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Livio Suppo: “Bagnaia non è come Marc Marquez, quella frase di Dall’Igna non è stata felicissima”

Intervista a Livio Suppo, consulente racing e fresco vincitore del titolo di Moto2 con il team Italtrans: “Quando vinci sai che perderai il pilota di punta”.
A cura di Fabio Fagnani
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Livio Suppo non è solo uno dei dirigenti più vincenti e influenti della MotoGP moderna, ma è soprattutto una voce libera, lucida, spesso controcorrente. Dalla Ducati “Davide contro Golia” dei primi anni Duemila fino ai successi più recenti nelle categorie intermedie, passando per le stagioni con il cannibale Marc Marquez. Suppo ha attraversato il paddock vivendo dall’interno ogni trasformazione del motociclismo.

In questa lunga conversazione parla senza filtri di Moto2 e Moto3 come categorie in crisi d’identità, del futuro dei giovani italiani, della comunicazione attorno a Bagnaia, della grandezza assoluta di Marc Marquez, dei dubbi su Jorge Martin e delle certezze su talenti come Acosta e Diogo Moreira, l'ultimo campione del mondo di Moto2 proprio con il team Italtrans di cui Livio Suppo è Racing Consultant.

Livio, partiamo dal presente. Come stai? Gennaio è sempre un periodo di ripartenza, anche dal punto di vista comunicativo. Siete appena usciti da una presentazione ufficiale, giusto?

Sì, abbiamo fatto la presentazione nella serata di venerdì 23. È sempre un momento importante perché segna l’inizio vero della stagione, non solo a livello sportivo ma anche umano. Dopo la pausa invernale ritrovi il team, i partner, l’ambiente, e cominci a sentire di nuovo l’adrenalina del campionato che si avvicina.

Com’è andata?

Direi molto bene. Ormai c’è una grande esperienza nell’organizzare eventi di questo tipo: tutto è stato curato nei dettagli, dalla comunicazione all’immagine. Sono occasioni fondamentali per dare identità al progetto e per trasmettere all’esterno la solidità del team.

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L’ultima volta che ci siamo sentiti eri appena arrivato in questo team, stavi prendendo in mano un progetto che doveva ancora trovare i suoi equilibri. L’anno scorso invece è stato quasi perfetto, con la vittoria del Mondiale. Oggi però il campione non è più con voi. Che sensazione è?

La sensazione è quella di ripartire comunque con una base molto solida. La Moto2 è diversa dalla MotoGP: in MotoGP l’obiettivo è vincere per dimostrare la forza della casa e trattenere i piloti il più a lungo possibile. In Moto2, invece, sai già che se fai bene il tuo lavoro e un pilota vince il Mondiale, al 99% lo perderai. È una categoria che dovrebbe essere un vero monomarca, ma non lo è completamente. Questa situazione porta a costi altissimi per uno sviluppo tecnico che, onestamente, interessa poco anche al pubblico. Per i team è molto impegnativo, ma fa parte del gioco. Il nostro obiettivo è dimostrare di essere una struttura credibile, capace di far crescere i piloti e portarli al successo. Se poi vanno in MotoGP, vuol dire che abbiamo fatto bene il nostro lavoro.

Quest’anno il binomio sarà Huertas–Muñoz. Che aspettative avete?

L’ambizione è sempre quella di essere competitivi, ma sappiamo quanto sia difficile ripetersi. In Moto2 le moto sono molto simili, il motore è uguale per tutti e quindi il pilota fa una differenza enorme. Il team deve creare le condizioni ideali, ma poi è il pilota che deve fare la differenza in pista. L’anno scorso abbiamo vinto con Diogo (Moreira, nda, passato in MotoGP). Quest’anno vogliamo due piloti che possano stare davanti con maggiore continuità.

Huertas arriva da vittorie importanti, anche se in categorie diverse.

Vincere aiuta sempre, perché ti abitua a stare sotto pressione e a gestire certe situazioni. È chiaro che qui cambia tutto: la moto, la guida, l’approccio alle gare. Ma il fatto di sapere cosa significa stare davanti è un bagaglio che conta.

