Edoardo Lavagno: “Mi dicevano ‘ci vuole tempo’, ma il dolore aumentava. Dovevo fermarmi prima”

Edoardo Lavagno ha stretto i denti fino alla fine per continuare a coltivare la sua passione e inseguire il suo sogno. Il tennista torinese classe 1998 si è allenato e ha giocato letteralmente sopra al dolore, tenendo duro e arrendendosi solo quando ha capito che non poteva chiedere di più al suo fisico. Poche settimane fa questo ragazzo che in carriera ha raggiunto come best ranking la 223a posizione del ranking ha annunciato il suo ritiro, a causa di gravi e persistenti problemi alla schiena. Impossibile proseguire, ma il tennis resterà comunque la sua vita, anche se sotto una veste diversa.
Ai microfoni di Fanpage Edo si racconta con grande sincerità: dal suo "viaggio" nel tennis professionistico, fatto di infortuni silenziati e necessità economiche, passando per il trauma emotivo che lo ha spinto a cancellare tutte le app di tennis dal telefono per non soffrire, fino ad arrivare ai ricordi indelebili di una carriera vissuta con passione viscerale.
Edoardo andiamo un po' controcorrente, qual è la cosa più bella che ti è successa nei giorni successivi all'annuncio del ritiro? Hai ricevuti tantissimi messaggi d'affetto.
"Sicuramente tutti i messaggi d’affetto che ho ricevuto, i commenti belli, le chiamate, mi hanno fatto molto, molto piacere. Perché ho capito che, nonostante il momento brutto che stavo passando, avevo veramente tante persone vicine. È stato un momento impegnativo a livello emotivo, perché non è stato semplice, ma è stato anche bellissimo. Ho rivissuto tanti bei ricordi: tante persone mi scrivevano ‘ti ricordi quella volta che eravamo in Sud America?’, ‘ti ricordi al Cairo?’. Sono tornate in mente tante scene, tante emozioni. Quello è stato sicuramente uno dei momenti più belli".
È come se ti fosse ripassata davanti tutta la carriera. Quando hai iniziato ad accusare problemi alla schiena avevi il timore che le cose sarebbero potute finire poi così?
"Onestamente no. Ho iniziato ad avvertire i dolori più o meno tra luglio e agosto del 2023. Ho giocato sopra il dolore per circa un anno, finché sono arrivato a quel torneo in Svezia: il giorno della finale ho avuto una fitta più forte e lì ho deciso di fermarmi. Sono andato a farmi controllare ed è venuto fuori quello che c’era. Ma mi avevano detto che si trattava di un paio di mesi. Perciò ho sempre visto il rientro in campo molto vicino. Non ho mai smesso, neanche per un secondo, di credere che nel giro di qualche mese sarei tornato".
E invece poi cosa è successo?
"Il problema è che passavano i mesi e io continuavo a stare male. Mi dicevano: ‘ci vuole ancora tempo, l’edema deve riassorbirsi’. Però più passava il tempo, più le condizioni non miglioravano. Anzi, a un certo punto hanno quasi iniziato a peggiorare. E lì, dopo più di un anno di stop, un anno e mezzo praticamente, ho deciso di finirla”.
Hai parlato di "giocare sopra il dolore". Quanto spesso avviene questa situazione per un tennista? Difficile essere con i ritmi attuali sempre al top?
"Anzi, forse sono poche le volte in cui un giocatore si sente realmente bene fisicamente quando entra in campo. Spesso si deve convivere con dolori, dolorini, che purtroppo in alcuni casi possono portare a un peggioramento, come è stato nel mio caso".
Sono un po’ brutale: quando hai preso davvero atto dell’inevitabilità del ritiro, qual è stato il primo pensiero di getto?
