Claudio Pistolesi: “Sinner ricorda Borg, ma non farà la sua fine. Chi attacca Musetti ha problemi”

Claudio Pistolesi si emoziona quando parla di quel tennis che è come una moderna "tragedia greca" moderna fatta di trionfi, cadute, risalite e colpi di scena. L’ex tennista italiano, stimato coach, membro del comitato ATP, scrittore e pioniere del cambiamento (vedi il nuovo progetto "intense tennis") ha analizzato con lucidità e passione gli Australian Open. Impossibile non partire da Sinner-Djokovic sfida emblematica per capire quanto questo sia lo "sport del diavolo", soffermandosi anche però su quanto accaduto tra Alcaraz e Zverev, con le zone grigie di quella semifinale.
Pistolesi ai microfoni di fanpage.it ha accostato Sinner a Borg, certo però che l'azzurro avrà maggiore fortuna rispetto allo svedese. Non ha dubbi Claudio sulla ripresa del campione italiano che in tempi brevi tornerà a vincere e lotterà per il numero uno al mondo. Difesa a spada tratta da parte sua non solo di Jannik, ma anche di Lorenzo Musetti e di tutti i nostri portacolori che ci stanno regalando enormi soddisfazioni. Tra un aneddoto sul passato e uno sguardo ai suoi progetti futuri in America, Pistolesi ci racconta perché la cultura della sconfitta va cambiata. Uno sguardo privilegiato insomma sui nuovi equilibri del tennis mondiale.
Claudio partiamo dalle due semifinali super degli Australian Open?
"Secondo me vanno guardate entrambe le semifinali, non solo quella di Jannik Sinner con Novak Djokovic, ma anche quella di Carlos Alcaraz con Alexander Zverev. Zverev serviva per il match e, invece di pensare a fare 15-0, 30-0 con calma, ha cominciato a innervosirsi. È lì che ha perso la partita. Perché altrimenti era finita. Con un po’ più di lucidità, che Zverev non ha mai dimostrato quando conta davvero a quei livelli, nemmeno stavolta, la partita era sua. Alcaraz in finale non ci doveva neanche stare".
Che idea ti sei fatto sulla polemica di Zverev sul MTO per i crampi di Alcaraz?
"Se è vero che i crampi non prevedono il medical timeout, allora c’è stata una violazione. E questo non c’entra niente con la storia del tetto, che è un’altra cosa. Molti dicono: ‘Anche a Sinner hanno chiuso il tetto quando serviva'. Ma quello non è dimostrabile. Se invece è vero che aveva i crampi e che gli hanno massaggiato le gambe, allora lì entriamo in un’area grigia. Molto grigia. Quindi la semifinale tra Zverev e Alcaraz ha ancora delle ombre da chiarire. Però, in qualche modo, Alcaraz è arrivato in finale, stanchissimo, ma comunque meno stanco di Djokovic".

E su Sinner-Djokovic, che idea ti sei fatto?
"Il tennis è davvero lo sport del diavolo: Sinner aveva vinto più punti di Djokovic, eppure Djokovic ha vinto la partita. C’è poco da fare: se non sfrutti le palle break, perdi. E penso che la frase di Jannik sul tennis che una volta era più divertente, sia stata semplicissima ma devastante. Nel senso: ‘Non mi diverto più', perché c’è questo obbligo continuo di vincere. Mi ricorda un po’ Björn Borg, che dopo essere stato battuto da John McEnroe si è ritirato a 25 anni. Guarda caso, l’età di Sinner. Ma voglio credere che stavolta non succederà. Anzi, ne sono sicuro. Sinner, a differenza di Borg, continuerà. Anche se oggi c’è un rivale come McEnroe lo era per Borg, il parallelo ci sta: Borg-McEnroe, oggi Sinner-Alcaraz".
Significativo questo parallelismo, ma come andrà a finire questa volta?
"Hanno anche due anni di differenza, come allora. E anche come stile di gioco, mi ricordano più Borg-McEnroe che Federer-Nadal. Uno dei più grandi rimpianti della storia del tennis è che Borg si sia ritirato a 25 anni. Stavolta, invece, sono sicuro che non sarà così. Sinner cercherà di rientrare, di migliorare ancora, di sfruttare questi mesi in cui l’anno scorso non ha giocato per riavvicinarsi, se non superare, Alcaraz. Ce lo dimostrerà e si riprenderà, farà vedere chi è non ritirandosi come Borg e diventando numero uno. E a questo punto Alcaraz deve essere numero uno del mondo: ha vinto tre degli ultimi quattro Slam, quindi c’è poco da dire".