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Il salto dalle derivate di serie ai prototipi resta così complicato?

Assolutamente sì. Le Moto2 sono moto difficili, molto fisiche, e il livello medio dei piloti è altissimo. Ci sono esempi come Gonzalez che hanno impiegato diversi anni prima di diventare davvero competitivi. Adrian probabilmente ha pagato anche questo aspetto. Arrivava da titoli importanti e con l’idea di meritare già la MotoGP, ma poi si è reso conto che qui il livello è altissimo. Il talento c’è, e quando si è trovato su una pista nuova per tutti è arrivato settimo a pochi secondi dai primi. Era normale che il primo anno fosse di adattamento.

Parliamo di Moto2 e Moto3 in generale. Cosa non funziona oggi?

Secondo me le categorie minori dovrebbero avere il coraggio di staccarsi dalla tradizione. Il motociclismo è molto legato al passato, ma certe dinamiche non sono più sostenibili. Una volta la 125 e la 250 avevano un valore assoluto: Biaggi ha vinto quattro Mondiali in 250, oggi sarebbe impensabile. Moto2 e Moto3 hanno costi tecnici altissimi e una struttura che non facilita davvero la crescita dei piloti. Questo pesa anche sui campionati nazionali e limita la diffusione del talento in altri Paesi.

E l’Italia come si colloca in questo scenario?

L’Italia rischia di aver perso una generazione. Bagnaia e Morbidelli hanno vinto, ma dopo Rossi e Simoncelli abbiamo attraversato un periodo difficile. Paradossalmente oggi essere italiani è quasi uno svantaggio, perché ce ne sono tanti, ma con pochi sbocchi. I giovani interessanti ci sono, ma sono ancora molto giovani. Non è un percorso immediato.

Quanto ha inciso la fine della spinta dell’Academy VR46?

Tantissimo. Per anni in Italia c’erano strutture come la VR46 e Fausto Gresini che aiutavano davvero i giovani. Oggi questo sistema si è indebolito. Il CIV Moto3 utilizza moto che non permettono un passaggio diretto al Mondiale. Di conseguenza, se un ragazzo vuole emergere deve andare in Spagna molto presto. Diogo, per esempio, è andato a vivere lì a dodici anni. Non tutte le famiglie possono permetterselo. Soprattutto trasferirsi per  praticare uno sport costoso e pericoloso, non dimentichiamolo mai.

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Passiamo alla MotoGP. Le dichiarazioni di Dall’Igna su Marquez e Bagnaia hanno fatto discutere. Intendo quelle in cui dichiara che la priorità è rinnovare con Marquez e poi si pensa al secondo pilota senza menzionare Bagnaia.

Gigi è un genio dal punto di vista tecnico, ma quella frase non è stata felicissima. Pecco ha vissuto una stagione molto al di sotto delle aspettative e, quando sei già in difficoltà, certe parole diventano pesanti. Marquez non ha bisogno di essere stimolato pubblicamente: è uno che si alimenta da solo. Pecco invece è diverso, e bisogna fare più attenzione anche alla comunicazione. Sempre che lo si voglia aiutare.

Come vedi Bagnaia nel prossimo futuro?

Nei test la nuova moto gli era piaciuta, ma senza sapere cosa sia successo davvero l’anno scorso è difficile fare previsioni. Forse l’arrivo di Marc ha alzato l’asticella a un livello che lo ha messo in crisi. Magari questa pausa gli servirà per resettare.

Alex Marquez è stata una delle sorprese.

Assolutamente. Essere il fratello di un fenomeno è difficilissimo, ma lui ha vinto due Mondiali e ha fatto un salto di qualità enorme. Con una Ducati molto competitiva ha dimostrato di essere un pilota vero.

Il 2027 spaventa tutti.

Cambierà tutto: regolamento, gomme, niente abbassatori. Potrebbe aprirsi un nuovo ciclo. Ducati resta favorita, ma nel motorsport i cicli finiscono sempre. Un po’ di equilibrio farebbe bene allo spettacolo.