"Un po’ di rammarico, anche nel non essermi fermato prima. Magari era una situazione che, se mi fossi fermato a settembre 2023 per esempio, e avessi fatto un controllo in più invece di continuare imperterrito a prendere antidolorifici per giocare, fermandomi una o due settimane per aspettare che diminuisse il dolore, forse non sarebbe successo. Se fossi stato un po’ più meticoloso in quei momenti, magari le cose sarebbero andate diversamente. Però purtroppo siamo talmente abituati a convivere con dolori e infortuni che non pensi che da un semplice mal di schiena, che è una cosa abbastanza comune, si possa arrivare a questo".
Il fatto che si giochi in condizioni tutt'alto che ottimali è legato alla necessità di fare punti e di sostenersi anche economicamente?
"È la verità. Oltre a essere una passione è anche un lavoro, quindi bisogna pensarci. La questione dei punti è spesso la fonte principale del problema, soprattutto per i giocatori che non sono a un livello altissimo, tipo top 50. Se sei lì, magari hai la settimana in cui difendi meno punti e, se fai bene un torneo, prendi 200 punti e ‘ti salvi’. Quando sei a un livello più basso, capita di avere quasi tutte le settimane punti da difendere. E questo ti porta a stringere i denti anche quando sarebbe meglio riposare. È uno sport in cui, oltre a competere contro gli avversari, competi anche contro quello che hai fatto l’anno prima. Se l’anno precedente hai ottenuto un certo risultato, per riconfermarti devi fare lo stesso o meglio. Altrimenti perdi punti, perdi classifica. E lì entra anche la parte economica: perdi la possibilità di giocare certi tornei. È un po’ un cane che si morde la coda".
Ma quanto è cambiato il tennis nel corso degli anni, cosa hai percepito nella tua carriera?
"Il tennis è in continua evoluzione. Anche in un paio d’anni può cambiare tutto. A volte basta la tecnologia: cambia una racchetta, una corda, una palla, e si velocizza tutto. Quello che ho notato rispetto a dieci anni fa è la professionalità. Anche nei 15.000 dollari, che sono l’entry level del professionismo, trovi giocatori senza punti ATP ma con un’attitudine incredibile. Riscaldamento di un’ora in palestra prima di entrare in campo, precisione, mentalità da professionisti. Una volta era un po’ più ‘alla buona’. Oggi vedi ragazzini di 14, 15, 16 anni già sul pezzo, molto strutturati. A livello tecnico vedo un gioco sempre più veloce: servizio più potente, più aggressività. Questo è sicuramente cambiato”.
Edoardo nel corso della tua carriera ci sono stati dei momenti in cui, a prescindere dagli infortuni, hai pensato di mollare?
"Ne sento spesso parlare anche da miei ex colleghi che magari continuano, ma non hanno più tutta quella voglia. Io ti dico la verità: quando ero ragazzino ho avuto tanti infortuni. La mia è stata una carriera in realtà molto breve, sempre condizionata da problemi fisici. Mi avevano detto che non avrei più potuto giocare, ho subito un’operazione, eccetera. Per me anche solo poter scendere in campo è sempre stato motivo di orgoglio, per non aver mollato da piccolo. Ma soprattutto era divertimento: a me piace proprio questo sport. Può diventare più dura la parte dell’allenamento, del lavoro quotidiano. Quando sei lontano dai tornei può essere più pesante, perché per quanto sia uno sport e un gioco, diventa un’abitudine, diventa un lavoro. Devi andare ad allenarti anche quando non hai voglia di essere in campo alle nove del mattino. Però nel momento della competizione, della partita, del torneo… per me era tutto. L’adrenalina pre-partita era tutto. Anche perché avevo già rischiato di non poterla più provare. Già solo scendere in campo per me era gioia e divertimento".
Ora che succede, resterai nel mondo del tennis?
"Assolutamente. È la mia più grande passione da quando sono bambino. Trasmettere le esperienze che ho fatto in questi anni, sia a livello di tornei sia nella quotidianità, potrebbe essere utile per far crescere nuovi giocatori".
