
Arianna Fontana è riuscita nella sua impresa, vincere 14 medaglie olimpiche e diventare l’atleta senza distinzione di sesso più vincente dello sport italiano. Di fronte a questo che è un fatto e non è ribaltabile da nessuna teoria sulla verità debole, c’è chi esalta la grandezza dell’atleta riconoscendo che chi vince di più è migliore dell’altro, oppure chi si attacca al fatto che parliamo di short track, uno sport con una marea di possibilità di medaglia in ogni edizione, con una competizione media più morbida, con la lotta ristretta a pochi Paesi e così via. Davanti a 14 medaglie olimpiche però sarebbe meglio fermarsi e capire semplicemente e prima di tutto da chi è composto il tavolo a cui Fontana si siede per ultima, attesa e riverita. Sappiamo che lei si siederà a capotavola e tutti gli altri aspetteranno lei per iniziare la cena, gli altri però chi sono?
Il primo è il Re, non poteva essere altrimenti, il Re della spada, Edoardo Mangiarotti. Madre e padre crearono il mito, papà Giuseppe quattro volte campione italiano e Rosetta Pirola, grande atleta ai suoi tempi, diedero a Edoardo e fratelli i primi rudimenti e furono giorni, mesi e anni duri perché insegnare la scherma era disciplina pura. Edoardo però ci mise il talento, la velocità e una creatività fuori dal comune. Prima di Bartali i francesi iniziarono a "incazzarsi" per colpa sua, vinse il primo oro olimpico quando il Fascismo era al suo apice e l'ultimo argento durante il boom economico. Era il migliore di tutti e tutti lo indicavano come il Re anche quando era in mezzo agli attori di Hollywood.
Alla destra di Arianna c’è Stefania Belmondo, è riconoscibile anche oggi quando appare in televisione in quella perfetta divisa dei Carabinieri che ne dimostra la serietà dentro ogni contesto. Anche lei ha iniziato a vincere in Coppa del Mondo quando il Muro di Berlino era caduto da un mese, per finire quando fu introdotto l'euro. È stata l'esaltazione del talento nel sacrificio, le avversarie erano più potenti, più forti, più grosse, più atletiche, ma vinceva lei un po' perché era un genio del fondo, un po' perché aveva talmente tanti chilometri nel motore che la fatica non esisteva più.
Un po' più giovane della Belmondo, Valentina Vezzali, capace di vincere un bronzo olimpico a 38 anni con la più bella sfida schermistica della storia italiana, superando la sudcoreana Nam Hyun-Hee con tre stoccate negli ultimi secondi. Vezzali era furore in purezza, in alcuni anni era inavvicinabile e la tripletta d'oro dal 2000 al 2008 è stata Storia fin da subito.

Giulio Gaudini, lo schermidore più bello ed elegante che ci potesse essere, anche perché in pedana era più che altro uno scacchista prestato alla scherma. Lo studio degli avversari era il fulcro di tutto. La sua morte nel 1948 dovuta anche alle privazioni di quella maledetta guerra appena passata, è stata pianta dalla scherma di tutto il mondo. Se ne andava il migliore. Se Edoardo Mangiarotti era il Re, lui era il Poeta della scherma.
Giovanna Trillini, la leonessa di Jesi, colei che ha continuato e perpetuato la scuola sportiva dei piccoli centri, ovvero quelli che fanno grande lo sport italiano. Barcellona '92 fu la sua Olimpiade ma a Pechino 2008 era ancora capace di vincere un bronzo a squadre. Il suo fuoco in pista brucia ancora nel petto di chi allena.
Gustavo Marzi, ancora scherma, di Livorno, una delle grandi culle di questo sport dove tanto, anzi tutto nacque grazie ai fratelli Nadi. Vincitore in serie sia nel fioretto che nella sciabola, avversario quasi sempre proprio di Gaudini in sfide dove l'eleganza sfidava l'intelligenza tattica in uno spettacolo che abbiamo portato in giro nel mondo per tanti anni. Lui era il “Leone di Livorno”, un apodo facile da comprendere.
Manuela Di Centa,"sorella" di Stefania Belmondo, la sua Olimpiade fu Lillehammer 1994, con due ori, due argenti e un bronzo, con la fatica come sorella senza virgolette. In estate, senza gli sci da fondo, correva e vinceva medaglie ai Campionati Mondiali di corsa in montagna.

Infine Nedo Nadi, il mago, l'uomo d'oro, anche lui cresciuto da un padre che non ammetteva repliche. Nedo ha vinto sei medaglie olimpiche, tutte esclusivamente e inesorabilmente dorate. Ad Anversa 1920 vinse cinque medaglie d'oro in tutte le armi, anche se nella spada non si allenava mai perché la riteneva l’arma meno tecnica. Lo schermidore perfetto.
Questa è solo una piccola carrellata, i primi dieci atleti, per capire dove si è andata a sedere, con le riverenze di tutti i presenti, Arianna Fontana.
Anche lei ha coperto una fetta enorme del nostro tempo. La prima medaglia è arrivata poco prima che venisse lanciato Twitter, l’ultima mentre chiediamo all’AI come è meglio vestirsi quando piove. Ci ha preso per mano e ci ha portato anche in una nuova dimensione dello sport, in cui il dettaglio è analizzato fino allo sfinimento e nel suo sport in particolare essere pulita e veloce fa la differenza.
Ora la domanda è: continuerà fino alle Alpi francesi 2030? La Fontana vista ieri ha tutto per continuare e continuare a vincere, non a fare da balia a nessuno. Dal 2006 al 2026 però c’è stato lo short track e le medaglie ma anche tanto tanto altro che l’ha portata a un passo dall’abbandono della squadra italiana e anche dalla scelta di un altro sport, lo speed skating. Insomma Arianna Fontana è un fiume da scoprire non un lago davanti al quale fare picnic. Chissà chissà domani, cantava il poeta, intanto il posto da regina a quel tavolo le resterà chissà per quanti domani ancora.