Giochiamo un po': preferiresti tornare indietro e avere una stagione in più insieme a Casey Stoner o vincere un'altra volta il campionato di Moto2?

Il cuore direbbe la prima, ma il tempo non torna indietro e anzi bisogna cercare di guardare sempre avanti. Mi auguro un. altro titolo con il team Italtrans.

Dovessi scegliere i migliori ingegneri, la miglior squadra. Quale moto e quale pilota di tutti i tempi sceglieresti.

Sicuramente Marc perché tra i piloti con cui ho la vorato è sicuramente il più completo. Casey è allo stesso livello di talento se non meglio, ma la testa, la concentrazione, l'atteggiamento, il carattere, la fame di Marquez sono imbattibili. Non è un caso che Casey si sia ritirato a 27 anni. E sceglierei la Ducati con la squadra dei primi anni, non quella di oggi. Erano tempi più sereni, era un'azienda ancora piccola ed eravamo Davide contro Golia. Avevamo problemi finanziari e nonostante questo dopo cinque anni dall'esordio abbiamo vinto un mondiale. È stato qualcosa di incredibile. In più era un progetto che sentivo molto mio perché avevo rotto tanto le scatole per portare Ducati in MotoGP e quel team lo sentivo mio.

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Secondo te, senza l'infortunio del 2020, Marc avrebbe vinto tutte le stagioni?

Un grande what if. Come sai nel mondo del motorsport può sempre succedere di tutto, ma è evidente a tutti che fosse il migliore. Nel 2020, a Jerez, prima di cadere stava superando tutti come birilli. Io credo che, con rispetto per tutti, avrebbe forse faticato con la Ducati del 2022, 2023 e 2024, ma potenzialmente avrebbe potuto vincere senza infortuni. Ma stiamo parlando del nulla. È anche vero che nel 2015 pur essendo il più veloce non ha vinto. Perché non sempre vince il più veloce, il più talentuoso o quello che definiamo più forte. Anche perché il mezzo conta. Conta più adesso che prima.

Cosa ne pensi dell'innamoramento lavorativo tra Jorge Lorenzo e Maverick Vinales?

Intanto dico che è bello vedere un pilota maturo e forte come Vinales che è anni che fa la MotoGP mettersi così tanto in discussione e affidarsi a un coach. Poi questo coach fa rumore perché è uno dei piloti più forti degli ultimi vent'anni. Se funzionerà o no, non ne ho idea, ma il lavoro paga sempre.

Acosta è un fenomeno?

Non ci sono dubbi. Per me è uno dei più grandi talenti di sempre.

Se la sarebbe giocata con i big four?

Dipende dalla moto, ma a pari moto sì.

All'orizzonte c'è poco?

Qualcosa c'è, ma è difficilissimo individuarli quando sono giovani perché il mezzo fa la differenza. Ad oggi, David Alonso in Moto2 e Maximo Quiles in Moto3 sono i due piloti che in questo momento mi danno più vibrazioni positive.

Cosa ti aspetti invece dal fenomeno turco, Toprak Razgatioglu?

Lui è sicuramente forte, ma dipenderà dal suo approccio. Dovrà adattarsi all'ambiente, alla moto, a tante cose. Non deve strafare. Anche perché dipende da che Yamaha arriva in mano a Toprak. Mentalmente dovrà apprezzare anche risultati modesti. Lui di talento ne ha da vendere, ma mi aspetto che farà un po' di fatica.

Chiudiamo con Diogo Moreira.

Diogo è un grande talento, ma soprattutto ha un carattere straordinario. È sempre sereno, sorridente, capace di fare squadra. Mi ricorda molto Marc per certi versi. In uno sport così stressante è un valore enorme. Inoltre rappresenta un mercato importante come il Brasile, e un pilota competitivo può aiutare tutto il movimento. Non è facile lasciare il tuo pilota che ha appena vinto il titolo, ma come dicevo all'inizio in Moto2 è così. Se fai bene, bisogna mettersi in testa di perdere il talento che hai sottomano. Ed è giusto così, devono crescere, fare esperienze e vincere altrove.

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