22 Giugno 2022
9:55

Arianna Fontana a Fanpage: “Milano-Cortina la vedo molto lontana, aspetto ancora un incontro”

Chiara, precisa e senza troppi giri di parole. Arianna Fontana a Fanpage.it racconta cosa vuole dire essere la donna italiana più medagliata di sempre alle Olimpiadi e ritorna sul brutto periodo che ha vissuto durante la preparazione di Pechino.
A cura di Vito Lamorte

"Ora come ora Milano-Cortina la vedo molto lontana". Arianna Fontana è chiara, precisa e non usa troppi giri di parole. Esattamente come in pista. Dritta al punto. La pattinatrice classe 1990 non si tira indietro quando deve parlare del suo futuro. Le splendide vittorie di Pechino avevano fatto calare il gelo sulla federazione e sul modo in cui è stata gestita la preparazione ai Giochi Olimpici del 2022, facendo riferimento al comportamento di alcuni compagni della squadra maschile che l'hanno portata a separarsi per la preparazione e volare a Budapest. "Era l’unica opzione per continuare a crescere e migliorare, facendo il lavoro giusto per poter arrivare a Pechino nel modo in cui sono arrivata": parole durissime, che mettono ancora più a nudo una situazione che per lei e il suo allenatore, il marito Anthony Lobello, era diventata insostenibile.

La ragazza dagli occhi di ghiaccio, però, sta scrivendo pagine di storia dello short track e dello sport italiano: a Pechino è diventata la donna italiana più medagliata di sempre ai Giochi Olimpici con tre podi uno più bello dell'altro per tecnica e voglia di crederci fino in fondo, senza lasciare nulla al caso. Arianna Fontana ha un palmares strepitoso tra Olimpiadi, Mondiali (Overall), Mondiali, Coppa del Mondo, Europei (Overall), Europei e Campionati Italiani e ha già scritto il suo nome nell'olimpo dello sport azzurro.

A Fanpage.it la pattinatrice di Sondrio ha raccontato cosa vuole dire essere l'italiana più medagliata di sempre ai Giochi Olimpici ed è ritornata sulla brutta esperienza vissuta durante la preparazione di Pechino.

Che emozioni e ricordi ti porti dalle Olimpiadi di Pechino?
"In quest’ultima Olimpiade ci sono state tantissime emozioni ma è una cosa normale perché c’è il lavoro di quattro anni dietro: tutto quello che è successo tra pianti, sacrifici, gioie e fatiche viene ripagato in quel momento. Quando tagli il traguardo vieni sommersa da tutto ed è incredibile".

Cosa si prova ad essere la donna italiana più medagliata di sempre ai Giochi Olimpici?
"È una bella sensazione e una grande soddisfazione. È da un po’ che gareggio, visto che Pechino è stata la mia quinta Olimpiade, ed è stata un po’ la conferma di un percorso che ho fatto negli anni. Essere la più medagliata è bello ma a me sarebbe bastato essere lì, tra le migliori: sono vicina ad atlete che hanno fatto la storia dello sport in Italia e per me è un grande onore".

C’è una vittoria che ricorda con più piacere delle altre? Per quale motivo?
"Una delle vittorie più belle e più emozionanti, forse la più importante perché mi ha fatto capire che potevo dire la mia a livello mondiale, è stata quando ho vinto il mio primo campionato europeo perché gareggiava ancora Evgenija Radanova. Lei era il mio idolo ed era l’atleta più forte. Quando ho battuto lei è stato un momento di svolta ed è stato come se si fosse aperto un portone. Il primo passo era questo, ovvero battere le avversarie più forti e mi ha dato una grande spinta perché mi ha fatto pensare di poter dire la mia. Quella è una vittoria che porto nel cuore perché Evgenija era venuta in Italia nel 2004-2005 per allenarsi in vista di Torino ed è diventata la mia mentore fin da subito. Mi ha preso sotto la sua ala, mi ha aiutata e dopo siamo diventate amiche: con lei c’è stata un’evoluzione che va da idolo, mentore fino all'amicizia. Quella vittoria ha un significato importante per me".

Da Torino ad oggi, se e come è cambiata Arianna Fontana?
"Credo di essere sempre la stessa, perché quando entro in pista voglio vincere, ma la cosa che è cambiata è la conoscenza di me stessa. Ho imparato a conoscere il mio corpo, quando è il momento di dire ‘stop’ e quando posso spingere di più. È stata un’evoluzione che mi ha aiutato con gli anni a migliorare e maturare per prendere sempre più decisioni giuste per fare meno errori possibili e arrivare al momento giusto in forma. Prima volevo vincere ogni gara ma col tempo ho capito che era meglio concentrarsi su degli obiettivi e utilizzare le competizioni per raggiungerli".