Alcaraz non ha accusato il contraccolpo della separazione con Ferrero, e Djokovic poi…
"Certo. Nel frattempo il vecchio leone, Novak Djokovic, ha provato a fare anche il colpaccio finale. Nonostante fosse stanco, ha dato tantissimo: ha vinto il primo set, davanti a Rafael Nadal. Sembra quasi una grande commedia greca, una tragedia moderna, dove c’è un po’ di tutto: tutte le emozioni stanno lì. L’allegria, i momenti difficili, la separazione tra Carlos Alcaraz e Juan Carlos Ferrero, e poi lui che, senza Ferrero, vince subito uno Slam. Onore al merito di Alcaraz e del nuovo coach, che credo fosse già lì e forse scelto proprio da Ferrero. Anche questa è una storia nella storia".

Mi sembri molto coinvolto emotivamente, si vede che sei uomo di tennis.
"Questa cosa mi affascina molto a livello umano ed emotivo: sono drammi sportivi, quasi da tragedia greca. Poi, purtroppo o per fortuna, le vere tragedie sono altre. Viviamo in un mondo di guerre: Russia-Ucraina, Israele, Hamas, tanti conflitti. Speriamo che ci si fermi presto e che arrivi la pace. Le vere tragedie mondiali sono quelle. Questo è tennis. Ti dispiace se sei tifoso di Sinner, sei contento se sei tifoso di Alcaraz, sei felicissimo se sei tifoso di Djokovic. Ma soprattutto sei contento se sei tifoso del tennis. Credo che un intreccio così complesso e ricco di storie, nel tennis maschile, non si sia mai visto. È tutto bellissimo: c’è chi è più triste, chi è più felice, ma se guardi, a 360 gradi, il tennis continua a regalare emozioni. Regala storie agonistiche che si intrecciano con storie umane, rapporti tra coach e giocatori, tifosi, personaggi famosi, giornalisti, ex giocatori. Ho visto tanti ex giocatori coinvolti in questo racconto, anche me. Siamo tutti dentro questa storia. Io lo sono soprattutto per Sinner, perché è italiano e perché è un ragazzo eccezionale. Ma continueranno a esserci grandi storie, anche con Alcaraz, in prospettiva futura. Ne sono convinto".
Claudio ho visto che ti sei infervorato per le critiche a Musetti contro chi ha puntato il dito sulle finali perse, mettendo in secondo piano il 5° posto nel ranking, come se fosse immeritato.
"Da una parte fa pure ridere, perché allora si potrebbe consigliare a Musetti di perdere in semifinale: così non ci sarebbe il problema di essere attaccato per aver perso le finali, no? Musetti la prossima volta arriva in semifinale e perde apposta. Chiaramente sto scherzando, però capisci l’assurdità di tutto questo. Secondo me bisogna andare ancora più in profondità: è un problema sociale. Enzo Ferrari, grande italiano, disse una cosa che a me è rimasta veramente impressa: ‘in Italia si perdona tutto tranne il successo'. Questo ragazzo a 23 anni è numero 5 del mondo e comunque ha vinto dei tornei. Io mi ricordo un torneo importante per esempio, il torneo di Amburgo, di grande tradizione: ha battuto Alcaraz in finale. Quella partita mi faceva saltare sul divano".
Con i successi degli italiani ora ci si è abituati troppo bene?
"Ma io dico: non ha mai vinto una finale? Ma chi se ne frega se fa tutte finali. Allora Berrettini ha perso una finale a Wimbledon ed è un perdente? Nel tennis vanno viste le partite vinte: Per esempio io, da parte mia, il più grande risultato che ho fatto è stato un quarto di finale a Montecarlo battendo Krickstein, numero 7 del mondo, e poi Wilander, numero 2 del mondo. Persi ai quarti, distrutto: era la mia settima partita, avevo l’herpes sul labbro, ero a pezzi. Persi 6-2, 6-2, ma ero veramente ko. E c’è stato questo accanimento su quella sconfitta, come se non avessi mai fatto tutto quello che era successo prima. Quell’anno lì Wilander diventò numero 1 del mondo. Se avessi perso nelle qualificazioni non ci sarebbe stata questa ondata di fango. Ricordo che Tommasi scrisse che Wilander aveva la febbre: non era vero. Io gliel’ho chiesto: ‘Ma avevi la febbre?'. Mi disse: ‘No, stavo benissimo, ho giocato in maniera incredibile'".