Si apre una nuova fase della tua vita, vedi il tennis con un occhio diverso? Quando guardi una partita in tv, dal vivo… come vivi queste emozioni?
"In questo momento sono ancora un po’ scottato. Non ho più guardato nulla. Non solo non ho visto l’Australian Open, non ho visto neanche un punto. Niente highlights, niente. Ho provato una volta a mettere su YouTube gli highlights di Sinner-Djokovic, ma dopo quindici secondi ho tolto. Anche le classiche applicazioni per seguire i tornei… Quando giochi sei ‘malato', guardi tutto il tempo. Io controllavo sempre SofaScore: ITF, qualificazioni, Challenger, tabelloni… guardavo tutto. Ho cancellato le applicazioni e non ho più guardato nulla. Da sei o sette mesi ho rimosso completamente le informazioni sul tennis. Sto ancora facendo un po’ fatica ad accettare la situazione sotto quel punto di vista. Però sicuramente mi passerà".
Ci saranno anche dei lati positivi: penso famiglia, affetti, amicizie, tutto quello che hai dovuto trascurare per il tuo lavoro.
"Sì, sicuramente ci sono dei lati positivi. Però ti dico che la vita che facevo prima mi piaceva. È una scelta un po’ obbligata. Però sì, ci sono aspetti positivi”.
Si è parlato tanto del tuo match con Fonseca. Lui è un po’ l’emblema del modo attuale di ragionare oggi sul tennis: prima l’esaltazione, poi giudizi contrastanti. Come si spiega questa dinamica?
"Non è per niente semplice. Giocando praticamente tutto l’anno è normale avere alti e bassi: fisici, mentali, tecnici. Un ragazzo così giovane, anche se ha un livello altissimo, e lo ha dimostrato, perché quando sta bene può battere quasi tutti, è normale che nel percorso di crescita abbia momenti di apparente stallo. Che poi in realtà non sono stalli, perché continuerà a migliorare tantissimo. Però non si può pensare che a diciott’anni uno inizi a vincere quattro o cinque partite a torneo ogni settimana".
Normali dinamiche di crescita insomma per questi giocatori che possono comunque insegnare tanto no?
"Fa parte della crescita vivere momenti di sconforto. Sono situazioni che insegnano tanto: trovare soluzioni diverse, magari meno spettacolari ma più efficienti. Perché quando sei in fiducia puoi cercare il vincente a 180 all’ora e ti tira fuori dai guai. Ma quando sei in sfiducia, forzare ancora di più non è sempre la scelta giusta. Questi momenti servono per imparare altre soluzioni. E questo, per un giocatore come Fonseca, può essere fondamentale per crescere ancora".
Parli già da coach…
"Anche se non penso sia la stessa adrenalina che ti dà scendere in campo, allenare un giocatore o una giocatrice penso sia comunque una bella emozione. Quella tensione lì, in un futuro, vorrei riprovarla".
C’è qualcosa di speciale, un’emozione che oggi riesci a ricordare senza che ti faccia male? Un momento che ti strappa ancora un sorriso quando ci pensi?
"Domanda impegnativa. C’è un velo nostalgico un po’ su tutto, questo sì. Però le amicizie che ho stretto in questi anni sono una cosa che mi porto dentro con grande piacere. E poi alcune vittorie. Già solo la vittoria contro Darderi a casa mia, a Torino, al Challenger 175, con i miei genitori sugli spalti. Loro non hanno avuto spesso la possibilità di vedermi giocare, perché ero sempre via. Poter sognare insieme a tutta la mia famiglia, al mio allenatore, al preparatore atletico… sono momenti di grande gioia che abbiamo vissuto insieme. Sì, insomma: quella vittoria davanti ai miei genitori, davanti ai miei amici, contro Darderi e Caruso… oppure la semifinale contro Muller, vinta al terzo set per raggiungere la mia prima finale al Challenger 125 di Perugia. E poi i primi due titoli in Kazakistan. Ci sono tanti momenti belli che mi ricordo”.