Sanchini: “Bagnaia segnato dal mondiale perso. Il rinnovo di Marquez con Ducati non è così scontato”

La Ducati riparte da dove aveva lasciato: in testa, anche nei primi test ufficiali MotoGP 2026 a Sepang, con Marc Marquez e Pecco Bagnaia di nuovo al centro della scena e con Alex Marquez capace di infilarsi nel gruppo di testa con continuità. È una pre-stagione che pesa perché arriva dopo un 2025 complicato per Bagnaia sul piano emotivo e tecnico, e dopo mesi di gestione fisica per il nove volte iridato. Sepang però, come sempre, è una pista che può "sporcare" le letture: tanto grip, tante gomme consumate, tanti programmi diversi. È da qui che parte la nostra intervista a Mauro Sanchini, per capire cosa resta vero quando spegni il cronometro e accendi il Mondiale.
Sanchini è un ex pilota, oggi commentatore tecnico della MotoGP su Sky Sport, da anni voce fissa del racconto italiano accanto a Guido Meda. La MotoGP in Italia continuerà a passare da Sky anche nel 2026 e questo rende ancora più centrale il "dietro le quinte" di chi vive il paddock da vicino: i test, i box, le sensazioni dei piloti, ma anche le dinamiche invisibili che spesso anticipano le notizie.

Nel corso della chiacchierata, Sanchini ci ha lasciato una serie di spunti che raccontano bene la vigilia del 2026: Sepang può ingannare, e Buriram (21-22 febbraio) sarà il vero esame prima del debutto stagionale in Thailandia (1 marzo). Ha parlato della Ducati "da Formula 1" per organizzazione e condivisione dati, del Bagnaia "segnato" dal Mondiale perso con Martin più di quanto si dica, e di un Marc Marquez che resta Marc Marquez ma con un futuro meno lineare di come viene raccontato. E poi Valentino Rossi: la passione, il Ranch, l'impronta che resta anche senza numero in carena.
Sepang: segnali veri o fumo?
"I test sono sempre importanti e dicono tante cose: si provano materiali nuovi, si capiscono direzioni tecniche. Però Sepang a febbraio tende a nascondere un po' il valore che poi ritrovi quando inizi a correre davvero, e spesso anche quando arrivi nel finale di stagione. Basta guardare gli anni scorsi: a Sepang alcune Case, per esempio Aprilia, hanno spesso fatto bene, poi in gara su altre piste hanno faticato di più. Quindi non sempre Sepang rispecchia il valore reale".
Perché Sepang può "ingannare"?
"C'è un fattore tecnico: prima girano i collaudatori, fanno due-tre giorni di prove sulla moto nuova e lavorano tanto sulla messa a punto. La pista si gomma tantissimo e alcune caratteristiche vengono condizionate: quando arrivano i top rider, il quadro può cambiare. Per questo è sempre difficile capire quanto sia determinante Sepang. Certo, se vedi una moto che va molto bene, come Ducati, è un segnale che fa sperare. Però io credo che saranno più indicativi i test della Thailandia".
Buriram può cambiare le gerarchie?
"Ribaltare completamente no, perché Buriram è una pista che si adatta benissimo a Ducati, come ormai tante. E in Thailandia Ducati storicamente ha spesso tenuto un margine. Non mi aspetto ribaltamenti enormi, però mi aspetto dati più precisi rispetto a Sepang: la Thailandia può confermare o ridimensionare quello che hai visto in Malesia".