Che idea ti sei fatto del motivo di queste critiche sempre eccessive?
"Quindi c’è questa negatività di gente che secondo me non riesce ad andare in alto ed entra in contatto con i propri limiti. Non potendo fare altro, perché magari gli piacerebbe andare in alto ma non hanno i mezzi, non hanno le qualità, l’unica cosa che rimane è cercare di tirare giù quelli che c'arrivano".
D'altronde questi giocatori top giocano tantissime partite di altissimo livello in pochi giorni, con uno stress notevole, come confermato anche dalla tua esperienza?
"In qualunque attività umana, se sei nei primi 100 del mondo sei un fenomeno. Se ci fosse una classifica dei medici e io dovessi subire un’operazione e mi operasse uno che è nei primi 100 chirurghi del mondo, starei tranquillissimo. Cioè è un’élite incredibile. In questo sport dove si viaggia tantissimo, si fanno 7-8 fusi orari all’anno, 7 finali vuol dire che se metti una media di 6 partite a torneo, fai 35 partite vinte e 7 perse. Quindi sì, la vittoria e la sconfitta sono da interpretare tennisticamente, non solo con il ‘io ho vinto il torneo e tu hai perso'. Per esempio Roberta Vinci ha perso agli US Open del 2015 in finale. Non si può dire che ha fallito, perché si confonde la sconfitta col fallimento. C’è questa grande differenza anche dialettica: ‘hai perso, e quindi hai fallito'. Berrettini ha perso la finale di Wimbledon nel 2019: ha perso. Perché uno solo vince, va bene. Poi vedi come ha perso, con chi ha perso".
Direi che hai centrato il punto, d'altronde basti pensare al celebre discorso di Federer in cui parla della sua carriera con poco più della metà dei punti giocati vinti.
"John McEnroe, che è quello che digeriva peggio le sconfitte nella sua vita, gli hanno chiesto: ‘qual è il match di cui sei più fiero?' McEnroe ha vinto sei Slam, Wimbledon eccetera. Dice: ‘la finale di Wimbledon del 1980 contro Borg, che ho perso'. Vuol dire che c’è un valore anche nella partita in cui esci sconfitto. Su quello di Federer hai ragione, è un grande esempio. Michael Jordan ha fatto un documentario, The Last Dance, dove ha detto quante volte ha perso, quante volte ha sbagliato il tiro all’ultimo secondo, quante migliaia di tiri ha sbagliato, però è Michael Jordan. Quindi è un problema sociale, forse aggravato dai social. Perché non c’è la vittoria assoluta. Vogliamo parlare di Sinner dopo la sconfitta al Roland Garros? Possiamo andare avanti all’infinito. È qualcosa che, per una persona sana, anche come esempio per i più giovani, ai quali penso sempre, è un messaggio importante".

Claudio che ne pensi di questi ragazzi che stanno ottenendo risultati eccezionali, vedi Cobolli. Ne arriveranno altri no?
"Sento proprio l’obbligo, come ex nazionale, di essere vicino a questi ragazzi: che sia Cobolli, che sia Sinner, che sia Musetti. Quando li vedo sono tutti molto cordiali con me, si ricordano, parliamo, mi dimostrano un grande rispetto, e questo mi fa enorme piacere. Ma a prescindere, mi sento proprio il dovere di difenderli, per quello che posso, per quello che può valere una mia difesa. Ho un minimo di seguito sui social, perché chi di social ferisce, di social perisce. Perché allora ti metto alla berlina: chi ha problemi è chi fa queste critiche, non chi le riceve".
Senti a proposito di Cobolli e degli Australian Open, sei rimasto stupito da tutti questi problemi di salute nei primi match?
"Quando ce n’hai uno, due, tre, quattro, cinque che hanno lo stesso problema, fatemi una domanda su dove hanno preso questo virus, dove gira questo virus. Insomma, non può essere una coincidenza. Cobolli in primis, ma io ne ho contati quattro, cinque con lo stesso problema. Anche Gaston contro Sinner, si è messo a piangere: per lui era l'occasione della sua vita. Ha giocato sul Centrale con uno dei numeri uno, non si è potuto godere la sfida, una cosa tristissima. Probabilmente avrebbe perso lo stesso, però insomma, dal suo punto di vista è stato doloroso non essere in grado di fare il massimo in un match così".
