Perché puliamo casa invece di lavorare, il neuropsicologo spiega cos’è il procrasticleaning

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Perché, invece di lavorare, ci mettiamo a pulire casa? Il neuropsicologo Iannoccari spiega cosa accade nel cervello quando procrastiniamo (e ci dà sei strategie per affrontare il dovere senza rimandarlo al giorno dopo).
Intervista a Prof. Giuseppe Alfredo Iannoccari
Neuropsicologo e presidente di Assomensana

La nobile arte della procrastinazione non necessariamente si esprime stando con le mani in mano mentre il tempo per la consegna di una relazione passa o guardando il criceto girare nella ruota, mentre scatta la dead line per la chiusura di un progetto.
Su TikTok è in trend l’hashtag #procrasticleaning: ovvero rimandare un compito di lavoro impiegando il proprio tempo per spolverare librerie, lucidare l’argenteria o stirare montagne di vestiti. Un compito noioso rimandato per svolgere un compito altrettanto noioso. Ma quale meccanismo scatta nel cervello? Perché troviamo la forza e la voglia di dedicarci alle faccende (diciamolo non così entusiasmanti) pur di rimandare l’obbligo del lavoro? "Il procrasticleaning sembra un paradosso: rimandiamo un’attività poco piacevole per dedicarci a un’altra attività altrettanto noiosa, ma Ii realtà, per il nostro cervello, i due compiti non sono affatto equivalenti" spiega a Fanpage.it il professor Giuseppe Alfredo Iannoccari, neuropsicologo e presidente di Assomensana.

La procrastinazione non è sinonimo di pigrizia

Preparare una relazione o chiudere un progetto può generare incertezza, ansia da prestazione, paura di sbagliare o sensazione di non essere all’altezza. "Una faccenda domestica, invece, è prevedibile e controllabile: sappiamo da dove cominciare, che cosa dobbiamo fare e quando avremo terminato – spiega Iannoccari – La procrastinazione, quindi, non è sempre pigrizia. Molto spesso è una strategia di regolazione emotiva: non evitiamo soltanto il lavoro, ma soprattutto le emozioni spiacevoli associate a quel lavoro". Ci sono anche delle prove scientifiche a sostegno di questa tesi. "Le ricerche di Fuschia Sirois mostrano che l’evitamento produce un sollievo immediato, anche se temporaneo. Successivamente il compito rimane, la scadenza si avvicina e aumentano stress e senso di colpa". Entra poi in gioco un meccanismo di autoassoluzione: se invece di scrivere la relazione riordino la libreria, posso dirmi che non sto perdendo tempo, perché sto comunque facendo qualcosa di utile. "È una forma di procrastinazione “produttiva”, che ci permette di evitare il compito prioritario senza sentirci completamente inattivi".

Il senso del dovere

Il concetto di obbligo, il senso del dovere contano moltissimo nell'esecuzione di un compito. "Quando percepiamo un’attività come imposta, possiamo avvertire una riduzione della nostra libertà di scelta e sviluppare una resistenza: “Devo farlo, ma non voglio che siano la scadenza o qualcun altro a decidere per me”. Tuttavia, non è soltanto una questione di obbligo. "Nel bisogno di rimandare un dovere ci sono almeno quattro elementi: il significato attribuito al compito, la sua difficoltà, le emozioni che suscita, la distanza della ricompensa. Possiamo procrastinare perché il compito è noioso, ma anche perché è troppo importante. Una persona può rimandare una semplice telefonata perché la trova fastidiosa; un’altra può rinviare l’invio di una candidatura perché teme un rifiuto". Nel secondo caso non viene evitato l’obbligo, ma la possibilità di essere giudicati. "Anche il perfezionismo può avere un ruolo. Se penso che il lavoro debba essere impeccabile, iniziare diventa rischioso: ogni prima versione mi sembrerà inadeguata. Rimandare protegge temporaneamente l’immagine che ho di me, perché finché non comincio non posso fallire. Direi quindi che la procrastinazione non è propriamente “perdere tempo”: è utilizzare il tempo per allontanarsi da una sensazione spiacevole. Il problema è che ciò che ci fa stare meglio nel presente può creare un costo maggiore per il nostro “io futuro”"..

Cosa succede nel cervello quando procrastiniamo

Un articolo scientifico pubblicato su Nature ha provato a indagare cosa succede nel cervello quando scegliamo di rimandare lo svolgimento di un compito "Lo studio ha coinvolto 51 adulti sani e ha combinato prove comportamentali, osservazione nella vita quotidiana e risonanza magnetica funzionale. I partecipanti dovevano scegliere se affrontare un determinato sforzo subito oppure rimandarlo. I ricercatori hanno inoltre osservato quanto tempo impiegavano a restituire alcuni moduli amministrativi ricevuti durante l’esperimento. Il risultato più interessante riguarda il modo in cui il cervello valuta lo sforzo futuro. Il lavoro che dovremo svolgere domani ci appare meno pesante di quello che dobbiamo affrontare oggi. In termini tecnici, tendiamo a “scontare” il costo dello sforzo nel tempo più rapidamente rispetto al valore della ricompensa. È il motivo per cui pensiamo: “Oggi sono stanco, domani sarà più facile”".  Quando però arriva domani, lo sforzo torna a essere presente e riacquista tutto il suo peso. "Possiamo così rimandarlo ancora una volta. Lo studio ha associato questa valutazione all’attività della corteccia prefrontale dorso-mediale, coinvolta nell’integrazione fra costi, benefici e dimensione temporale. Le persone che svalutavano maggiormente lo sforzo futuro tendevano anche a procrastinare di più nella restituzione dei moduli. È importante precisare che lo studio propone un modello iniziale, su un campione limitato: non ha scoperto il “centro cerebrale della procrastinazione”. Dimostra, però, che il rinvio deriva anche dal modo dinamico con cui il cervello confronta lo sforzo di oggi con quello, apparentemente più leggero, di domani".