Su chi può pesare di più?
"Faccio un esempio: Bagnaia forte a Sepang non mi sorprende, vista la stagione 2025. Se Pecco mi riconferma la velocità anche in Thailandia, allora sì: posso pensare che abbiano davvero trovato la soluzione ai problemi dell'anno scorso, magari in ingresso curva. Lì puoi dare un peso diverso a quello che hai visto. Marc, invece, è uno che va forte sia a Sepang sia in Thailandia: non mi aspetto grandi ribaltamenti su di lui. Ma in generale Buriram ci darà indicazioni più pulite".
Vale per tutti o solo per Ducati e Aprilia?
"Vale per tutti. Ducati e Aprilia oggi sembrano le più favorite, però per Yamaha, KTM e Honda la Thailandia è un banco di prova grosso. Yamaha a Sepang ha fatto così così: se tra Sepang e Buriram migliora, lì capisci se è un passo vero. E anche Honda deve confermare quello che ha fatto vedere. Per le altre può essere un test molto importante".
Yamaha e Honda: cosa dobbiamo vedere per dire "stanno tornando"?
"Su Yamaha bisogna avere pazienza: sono passati da un progetto a un altro ribaltato, completamente diverso. Il quattro in linea che hanno sempre usato come filosofia, dalla storia di Valentino Rossi fino agli ultimi anni, ti dava una moto con baricentro, pesi e guidabilità diversi da ciò che stanno affrontando adesso. Devono fare esperienza: trovare il giusto posizionamento, la distribuzione dei pesi, lavorare sui telai che negli ultimi anni si sono evoluti, diventando più morbidi e flessibili. Bartolini ha esperienza, venendo da Ducati, ma poi quelle cose devi applicarle e farle entrare nel metodo dei giapponesi".
Il segnale "chiaro" qual è?
"Non credo succeda subito nelle prime gare: me lo auguro, ma non penso. Però il segnale chiaro è quando vedi una Yamaha che nel dritto, in rettilineo, riesce a tenere testa a Ducati o KTM: quello ti fa dire ‘Yamaha sta arrivando'".
E Honda?
"Honda mi sembra in crescita già dal finale della scorsa stagione e da quello che si è visto nei test: non ti dico che sia arrivata, ma mi pare che siano messi già abbastanza bene. Il segnale che manca è la costanza: magari un weekend li vedi più davanti e quello dopo sono lontani. L'anno scorso, per esempio, in alcune piste pagavano ancora velocità di punta o faticavano a sfruttare il grip. Vedi Mir fare un podio a Motegi e poi altre gare dove lui e Marini sono molto distanti. A loro manca continuità".

Nei test ti ha colpito qualcosa?
"Sì: io ho visto la Honda davanti con una certa frequenza. Però attenzione: sei giorni di test non sono un weekend di gara, la pista è diversa, la gommatura cambia tutto e già dal venerdì devi essere nei primi dieci. In Thailandia non mi aspetto che lottino per vincere, ma secondo me si stanno mettendo in bella luce".
Bagnaia: cosa ti aspetti nel 2026?
"Quest'anno mi aspetto una grande stagione. Mi aspettavo già l'anno scorso che potesse giocarsi il Mondiale testa a testa con Marc, fino alla fine. Che riesca a batterlo non lo so: parliamo di uno dei più forti della storia, un nome da Olimpo insieme a Valentino Rossi e Giacomo Agostini. A memoria, mi pare che in un campionato Marc non sia mai stato battuto da un compagno di squadra. Se Pecco non ci riuscisse, non sarebbe una vergogna".

Perché pensi che Pecco possa farlo?
"Per due motivi. Il primo è tecnico: spero che Ducati abbia risolto il limite della moto 2025. Ho avuto l'impressione che abbia coinvolto anche altri: Di Giannantonio non ha fatto una stagione brillante con quella moto; Alex Marquez a Valencia non ha mai detto niente, ma io vedevo differenze rispetto al 2024. Sono impressioni mie, Ducati su questo non ha mai parlato. Il secondo è mentale: io sono convinto che il Mondiale perso con Martin – con 11 GP vinti (gare lunghe, non sprint) – lo abbia segnato più di quanto si sia detto".
E l'arrivo di Marquez in box?
“Quella cosa lì gli ha portato addosso una pressione enorme. Non è solo la gara: è ogni turno. Se tu sei in difficoltà e quello è sempre primo, ti schiaccia. Le prime gare non era partito così lontano, poi è iniziato un calvario. Io credo che il peggio, per Pecco, sia già arrivato e sia già passato. In Giappone ha dimostrato che quando è a posto sa tener testa a Marc e agli altri. Ora l'ho visto più positivo, mi aspetto una stagione forte".
Cosa cerchi a Buriram?
"Non è la sua pista preferita, non deve dominare. Però voglio vederlo lì, vicino, chiaro, a punzecchiare. Quello mi dice che è davvero ripartito".
Marquez: lo vedremo diverso o sempre "martello"?
"Per noi da fuori è difficile capire fino in fondo certi infortuni. Però quando ho visto quello dell'Indonesia, dal linguaggio del corpo, mi è sembrato più importante di quanto si sia detto subito. E alla fine i tempi lo hanno confermato: quello che sembrava una banalità si è trascinato per mesi. A Sepang mi è sembrato forte, ma non l'ho visto fare tanti giri a tutta. Ho avuto l'impressione che debba ancora completare il recupero: giustamente non vuole rischiare, ha più di 30 anni, il fisico è provato. E forse non ha potuto lavorare in inverno come lo scorso anno, quando sembrava un atleta olimpico".
Questo cambia il suo approccio?
"La MotoGP è fisicamente e psicologicamente durissima. Se avrà ancora timori o limiti fisici, potrà contenersi. Però l'indole di Marc non è quella di stare lì a fare conti: se sta bene, cercherà di stare davanti sempre. Non è uno che si accontenta".