Anche perché ricollegandoci al tuo discorso di prima la sconfitta non inficia il fatto di aver disputato un match speciale.
"Sì, ma tu vuoi dare il massimo, magari chissà che riesci a vincere un set. Il match è una tua proprietà: questo è mio, anche se l’ho perso. Ci sono dei match su YouTube, che è una specie di macchina del tempo: c’è tutto quello mio contro Jimmy Connors dell’86. Avevo 19 anni. La gente mi vede giocare adesso, dopo esattamente 40 anni: tre ore di match a 19 anni contro uno dei grandi giocatori di tutti i tempi, Connors, sul Centrale degli US Open. E l’ho perso, ma 7-6, 4-7, 5-7: per me è stato un valore enorme. A prescindere dall’averlo vinto o perso, dipende da come è andata, da che emozioni hai trasmesso, se hai avuto delle chance, contro chi hai giocato. Quindi la cultura del vincere o perdere, molto estrema, è più da tifoso che da sportivo, no? Siamo sempre più tifosi, e il tifoso si ferma in superficie e mette in contatto i suoi limiti personali con il volersi identificare col campione che vince tutto, che non può permettersi di perdere".
Questo non giustifica ovviamente la rabbia e l'acredine di certi commenti giusto?
"Nel momento in cui il campione perde, ma a fronte di un valore enorme di un torneo o di una partita, scatta questa rabbia che secondo me è una rabbia verso sé stesso, verso la propria vita, che probabilmente è problematica e deludente. Quindi è uno sfogo. Uno che attacca Musetti, che è quinto del mondo a 23 anni, ha dei problemi suoi. Non lo dico in maniera dispregiativa, però insomma bisogna che qualcuno dia dei buoni messaggi sani ai ragazzi, anche sui social".

Claudio quanto ti ha amareggiato l'ennesimo infortunio di Matteo Berrettini?
"Certo, uno soffre per lui, perché quante volte è successo? Tante. Poi sempre lo stesso problema agli addominali, ed è molto triste. Però anche lì, quando penso a Berrettini, io voglio pensare che è stato numero sei del mondo. Quindi a questo punto sarebbe il numero quattro della storia italiana. Per tantissimi anni, una vita, Adriano Panatta era l’unico nei primi cinque. Poi ecco chiaramente Sinner, e adesso pure Musetti. Ma uno che è stato sei del mondo, finalista a Wimbledon…. che si può dire?"
Si tende spesso a dimenticare in fretta da noi?
"Certo adesso Sinner ha vinto Wimbledon, ma Berrettini ha sdoganato l’Italia sull’erba. E questa è una superficie fondamentale. Ai miei tempi, sinceramente, quando pensavo all’erba pensavo ad andare a giocare a calcetto. Quando vedevamo il Centrale di Wimbledon pensavamo: ‘Pensa che bello, come trasgressione, andare lì, fare le porte con le felpe, mettersi a giocare a calcetto tre contro tre sul Centrale di Wimbledon'. Poi era un’erba diversa, molto più veloce. Berrettini, anche se smettesse di giocare adesso… solo quello che ha fatto in Coppa Davis, basterebbe. Voglio pensare a questo di lui: che ha preso in mano la squadra sia quando c’era Sinner sia quando non c’era Sinner".
Anche in stagioni fisicamente completate poi Berrettini ha sempre fatto qualche risultato.
"Beh la Coppa Davis l’ha vinta da leader. Più svariati altri risultati in passato con Santopadre come allenatore. Mi è dispiaciuta la fine della simbiosi Santopadre-Berrettini, che è stata fenomenale. Conosco bene Vincenzo: credo abbia fatto un lavoro incredibile. Me lo presentò quando Matteo era junior, al torneo junior di Parigi. Abbiamo fatto una chiacchierata e lui ci ha sempre creduto, da quando era ragazzino, quando non diceva tantissimo a quei livelli. Non sapeva nessuno se davvero sarebbe arrivato, quando c’era Quinzi che alla stessa età vinceva tutto. Quindi un altro esempio che rimane e che va solo ringraziato. Il dispiacere per questo infortunio adesso è grande. Speriamo che riesca comunque a ritagliarsi, come ha fatto negli ultimi due anni, dei periodi in cui sta bene e tira fuori il martello, mettendo a segno colpi importanti. Come ha fatto negli ultimi anni: Coppa Davis, altri titoli, Marrakech… Anche se non con la continuità di prima per problemi fisici, però insomma è uno dei quattro moschettieri Berrettini, Sinner, Musetti e Cobolli".
