Francesco Montanari: “Amo la MotoGP. Subito dopo il matrimonio sono andato al Mugello con mia moglie”

C’è un momento, nella carriera di un attore, in cui il mestiere smette di essere solo interpretazione e diventa riflessione su se stessi, sul proprio posto nel mondo, sul senso stesso del raccontare. Francesco Montanari è in quel punto preciso del percorso: diviso tra teatro, cinema e serie, con lo sguardo già rivolto alla regia e una presenza sempre più consapevole sul palco.
In occasione di Storia di un cinghiale, monologo potente e metateatrale che lo vede protagonista, l’attore romano si racconta senza filtri: dal bisogno quasi fisico del teatro alle fragilità del sistema culturale italiano, fino alla passione per le moto e a uno sguardo lucido sul successo, sulla fatica e sulle illusioni del mestiere. Un viaggio tra arte e vita, dove ogni risposta apre nuove domande.
Partiamo dal teatro. Porti in scena Storia di un cinghiale: oggi ti senti più un attore teatrale o rimani “polipiattaforma”?
Polipiattaforma, assolutamente. Oggi bisogna esserlo. Sono anche su Netflix, per esempio, e a breve uscirà la seconda stagione di Maschi Veri. Parallelamente sto cercando di realizzare il mio primo film da regista. Sto aspettando alcune risposte, poi magari ne parleremo meglio, ma sarebbe il mio debutto alla regia.
Il teatro però resta centrale.
Sì, molto. Dirigo un teatro a Narni, in Umbria, e produco spettacoli con la mia compagnia, LVF. Questo spettacolo, invece, è prodotto dal Piccolo Teatro di Milano: qui faccio l’attore “scritturato”, non il produttore. Ma il teatro per me è un allenamento costante: è il luogo dove posso misurarmi davvero, dove posso indagare cose che mi interessano. È un grande studio, il posto migliore per crescere come attore.
Storia di un cinghiale: raccontaci questo spettacolo.
È la storia di un attore non più giovanissimo. Il testo è di Gabriel Calderón, autore uruguaiano che cura anche la regia. Il protagonista si trova finalmente davanti al ruolo della vita: Riccardo III. Ma arriva a questo incontro distrutto, affaticato, frustrato, arrabbiato, convinto di non aver avuto ciò che meritava. Succede che è talmente corrotto interiormente da distruggere tutto. Caccia metà della compagnia, manda via il regista, manipola gli attori rimasti e arriva persino a demolire la scenografia. Una scelta forte perché è una riproduzione fedele di un teatrino dell’Ottocento, tutta in legno. Io manovro corde, fondali, elementi scenici: è uno spettacolo molto fisico, molto materico.

Che significato ha per te questo spettacolo?
È un omaggio all’amore per questo mestiere, nella sua purezza. Il teatro è anche un pretesto per parlare della società, di un collettivo. È il racconto di un attore che si sente impotente, non accettato, incapace di trovare uno spazio che non sia solo competizione o virtuosismo. Vuole semplicemente raccontare una storia a qualcuno disposto ad ascoltare.
C’è una componente metateatrale?
Sì, perché il protagonista parla direttamente al pubblico, rompe la quarta parete fin dall’inizio. È un monologo: l’interlocutore è lo spettatore. E questo crea una dinamica particolare, perché manca il contraddittorio. Tutto passa dalla sua visione, anche quando descrive gli altri personaggi.
Hai visto cambiamenti nel mondo dello spettacolo?
Dopo il Covid lo spettacolo dal vivo ha vissuto un momento molto positivo: le persone avevano bisogno di uscire, stare insieme, condividere. Anche il teatro ne ha beneficiato. Ora però è fondamentale non tradire lo spettatore.
Qual è il problema principale oggi?
Il teatro ha perso centralità, soprattutto tra i più giovani. Non rientra nei loro parametri, a meno che non ci sia qualcosa che li attiri direttamente. Manca uno star system, non esiste più. Ci sono attori molto validi e popolari, ma non figure capaci di catalizzare l’attenzione come un tempo. È un sistema frammentato, fatto di tante individualità più che di un movimento. E questo incide sulla crescita del settore perché manca il coraggio di investire davvero. E spesso la cultura viene trattata come qualcosa da sostenere, qualcosa a cui fare elemosina, non come un sistema produttivo.

Parliamo di motori: che rapporto hai con le moto?
Mi piacciono, quando posso ci vado, mi fa sentire bene. Sto anche facendo una scuola di guida in pista: è molto divertente ma anche molto faticoso, perché è uno sport estremamente fisico.
Stai pensando a progetti legati a questo mondo?
Sì, stiamo pensando di creare un motoclub di artisti, con alcuni colleghi. È una cosa che richiede tempo ed energie, ma ci piacerebbe, sarebbe molto affascinante. Perché la moto lo è e condividere una cosa così è bello.
Sei appassionato anche del lato sportivo?
Sì, certo, anche se tra un lavoro e l'altro spesso non riesco a guardare le gare, però amo la MotoGP. Pensa che lo scorso anno ho vissuto un’esperienza bellissima: subito dopo il mio matrimonio sono andato al Mugello in moto con mia moglie, abbiamo visto le prove, poi concerto di Ligabue la Campovolo la sera e il giorno seguente di nuovo al Mugello per vedere il Gran Premio.
Esperienza incredibile. E vinse Marquez. C'è un pilota a cui sei legato?
Sì, vinse Marc che è stato davvero fortissimo nel 2025. Tra i piloti attuali non uno in particolare, ma tra i piloti del passato sono molto legato a Loris Capirossi. L’ho conosciuto di persona ed è davvero speciale. Mi ha invitato anche a casa sua a Monaco, ma non siamo ancora riusciti a organizzarci, prima o poi riuscirò ad andarci.
E su Márquez?
Al di là delle polemiche, è un grande pilota. Il tifo però è irrazionale, come nel calcio: diventa quasi una fede e ci si perde in cosa poco rilevanti.
Tra gli italiani hai preferenze? Bagnaia o Bezzecchi?
Bella domanda… difficile scegliere. Pecco è stato davvero forte qualche stagione fa, sempre pacato, a modo. Bez è più allegro, istrionico. E adesso Aprilia va fortissimo. Non voglio scegliere, ma sono molto contento se ci sono italiani forti e spero possano fare bene per tutta la stagione. Sarebbe splendido che possano giocarsi il titolo contro Marc.
Perché è difficile raccontare sport come la MotoGP al cinema? O anche su piccolo schermo?
È vero ci sono pochi esempi. È appena uscito Idoli – Fino all'ultima corsa, ma nel panorama internazionale ci sono pochi esempi tantomeno in quello italiano. Credo che il motivo sia perché sono sport complessi e costosi da mettere in scena. Servono mezzi importanti. In Italia poi il cinema è più intimo, meno spettacolare.

Il successo internazionale aiuta il movimento?
No, aiuta più che altro il singolo. Non si crea un vero effetto domino. È diverso dallo sport il mondo della recitazione. Sinner vince e c'è il boom di iscritti nel tennis, ma quando Sorrentino ha vinto l'Oscar con La Grande Bellezza non ha portato beneficio al movimento, almeno non in maniera diretta ed evidente.
Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere questo percorso?
È una vita complicata. Non dipende solo da te: puoi fare il provino perfetto e non essere scelto. Ci sono troppe variabili. Serve anche fortuna, oltre al talento e al lavoro. Però, il percorso, la gavetta, sono momenti importanti e splendidi, sopratutto servono tanto a formarti come persona e come professionista.