Ducati: rischio "troppi galli"?
"Ducati è bravissima a gestire queste situazioni. È stata tra le prime a lavorare con una mentalità quasi da Formula 1: condivisione dei dati, struttura, metodo. Se Pecco torna ad essere quello che vince e Marc non vuole stare dietro, qualche scintilla può venir fuori. Però Ducati ha una flotta forte: Alex è andato fortissimo, Di Giannantonio e Morbidelli hanno fatto bene, Aldeguer è infortunato quindi non lo giudichiamo. Mi aspetto tante Ducati davanti. Quindi possono permettersi anche due ‘galli nel pollaio'. E per lo spettacolo può anche starci che li lascino liberi, finché non c'è un rischio concreto per il campionato. Ducati, storicamente, è stata sportiva anche quando a vincere era un team satellite".
Bezzecchi: l'unico non Ducati da titolo?
"In questo momento sì. Quartararo e Acosta sono fenomeni, ma oggi non hanno ancora una moto all'altezza di Ducati e Aprilia per reggere l'intero campionato. Bezzecchi invece ha dimostrato di poter infastidire Marquez in varie gare. Per me è la rivelazione più bella e l'alternativa più credibile fuori dal blocco Ducati".

Mercato piloti e 2027: quanto pesa già nel 2026?
“Secondo me quest'anno sarà effervescente. Io mi diverto quando c'è incertezza in pista e anche il mercato, se si muove, è parte del divertimento. E secondo me non è tutto così scontato come lo raccontano. Per esempio: tutti danno per semplice che Marc resti in Ducati, ma io non credo sia così automatico. È chiaro che, se vuole farsi la vita facile, la strada più semplice è rimanere dov'è. Però vanno considerate alcune cose".
Quali?
"Il 2027 cambia tanto: motori più piccoli e soprattutto gomme diverse. Le gomme nel motociclismo determinano tanto: stile di guida, telai, equilibrio delle moto. Con Bridgestone si guidava tanto sull'anteriore, Michelin ha spostato tanto sul posteriore. Pirelli sarà ancora diversa e imporrà esigenze diverse. Quindi non è detto che chi va bene oggi vada bene anche dopo, e viceversa. Ducati dovrebbe restare forte, ma non è una garanzia matematica".
E il lato "romantico"?
"Marc, secondo me, aveva un obiettivo chiaro: tornare a vincere e arrivare al nono titolo. Quando ha lasciato Honda rinunciando a tanti soldi per andare in Gresini, l'ha fatto per questo. Adesso ci è arrivato. E io penso che nella sua testa possa esserci anche un'altra idea: chiudere il cerchio, lasciare un segno storico riportando a vincere un progetto simbolico. Valentino viene ricordato anche per essere andato in Yamaha e averla portata a vincere: quella cosa lì, secondo me, potrebbe essere una tentazione anche per Marc. Se dietro arriva anche una lusinga economica, non escludo niente".
Se si muove Marquez…
"Se Marc si muove, si accende tutto: si libera un posto che tutti vogliono. Potrebbe andarci Acosta, si muovono altri pezzi, e lì il mercato diventa davvero effervescente. Se invece Marc resta dov'è, le acque saranno un po' più calme".
2027: più "garanzie" o più "progetto" nella scelta dei piloti?