Ti ha stupito la separazione tra Ferrero e Alcaraz? Non è certo la prima, basti pensare a Nadal e zio Toni, Sinner-Piatti.
"La vicenda mi ha interessato molto. Anche lì vedo sempre l’aspetto emotivo, quello umano che c’è dietro. Non sono situazioni comparabili. Toni Nadal, a parte che è uno zio quindi è un parente, ha vinto 10 Roland Garros prima di separarsi da Rafael, come lo chiama lui, e poi c’è Moya di mezzo, che comunque è un altro quasi di famiglia. Stavano tutti sull’isola, a Maiorca. E quindi è rimasto sempre nell’ambito maiorchino. Invece Piatti era con Sinner dall’inizio, e non si sono lasciati benissimo, perché ricordo una scena di Jannik veramente incavolato. Ferrero che vince sei Slam con il suo giocatore, portandolo da ragazzino a vincere sei Slam a 22 anni, è una cosa assurda vista dall’esterno. Però le cose cambiano, c’è una crescita personale e umana di Alcaraz".
Pare anche un rapporto non idilliaco tra la famiglia e Ferrero, che ne pensi?
"Non ho capito bene, ma mi sembra vero che ci siano state interferenze anche del padre. Mi viene in mente Osaka con Sascha Bajin, il coach con cui lei ha vinto tre Slam. Poi i genitori erano molto infastiditi, lui (Ferrero, ndr) fece un’intervista e fu quasi in maniera nascosta accusato di voler prendersi meriti. Quando invece i genitori vogliono che i meriti vadano solo ai figli, perché sono quelli che vanno in campo. Ma non è così, perché magari senza Ferrero quei risultati non c’erano. È un lavoro di team, un lavoro d'insieme, sennò non esisterebbe più il coach. Secondo me una buona parte del merito, quando sono molto giovani, è del coach. Mi è successo anche a me con Bolelli".

Ma i meriti di Ferrero sono tanti non credi?
"Nel momento in cui uno vince c’è la caccia al merito, no? Diventano possessivi. Mi è sembrato da fuori, non lo posso giurare perché non sono dentro, che ci sia stato un po’ anche questo tra Alcaraz e il padre e Ferrero. Anche perché Ferrero era stato numero uno del mondo, quindi aveva molta visibilità. Comunque è significativo che abbia lasciato Ferrero ma sia rimasto con Samuel López che Ferrero aveva portato dentro. Quindi è rimasto con un team e uno stile molto simile a prima. E probabilmente ha preso moltissimo da Ferrero. Adesso ha fatto una sviolinata pazzesca a Samuel López. Mi è sembrato quasi contro Ferrero con il auqle non è finita benissimo. A JuanKi comunque nessuno gli toglie sei Slam da coach, vinti con un ragazzino quasi: due Wimbledon, due US Open, Roland Garros".
C’è qualcosa, nell’anno passato, nel 2025 prima dell’inizio di questa stagione, che ti ha emozionato particolarmente?
"Io mi emoziono tantissime volte, continuamente. Non passa una settimana senza storie bellissime dietro agli italiani, a prescindere dal livello. Ultima quella di Maestrelli, per esempio: ti emozioni perché vedi come reagisce, scoppia a piangere. In quel momento del match point tornano in mente tutti gli anni prima, milioni di palle colpite, tornei in posti improbabili, chilometri e chilometri di viaggi. Tutto si riassume lì: ‘ce l’ho fatta'". Sinner che vince Wimbledon è qualcosa che avevo detto. L’avevo detto a Max Sartori, mio amico e coach di Seppi. Stavamo sempre insieme: io allenavo Bolelli, lui allenava Seppi, facevamo doppio insieme. Ci dicevamo: ‘Prima di morire, chissà se vedremo un italiano vincere Wimbledon'.
Sinner forse non era neanche nato, o aveva cinque o sei anni. E invece ce l’abbiamo fatta: ora possiamo anche morire".
