lo psicologo: “Solitudine e nostalgia sono confuse con l’amore, si idealizza il passato”

Che sia per un breve periodo o per sempre, non sono poche le persone che tornano con il proprio ex: uno psicologo spiega a Fanpage.it le ragioni dietro la cosiddetta “minestra riscaldata”.
Intervista a Dott. Antonio Catarinella
Psicoterapeuta, sessuologo e consulente delle identità sessuali.
A cura di Elisa Capitani
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Si potrebbero scrivere infiniti libri sui ritorni di fiamma, quegli amori che "non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano". Nei film e nella cultura pop gli esempi non mancano sicuramente, anche se non sempre sono positivi: Ben Affleck e JLo hanno riacceso la fiamma dopo più di 15 anni dalla rottura ma si sono lasciati di nuovo, Justin Bieber e Selena Gomez, così come Miley Cyrus e Liam Hemsworth, hanno avuto tira e molla durati un decennio, prima di lasciarsi definitivamente. Ma cosa ci spinge a tornare con il nostro ex partner? È difficile a volte comprendere la differenza tra l'ennesima minestra riscaldata, la nostalgia e il "vero amore". Per questo motivo, abbiamo chiesto al dott. Antonio Catarinella, psicoterapeuta, sessuologo e consulente delle identità sessuali, di aiutarci quali sono le dinamiche che entrano in gioco in queste situazioni e come leggere la scintilla che si riaccende.

Perché tendiamo a tornare da un ex, anche quando la relazione ci ha fatto soffrire o non ci stava più dando nulla?

Quando si pensa a questa domanda, la risposta immediata che spesso emerge è che sia una sorta di debolezza. In realtà, da un punto di vista psicologico, è più corretto parlare di una dinamica di regolazione emotiva, perché le relazioni significative diventano nel tempo punti di riferimento interni. Quando finiscono, viene meno una fonte di sicurezza, continuità e identità e tornare indietro può quindi rappresentare un tentativo, a volte automatico, di ridurre il disagio, ritrovare familiarità e ristabilire un equilibrio. Questo accade soprattutto quando la relazione, se pur dolorosa, era anche fonte di routine, significato e conferme che improvvisamente scompaiono.

Che ruolo hanno idealizzazione, nostalgia e ricordi?

Sicuramente un ruolo centrale. La memoria affettiva non è neutra, ma tende a selezionare e riorganizzare i ricordi in base ai nostri bisogni emotivi. Nei momenti di solitudine o vulnerabilità, il passato può essere ricordato in modo parziale, enfatizzando gli aspetti positivi e minimizzando quelli problematici. Si tratta di un processo spesso involontario, che serve ad attenuare il dolore della perdita. La nostalgia finisce così per rendere quel legame più bello e armonioso di quanto fosse nella sua reale complessità.

Quanto pesa la paura della solitudine nella scelta di riprovarci?

La paura della solitudine è uno dei motori più potenti, anche se spesso viene confusa con il sentimento amoroso. Non si perde solo l’altra persona, ma anche una forma di regolazione emotiva e di continuità identitaria. Ci si ritrova a chiedersi: "Chi sono io senza questa relazione?". In queste condizioni, il cervello tende a privilegiare la familiarità rispetto al benessere, ciò che conosciamo, anche se doloroso, appare meno minaccioso dell’ignoto. Tornare con l’ex diventa quindi una strategia di contenimento dell’angoscia più che una scelta autentica, spesso si abbassa anche la soglia di tolleranza verso dinamiche insoddisfacenti, pur di non restare soli.

Ci sono stili di attaccamento più predisposti a tornare con l’ex?

La letteratura sull’attaccamento suggerisce che alcuni stili insicuri, come quello ansioso-ambivalente, possano aumentare la probabilità di ritorno. Chi ha questo stile vive la separazione come una minaccia alla propria sicurezza e tende a ristabilire rapidamente il legame per ridurre l’angoscia. Anche lo stile evitante può mostrare dinamiche simili, seppure meno evidenti, il ritorno può avvenire quando la distanza diventa eccessiva o quando l’altro si rende nuovamente disponibile, riattivando il bisogno di controllo sul legame. Parliamo comunque di tendenze, non di schemi rigidi, ogni storia personale fa la differenza.

La fine di una relazione può somigliare a una forma di astinenza?

È un paragone che ha basi solide. Le relazioni intime attivano circuiti cerebrali legati alla ricompensa, alla dopamina, alla sicurezza e all’attaccamento. Quando il legame si interrompe, il cervello può reagire con meccanismi simili all’astinenza, ricerca di contatto, irrequietezza, pensieri intrusivi, una sorta di craving affettivo. In questi casi il ritorno non è una scelta razionale, ma un tentativo di alleviare questa sensazione di privazione emotiva.

A volte si torna solo per chiudere qualcosa in sospeso?

Sì, ed è importante non ragionare in termini assoluti, perché non tutti i ritorni sono regressivi. A volte nasce il bisogno di dare un senso emotivo a ciò che è rimasto aperto, incomprensioni, ferite, parole non dette. Tornare può servire a chiudere un capitolo in modo più consapevole. Il rischio, però, è rientrare nello stesso copione se non c’è stato un vero lavoro personale, la domanda da porsi è: "cosa sto cercando di riparare o di chiudere attraverso questo ritorno?" Solo quando questa risposta è chiara la scelta può diventare matura e non guidata dall’urgenza.

Esistono anche ritorni "sani"?

Sì, possono esistere. Se nel tempo c’è stata crescita, riflessione e assunzione di responsabilità, la relazione può essere ripresa su basi diverse, per esempio imparando a comunicare meglio bisogni e limiti. In questi casi non si tratta di nostalgia, ma di una scelta consapevole di costruire qualcosa di nuovo.

Che impatto hanno i social sulle separazioni?

Molto forte. I social mantengono il legame attivo anche quando la relazione è finita, creando una sorta di presenza costante che ostacola il distacco emotivo: storie, foto, aggiornamenti riattivano continuamente ricordi, fantasie e confronti. Basta un like o una visualizzazione per riaccendere emozioni intense e in questo modo la separazione diventa più ambigua e il lutto relazionale si prolunga; si tratta di una forma di contatto mascherato che rende più difficile lasciarsi davvero.

Come possiamo distinguere tra vero amore e bisogno di conforto o abitudine?

Non è semplice, perché dopo una rottura tutto si mescola, tra nostalgia, desiderio e paura. Può essere utile fermarsi e porsi alcune domande: "mi manca quella persona o mi manca non sentirmi solo? Voglio costruire qualcosa di nuovo o sto cercando di colmare un vuoto?" Questo lavoro di riflessione aiuta a separare il bisogno di sicurezza da un sentimento più autentico; un indicatore importante è che l’amore regge il tempo, la distanza e il cambiamento. Abitudine e bisogno di conforto, invece, faticano a tollerare l’incertezza e spingono a riempire subito il vuoto. Quando si riesce a restare in quello spazio senza tornare indietro per urgenza, emergono scelte più consapevoli e autentiche.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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