A che età ha ricevuto il suo primo paio di pattini? È stato amore a prima vista?
"Avevo 4 anni quando ho ricevuto il mio primo paio di pattini ma quando ero piccola ho provato diverse discipline: sci, nuoto, calcio, pallavolo e credo sia giusto così per un bambino. A quell’eta è giusto provare tutto perché non si può sapere ciò che si vuol fare. Col pattinaggio ho iniziato perché mio fratello Alessandro, che ha due anni più di me, lo praticava e da lì è iniziato un po’ tutto. Facevamo pattinaggio a rotelle d’estate e d’inverno sul ghiaccio".

Ha dovuto affrontare una squalifica ma dopo ha dichiarato: “Accettare giudizi è parte dello sport”: c’è cultura sportiva in Italia o c’è ancora tanto da lavorare?
"Lo sport insegna tantissimo ad accettare la sconfitta. Quella squalifica non l’ho preso alla leggera perché non concordavo con la decisione ma non c’era molto altro che potessi fare in quel momento. L’unica cosa da fare era metter tutto nel dimenticatoio e guardare oltre, perché avevo anche altre gare".

In che modo si lavora per alzare sempre l’asticella?
"Lo short track è una disciplina in evoluzione e devo essere sempre in grado di capire dove sta andando. Devo capire se lavorare sulla velocità o sulla resistenza in vista dell’anno successivo perché lo sport si sposta sempre verso altre direzioni. Negli anni sono stata brava a capire questo anche grazie alle persone che mi hanno aiutato e soprattutto a non rimanere ferma, a non fare sempre le stesse cose. Ad uscire anche dalla mia comfort zone per essere sempre pronta a qualsiasi situazione".

Le sue parole sulle difficoltà avute nel periodo di preparazione agli eventi con gli allenatori e alcuni compagni d'allenamento hanno suscitato un certo clamore: può raccontarci cosa è successo?
"Non ho mai pensato di essere la migliore amica di tutti, non è pensabile. Però quando si è in un ambiente di una squadra nazionale, dove in teoria tutti vogliono crescere e migliorare non possono esserci certe cose: per questo ho pensato di avere intorno a me persone con la mia stessa mentalità e gli stessi obiettivi per evolverci. Anche se non siamo migliori amici, il gruppo di allenamento fa tanto. Quando sono rientrata dopo Pyeongchang questo ambiente non l’ho trovato e l’ho espresso a chi di dovere al tempo, sia io che il mio allenatore. Purtroppo le cose non sono cambiate e io mi sono dovuta adattare andando in Ungheria: era l’unica opzione per continuare a crescere e migliorare, facendo il lavoro giusto per poter arrivare a Pechino nel modo in cui sono arrivata".

La sua presenza a Milano-Cortina è vincolata al ‘cambiamento di alcune cose’: a cosa si riferisce?
"Quello che ho sempre fatto negli anni è stato provare a far crescere il movimento del pattinaggio in Italia. L’ho fatto in passato, perché ho cercato di portare persone competenti che potessero aiutare a farci crescere, e lo faccio tutt’ora, perché c’è sempre bisogno di gente che stimola, che ti sfida e ti permetta di migliorare. Io, ad esempio, ho un rapporto di sfida con il mio allenatore: lui chiede molto da me, e viceversa. Uno scambio continuo. Magari dirlo può sembrare banale ma non lo è affatto. Spesso questo manca e non aiuta la competitività".

Quindi a Milano-Cortina 2026 ci sarà anche Arianna Fontana?
"Ora come ora Milano-Cortina la vedo molto lontana. C’è stato un incontro con la federazione a Roma, quando abbiamo riconsegnato la bandiera, e dopo avevamo concordato che ci saremmo rivisti. Avevamo provato ad organizzare un incontro e poi una video-call, che è stata cancellata. Sto aspettando. Per questo dico che la vedo lontana".

C’è qualcosa che Arianna Fontana vorrebbe raccontare del suo rapporto con lo Short Track e non le hanno mai chiesto? 
"Non saprei. La cosa che mi appassiona, che mi ha fatto innamorare di questo sport, è la sensazione che provo ogni volta che entro in pista e sono sul ghiaccio. È una sensazione difficile da spiegare, perché è come se fossi un tutt’uno con il ghiaccio, le lame e quando comincio a pattinare è un momento che non provo in nessun’altra situazione".

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