Diciamo che ci stiamo abituando bene dai.
"Se guardi indietro agli ultimi cinque o sei anni è difficile ricordarsi tutto: Arnaldi che vince con Popyrin, quello è un match enorme. Quanto vale quel match? Tantissimo. Il doppio era più forte degli australiani sulla carta, c’era gente che aveva vinto Slam, e bisognava vincerlo. Cobolli l’anno scorso ha fatto cose incredibili. Infatti stavo pensando di fare un video per difenderlo. Mi sento di fare il difensore d’ufficio: sono bravi tutti a saltare sul carro quando vincono, ma bisogna aiutare quando perdono. Bisogna prendere posizione, esporsi per difendere questi ragazzi. Io lo faccio senza esitazione, come penso si veda dai miei video".

Cosa bolle in pentola per Claudio Pistolesi, come vanno i tuoi progetti in America?
"Sto vivendo una seconda giovinezza con intense tennis. Negli Stati Uniti io sono parte di questo progetto dal primo giorno. È un format che è destinato ad avere come protagonisti i giocatori di college americani che escono da lì: sono molto forti, ma chi per un motivo, chi per un altro, spesso per motivi economici, non riescono a giocare a livelli alti. Noi quando parliamo, parliamo sempre del vertice: le prime 100, le prime 200, le prime 300, dei primi 3, 4, 5, degli Slam, eccetera. Ma c’è tutto un mondo che è fondamentale, che vive il paradosso del tennis che Andrea Gaudenzi giustamente sottolinea sempre: il tennis ha il doppio dei partecipanti del golf, ma la metà della risonanza mediatica".
Ci sono margini perché possa diventare qualcosa di più importante in futuro?
"Bisogna fare qualcosa per il futuro del tennis. Con tutto il rispetto, vedo padel, pickleball, e ogni tanto mi preoccupano. Perché questa formula si chiama Intense Tennis, ed è simile a quello che ha fatto Mouratoglou con l’Ultimate Tennis Showdown, però lui lo fa con i campioni. Invece qui si fa una lega: quest’anno partiremo con 10 squadre, io sono il coach di una di queste, si giocherà sempre ad Atlanta, e il progetto in due anni è di andare a giocare nelle città. Abbiamo già fatto un esperimento l’anno scorso con tre squadre e l’adrenalina che ti viene con un servizio solo, con due punti, è grande. È sempre tennis, ma diverso da quello tradizionale".
Spiegaci come funziona.
"Ovviamente vengo dal tennis tradizionale, ma qui è rivolto ai giovani, alle necessità di essere più brevi, più… più intensi. La gente può parlare, i punti non si contano più 15, 30, 40, ma si conta come un lungo tie-break. Si va a tempo. Io ho fatto il telecronista per Italia 1, e il fatto di non avere un limite di tempo nel tennis, televisivamente, è un disastro per i palinsesti. Si gioca tutto indoor, così non c’è nemmeno l’incubo televisivo della pioggia. C’è la musica mentre si gioca, uno può parlare, può urlare, un po’ come negli altri sport americani, il basket, eccetera. Si gode, è proprio fan-oriented: uno paga il biglietto e si gode lo spettacolo, i giocatori si adattano. Si gioca a squadre, ci sono le sostituzioni. Insomma, sto vivendo questa lega e metto tutta la mia esperienza, ho contribuito anche a limare alcune regole".
Poi c'è sempre la tua grande attività formativa
"Adesso sto facendo questo come tennis, più il mio lavoro principale che è questa JTCC, che è la scuola più grande d’America, dove è cresciuto Tiafoe, con sede principale a Washington DC, nel Maryland. Io dirigo la parte della Florida, a Jacksonville. Questa Junior Tennis Champions Center sta crescendo tantissimo ed è molto legata al mondo delle università americane. Non mi tiro indietro: sono stato direttore di Piatti Tennis Center, sono ancora nel comitato ATP, quindi faccio diverse riunioni con loro. Parlo spesso con Andrea Gaudenzi (numero uno ATP, ndr). Molto bello. E quindi ho ripreso un dialogo dal punto di vista della formazione: mi piace moltissimo fare formazione dei coach. Adesso sto andando in Cina per formare coach cinesi, me l’hanno chiesto. Ho scritto un libro che è andato molto bene, tradotto in inglese, adesso sto scrivendo il secondo libro. Insomma, non mi annoio".