Il meccanismo della ricompensa

Una faccenda domestica ha un inizio e una fine e soprattutto dà una soddisfazione immediata: il risultato è immediato, sotto gli occhi. Anche il meccanismo della ricompensa gioca un ruolo di primo piano nella procrastinazione. "Conta moltissimo. Una faccenda domestica possiede caratteristiche particolarmente gratificanti: ha un inizio definito, una fine riconoscibile e un risultato immediatamente visibile. Se pulisco una finestra, vedo subito la differenza fra prima e dopo. Se lavoro per un’ora a un progetto complesso, potrei avere soltanto alcuni appunti, una pagina ancora imperfetta o nessun risultato conclusivo. Nel primo caso la ricompensa è certa e vicina; nel secondo è lontana e, in parte, incerta. Le ricerche sul temporal discounting mostrano che tendiamo ad attribuire un peso maggiore ai benefici immediati rispetto a quelli futuri. Uno studio del 2024, che ha osservato l’intero andamento reale del lavoro e non soltanto la data finale di consegna, ha trovato un’associazione fra maggiore svalutazione delle ricompense future e maggiore procrastinazione". Il procrasticleaning produce persino una doppia ricompensa: "Otteniamo un ambiente più ordinato e, contemporaneamente, proviamo sollievo perché ci siamo allontanati dal compito più impegnativo. Questo meccanismo può però essere utilizzato anche a nostro favore. Se suddividiamo un progetto in risultati piccoli e visibili — per esempio scrivere il titolo, definire tre punti o completare una pagina — offriamo al cervello ricompense intermedie. Il lavoro smette di essere una montagna indistinta e diventa una successione di traguardi raggiungibili". 

Il blocco dello scrittore

A volte tutto sta nell'iniziare. Un po' come succede con il blocco dello scrittore, la pagina bianca che col suo candore diventa minacciosa. Tutto è prendere l’abbrivio. "L’inizio è spesso il momento cognitivamente più impegnativo. Quando il compito è ancora indefinito, il cervello deve scegliere da dove partire, organizzare le informazioni, stabilire le priorità, inibire le distrazioni e tollerare l’incertezza. Nel blocco dello scrittore, per esempio, non sempre mancano le idee. A volte manca la disponibilità ad accettare una prima frase imperfetta. Se pretendiamo che l’inizio sia già all’altezza del risultato finale, ogni parola diventa una decisione difficile. Accade anche quando dobbiamo preparare una presentazione. Pensare “devo realizzare trenta diapositive” produce un elevato carico mentale, dirsi “apro il file e scrivo i tre messaggi fondamentali” rende invece l’avvio accessibile". La motivazione, contrariamente a quanto si pensa, non deve necessariamente arrivare prima dell’azione. "Molto spesso compare dopo che abbiamo cominciato. L’avvio riduce l’incertezza, rende il compito più concreto e produce una prima percezione di controllo. È come spingere un’automobile ferma: lo sforzo maggiore serve per metterla in movimento; successivamente l’inerzia ci aiuta. Per questo, nei momenti di blocco, non dovremmo imporci di completare il lavoro, ma soltanto di iniziarlo in una forma minima e provvisoria".

Sei strategie per i procrastinatori seriali

La forza di volontà non sempre basta. Il professor Iannoccari ha elaborato sei piccole strategie per venire in soccorso dei procrastinatori seriali.

  1. Riconoscere l’emozione che stiamo evitando. Chiediamoci: “Questo compito mi annoia, mi spaventa, mi confonde o mi fa sentire inadeguato?”. Dare un nome all’ostacolo ci consente di scegliere la strategia appropriata.
  2. Definire la prima azione concreta. Non “devo preparare il progetto”, ma “apro il documento e scrivo tre titoli”.
  3. La regola dei cinque minuti: iniziare il compito con l’impegno di dedicarvi soltanto cinque minuti. Possiamo fermarci allo scadere del tempo, ma spesso, una volta superata la resistenza iniziale, continuiamo spontaneamente.
  4. Stabilire quando e dove agire: “Domani alle 9.00, dopo il caffè, lavorerò venticinque minuti alla relazione”. Le intenzioni precise sono più efficaci dei generici “lo farò domani”. Queste strategie, chiamate implementation intentions, sono state studiate anche in relazione alla procrastinazione e al raggiungimento degli obiettivi.
  5. Rendere visibile il progresso, suddividendo il lavoro in piccole unità da completare.
  6. Programmare le distrazioni. Se mentre lavoro mi viene voglia di riordinare la libreria, posso annotarlo e decidere che lo farò dopo venticinque minuti. Non devo eliminare quel pensiero: devo evitare che diventi immediatamente un comportamento.

"Non bisogna aspettare di avere voglia di svolgere un compito assegnato – conclude Iannoccari – Bisogna costruire un ‘ingresso nel compito’ così piccolo, chiaro e poco minaccioso che il cervello non abbia più bisogno di evitarlo.

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