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La noia fa bene al cervello, il neuropsicologo: “Una sana pigrizia riduce il cortisolo e aiuta la memoria”

L’ozio è il re dei vizi, recita un vecchio proverbio. Ma siamo sicuri che annoiarsi, lasciare dei momenti senza impegni sia davvero un peccato capitale? L’esperto spiega perché delle agende troppo fitte possono affaticare il nostro cervello.
Intervista a Prof. Giuseppe Alfredo Iannoccari
Neuropsicologo e presidente di Assomensana
A cura di Francesca Parlato
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Vietato essere pigri. È l'undicesimo comandamento del mondo contemporaneo. D'altra parte l'accidia, al pari della gola e della lussuria, è uno dei sette vizi capitali. E oggi più che mai in una società che ci vuole costantemente attivi, sempre sul pezzo, tanto da sviluppare un'ossessione come la FOMO (Fear of Missing Out, la paura di essere tagliati fuori), non c'è posto per il vuoto, non c'è posto per lo spazio bianco. Ogni momento deve essere impegnato, ogni slot deve essere riempito. Il ‘tempo libero' va pianificato (schedulato per chi vuole importare i termini inglesi) e questo vale per grandi e piccoli. Già a tre anni i bambini vanno costantemente intrattenuti: sport, laboratori, corsi di lingue. Tutto purché non si annoino. Ma siamo sicuri che annoiarsi sia davvero così imperdonabile?

Il cervello non ha bisogno di stimolazioni continue

Abituati come siamo a considerare i momenti di vuoto come qualcosa di socialmente inaccettabile, tendiamo a riempire di continuo le nostre giornate e nei rari momenti in cui il calendario è vuoto ci pensano gli smartphone e i social a colmare questi attimi, offrendoci il meglio del mondo in format da 15 o 30 secondi. Ma questa continua stimolazione a lungo andare non è salutare per il nostro cervello. "Dal punto di vista neuropsicologico, ritengo che il cervello umano non sia progettato per una stimolazione continua e ininterrotta. – ha spiegato a Fanpage.it il professor Giuseppe Alfredo Iannoccari, neuropsicologo –  Al contrario, il cervello ha proprio la necessità fisiologica di alternare fasi di attivazione e fasi di “riposo attivo”". Uno dei sistemi più studiati in questo senso è il Default Mode Network (DMN): "Si tratta di una rete cerebrale che si attiva proprio quando non siamo impegnati in compiti specifici. Gli studi (Marcus Raichle, 2001) hanno mostrato che questa rete è fondamentale per svolgere processi come: consolidamento della memoria, riflessione su sé stessi, pianificazione futura, creatività". Un eccesso di stimoli – notifiche, attività programmate, multitasking – mantiene il cervello in uno stato costante di “task mode”. "E si impedisce al DMN di svolgere il suo lavoro: si riducono quindi gli spazi di ‘decompressione’ e le persone diventano più irritabili e hanno maggiori difficoltà di concentrazione"

L'importanza della noia per il nostro cervello

L'ozio, la pigrizia, la noia sono carichi di significati negativi. Una persona pigra è una persona che non vuole lavorare, che preferisce stare seduta sul divano, che non si rimbocca le maniche, non si ammazza di fatica. "Il termine “pigrizia” è culturalmente carico di giudizio negativo, ma in neuropsicologia preferiamo distinguere tra: inerzia disfunzionale che consiste nella pigrizia dovuta a tratti patologici come la depressione, il burn out, l’esaurimento emotivo e cognitivo. E poi c'è il riposo adattivo, ossia il recupero cognitivo ed emotivo a seguito di un periodo di prolungata attività. Rivalutare una “sana pigrizia” significa riconoscere il valore del recupero energetico". Le teorie scientifiche a supporto spiegano infatti che le risorse cognitive non sono infinite. "Le teorie sul ‘ego depletion’ dimostrano che le nostre risorse non sono infinite: decisioni, attenzione e autocontrollo si esauriscono. Inoltre, ricerche pubblicate su Nature Reviews Neuroscience indicano che i momenti di inattività favoriscono la cosiddetta “offline processing”, cioè la rielaborazione inconscia delle informazioni. Per capire meglio questo punto, ripensiamo a tutte le volte che una soluzione a un problema è arrivata in momenti assolutamente insoliti, ad esempio sotto la doccia o durante una passeggiata. Non è casuale: è il cervello che lavora meglio quando smettiamo di forzarlo".

Dalla scholé all'oziofobia

Nell'Antica Grecia l’ozio era considerata un’attività per aristocratici, un tempo dedicato allo studio fine a sé stesso. Oggi l'ozio fa paura, per alcune persone stare con le mani in mano è una fonte di ansia, il tedio è un nemico da cui fuggire. E invece hanno sempre avuto ragione i greci. "Aristotele e altri filosofi consideravano l’ozio (scholé) come tempo dedicato alla riflessione e alla crescita personale e oggi la neuroscienza conferma questa intuizione. Infatti, il “dolce far niente” riduce i livelli di cortisolo (ormone dello stress), migliora la connettività cerebrale e favorisce la creatività divergente. – spiega Iannoccari – Uno studio di Kalina Christoff (2016) ha evidenziato come il mind-wandering (vagabondaggio mentale) sia associato a una maggiore capacità di problem solving creativo".  Trovare degli spazi di noia: coltivare dei momenti in cui le agende non sono strapiene è un obiettivo che tutti noi dovremmo darci. "La noia è una funzione psicologica fondamentale, non un nemico da evitare. Dal punto di vista neuropsicologico segnala un bisogno di cambiamento o di significato, stimola l’esplorazione, attiva processi creativi. Uno studio di Sandi Mann ha dimostrato che le persone sottoposte a compiti monotoni producono idee più creative subito dopo". Il problema è che oggi eliminiamo sistematicamente la noia attraverso attività come lo scrolling continuo sui social e impediamo al cervello di attivare questi meccanismi. "Lo sanno bene i bambini che in mancanza di device (tablet, ecc.) inizialmente protestano, ma dopo poco inventano un gioco. È in quel momento che stanno sviluppando capacità cognitive fondamentali"

5 consigli pratici per annoiarsi

Sulla carta potrebbe sembrare la cosa più facile del mondo. Terminare il lavoro, posare il telefono e sedersi sul divano a pensare (non dormire). Ma per chi proprio non riesce a mollare, ad abbassare il ritmo delle sue giornate ecco i cinque consigli del professor Iannoccari per allenarsi alla noia.

1. Programmare il “vuoto”: Inserire in agenda momenti senza attività, proprio come si farebbe con un impegno importante.

2. Limitare la stimolazione continua: Ridurre notifiche e multitasking per permettere al cervello di alternare focus e riposo.

3. Accettare la noia senza evitarla subito: Resistere alla tentazione di prendere lo smartphone: lasciare spazio al pensiero spontaneo.

4. Integrare pause attive: Passeggiate, doccia, attività ripetitive: favoriscono il lavoro inconscio del cervello.

5. Riconoscere la differenza tra riposo ed evitamento: Il riposo rigenera, l’evitamento cronico prosciuga energia: imparare ad ascoltare i segnali interni.

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