Le conseguenze psicologiche della guerra in Iran: la dottoressa Mosini spiega cos’è lo stress traumatico vicario

Ansia, attacchi di panico, notti insonni: la situazione geopolitica mondiale attuale sta sconvolgendo il globo intero per la sua portata. I media, i social e i dibattiti politici riportano una serie di condizioni talmente drammatiche, da Gaza all'Iran e al Libano fino all'Ucraina, che l'eco arriva anche a noi che ci troviamo geograficamente più lontani. Le conseguenze a livello psicologico sono numerose e importanti anche qui: a chi segue le notizie quotidiane può sembrare di trovarsi in uno scenario apocalittico, un'ambientazione alla 1984 di George Orwell o alla Handmaid's Tale. E in questo contesto, possono crescere sentimenti e sensazioni difficili da controllare, come un senso di impotenza davanti alle difficoltà, ansia e paura per i nostri cari o addirittura, nei casi più gravi, veri e propri stati depressivi e attacchi di panico. Per cercare di comprendere meglio le conseguenze delle guerre abbiamo chiesto a Paola Mosini, psicoterapeuta all'Humanitas PsicoCare, di aiutarci a capire come nascono questi sentimenti e come imparare a conviverci e a tenerli a bada per evitare che diventino invalidanti.
Quanto influisce l’esposizione continua alle notizie di guerra sul benessere mentale di chi vive lontano dai conflitti?
La sovraesposizione mediatica può avere un forte impatto anche su chi non è direttamente coinvolto nei conflitti. La ripetuta esposizione a immagini e notizie di guerra può attivare i sistemi di allerta legati alla neurobiologia dello stress. In altre parole, la continua visione di immagini e aggiornamenti rende le persone perennemente vigili, come se dovessero restare in uno stato di attenzione costante. Questo stato di iperattivazione può tradursi in un aumento dell’ansia, in tensione, preoccupazioni per il futuro e difficoltà di concentrazione. Di conseguenza anche la salute mentale può risentirne.
Quali sono i sintomi psicologici più comuni legati a questa esposizione continua?
Uno degli aspetti più frequenti è la percezione costante di una minaccia: anche se si vive lontano dal conflitto, può emergere un senso diffuso di precarietà. Le persone si sentono più incerte rispetto al futuro e questo può generare ansia, angoscia e preoccupazione persistente. A questo si aggiungono effetti anche sul piano fisico, legati allo stato di allerta prolungato. In alcuni casi si parla anche di stress traumatico vicario, una condizione in cui le persone, pur non vivendo direttamente il trauma, finiscono per sperimentarne alcuni effetti emotivi. È come se vivessero il conflitto in modo indiretto, anche senza essere sul campo o sotto le bombe, la percezione di minaccia può comunque attivarsi e produrre reazioni psicologiche simili a quelle di chi è più vicino agli eventi.
Che ruolo hanno i media e i social nel rafforzare queste reazioni emotive?
Oggi, rispetto al passato, siamo molto più esposti alle immagini. Non si tratta solo di leggere una notizia sul giornale, ma di vedere filmati, frammenti video e immagini molto forti che rendono le tragedie più immediate e vicine. Per alcune persone, soprattutto quelle più sensibili, questo rende l’esperienza molto più impattante. In un certo senso si crea una sorta di immersione continua nelle tragedie che avvengono nel mondo. Anche eventi lontani finiscono per sembrare molto più vicini.
Ci sono categorie di persone più vulnerabili a questo tipo di impatto?
Una caratteristica che può rendere più vulnerabili è l’intolleranza all’incertezza. Le persone che faticano a tollerare situazioni imprevedibili possono sentirsi più facilmente in pericolo quando il contesto globale appare instabile. Anche gli anziani possono essere più esposti, perché talvolta hanno meno distrazioni e possono restare più a lungo a contatto con le notizie. I giovani, invece, pur essendo molto esposti ai social, spesso hanno anche più occasioni di distrarsi e di trovare altre risorse nella vita quotidiana.
Negli ultimi anni si parla molto anche di doomscrolling, cioè della tendenza a scorrere compulsivamente notizie negative sui social. Quanto è rischioso questo comportamento?
Il rischio è legato soprattutto alla modalità con cui si fruiscono le informazioni. Sui social spesso si vedono moltissime immagini e contenuti in modo rapido e superficiale, senza avere il tempo di contestualizzarli davvero e questo può amplificare la percezione di pericolo e rendere le notizie più destabilizzanti. È importante invece cercare di limitare l’esposizione, scegliere fonti affidabili e avere un rapporto più consapevole con l’informazione. Informarsi è importante, ma può essere utile farlo in momenti specifici della giornata e in modo più controllato.
Quali strategie possono aiutarci a restare informati senza sentirci sopraffatti dall’ansia?
In momenti di instabilità globale è fondamentale proteggere il proprio equilibrio psicologico e in questo senso avere una routine quotidiana, anche flessibile, può dare un senso di stabilità. È utile concentrarsi sulle relazioni significative e sui punti fermi della propria vita, che rappresentano veri e propri ancoraggi emotivi. Anche la possibilità di distrarsi è importante: attività fisica, momenti di socialità e spazi dedicati al tempo libero fanno parte di una vita sana. Chi ha la fortuna di vivere in contesti relativamente sicuri dovrebbe cercare di preservare questi aspetti della quotidianità.
Molte persone riferiscono anche un forte senso di impotenza di fronte a tragedie che sembrano impossibili da cambiare. Come si può gestire questa sensazione?
Il senso di impotenza emerge spesso quando si percepisce una minaccia continua e incontrollabile. Situazioni simili si sono viste anche in altri momenti storici, come durante la pandemia o dopo grandi attentati. Il problema diventa più serio quando la paura modifica il comportamento quotidiano delle persone, per esempio quando si smette di viaggiare, di prendere i mezzi pubblici o di uscire per timore di possibili attacchi; in questi casi si entra in una dimensione più clinica.
Quando è il caso di rivolgersi a uno specialista?
Se l’ansia diventa così intensa da limitare la vita quotidiana, è importante chiedere aiuto. Il lavoro terapeutico aiuta soprattutto a tollerare l’incertezza e a ridimensionare alcune paure. La mente tende, infatti, a concentrarsi su determinati rischi, spesso quelli più visibili nei media, mentre nella realtà esistono molti altri pericoli quotidiani che non percepiamo allo stesso modo. Un percorso psicologico può aiutare a rimettere le cose nella giusta prospettiva e a ritrovare un senso di controllo.