"Dipende da cosa succede e da che risorse hai. Alcuni piloti rischiano: per esempio, anche se è divertente e spettacolare, non so se Jack Miller resterà nella posizione attuale, potrebbe guardare anche ad altre categorie. Honda, se vuole vincere, cercherà un pilota sicurezza: o Marc o, se non va Marc, uno come Quartararo. Ma ci sono anche situazioni complicate: Martin viene da un periodo duro per gli infortuni e il matrimonio con Aprilia fin qui non ha dato frutti. Poi magari da Buriram cambia tutto, perché se torna il Martin vero è uno spettacolo. E ci sono squadre che, se perdono un big e non hanno la forza per prenderne un altro allo stesso livello, possono scegliere una strada diversa: puntare su giovani, far crescere la moto e costruire un ciclo in 2-3 anni".
Vedi anche Alex Marquez sul mercato?
"Sì. Un pilota che fa vicecampione del mondo e vince Gran Premi, a 30 anni, difficilmente resta per sempre in un'orbita satellite: cercherà una soluzione ufficiale per gli ultimi anni. Alex potrebbe essere un profilo interessante anche per KTM, per dire".
Rossi oggi: quanto conta ancora nel paddock?
"Conta tanto. La prima ragione è la passione, fuori misura. La società è cambiata, tutto è cambiato, ma lui resta uno che vive la moto così. Ha smesso nel 2021 e continua a girare, ad allenarsi, a seguire i ragazzi, a osservare e lavorare. L'altro giorno era con l'Academy in Indonesia su una pista che non conosceva: non è andato a fare due giri, è andato a spingere, a lavorare anche con telemetria. Chi lo farebbe? Poi ogni sabato è al ranch a girare. Potrebbe farlo una volta ogni due mesi e invece è presente come quando correva. E poi c'è il carisma: con Rossi non esiste un'intervista banale, non a 20 anni, non a 30, non adesso. Quando una figura così resta dentro l'ambiente, secondo me fa bene: ha sempre qualcosa da dare".

Rossi diceva: per restare al massimo serve un rivale. Oggi invece tutto sembra più "amichevole". È cambiato lo sport?
"Io credo che oggi ci sia molta ipocrisia. Il rispetto è sempre esistito anche nelle grandi rivalità, ma oggi c'è una coperta di comunicazione: i social ti massacrano se esci dal seminato. Non è che la gente sia diventata più educata nella vita: però pretende di vederlo così. E quindi i piloti filtrano tutto. In pista la cattiveria c'è perché è uno sport individuale, l'individuale è egoista. Fuori non vanno a cercare problemi, ma non è che li vedi a bersi una birra insieme".
In altri sport è lo stesso?
"Guarda la Formula 1: senti qualcuno dire qualcosa di davvero scomposto? Quasi mai. Devi essere uno con un approccio antico, tipo Verstappen: certe cose le dice e basta. Ma oggi, se dici in diretta quello che si diceva una volta, il lunedì esplode tutto. E paradossalmente aumenterebbe anche lo share, perché tanti criticano ma tanti lo vorrebbero".
Meda–Sanchini: la regola d'oro in telecronaca?
"La regola è la sintonia, l'alchimia. È naturale. Gli anni sono passati velocissimi: ti giri e dici ‘saranno 3-4 anni' e invece sono 14-15. Quando c'è passione e chimica, non servono regole scritte. Noi siamo uguali anche fuori: se ci incontri in aeroporto, ci prendiamo in giro come in telecronaca. Non è preparato, è proprio naturale. E quando è così, lavorare insieme diventa facile".
Un momento "letto" prima delle immagini?
"Thailandia, l'anno scorso: quando Marc ha lasciato passare Alex. In pochi capirono subito cosa stava succedendo. Io ho pensato che avesse bisogno di qualcuno che gli scaldasse l'anteriore. L'ho detto in diretta, Guido si è fidato, e poi è venuto fuori che era davvero quello. È uno di quei momenti gratificanti: hai un'intuizione, la dici, e poi si conferma. E in diretta è anche un rischio, perché se sbagli te la porti dietro. Quando va bene, è bello".