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Tour de France 2026

Non solo Vingegaard e Pogacar: test antidoping a tappeto al Tour, ma lo scandalo del ’98 non c’entra nulla

“Sembra di essere tornati al 1998″: una frase che ha scatenato di nuovo la caccia alle streghe nel ciclismo. Ma rispetto allo scandalo di 30 anni fa che culminò con l'”Affaire Festina” tutto è cambiato, per il meglio. E gli attuali controlli ne sono il perfetto esempio.
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Per chi segue il ciclismo, il 1998 è stato un anno particolarmente amaro: è l'anno dell'"Affaire Festina", lo scandalo enorme che coinvolse il Tour de France con l'intervento della gendarmeria francese, arresti e ritiri in massa. Uno dei momenti più cupi e bui dello sport, tornato alla ribalta in questi giorni sulla scia dei nuovi test antidoping effettuati "a tappeto" nel gruppo. Iniziati con la notizia dei controlli notturni a Pogacar e Vingegaard, i commissari ITA hanno sondato l'intero plotone nelle successive 48 ore, confermando che anche precedentemente c'era chi era stato testato alle 5 del mattino. Ma non c'è un solo elemento che possa richiamare il rischio di ripiombare nel tunnel di fine anni 90 perché da allora tutto è cambiato, sia nella gestione del sistema sia nei controlli che non permettono nemmeno volendo,  il ritorno al doping sistematico.

La realtà è che in questa edizione del Tour de France la serie di controlli è stata massiccia rispetto agli ultimi anni: a cavallo tra la seconda e la terza settimana si sono effettuati test praticamente su tutto il plotone reduce dalle prime 14 tappe. E, ovviamente, la notizia ha alzato il classico polverone dei sospetti e delle illazioni. La verità è che questo enorme intervento da parte dell'ITA, l'Agenzia Internazionale di test antidoping, non è altro che la conferma di un sistema capillare e che funziona di controllo su pratiche illegali.

Cosa accadde al Tour 1998: lo scandalo con perquisizioni, interrogatori, arresti e ritiri di massa

Uno scenario completamente opposto a quello del 1998, che culminò con l"Affaire Festina", il ritiro in massa del team francese a seguito di una serie di positività e un sistema di doping sistematico all'interno del circuito ciclistico.  Scattarono perquisizioni, arresti, manette e interrogatori a tappeto: Willy Voet, massaggiatore della Festina, venne fermato e arrestato alla frontiera franco-belga con un carico di EPO, il direttore sportivo Bruno Roussel e il medico della squadra Eric Rijckaert vennero arrestati confessando in seguito, nove corridori della Festina vennero portati in questura a Lione. Altre squadre furono perquisite e controllate in modo sistematico.

Richard Virenque in lacrime: era il '98 ed era esploso l'Affaire Festina al Tour
Richard Virenque in lacrime: era il '98 ed era esploso l'Affaire Festina al Tour

E' evidente che lo scenario di quasi 30 anni fa era totalmente differente da quello attuale: oggi il "polverone" e il "sembra essere tornati al '98" non ha motivo di esserci se non per il grado di disagio e fastidio che possono provare i corridori nel dover sopportare controlli che vanno ad incidere nei momenti di riposo e di recupero. Non c'è alcuna indagine in corso, non ci sono precedenti che spingono a pensare che vi sia un utilizzo massiccio di sostanze dopanti in gruppo, non c'è nemmeno l'intervento della giustizia ordinaria o delle forze dell'ordine a supporto dei commissari antidoping. La realtà è che ha fatto scalpore i test notturni e, successivamente, quelli a tappeto sui corridori ma a spiegare perfettamente la situazione, sono gli stessi interessati.

Cosa sta accadendo al Tour 2026: perché oggi i ciclisti sono gli sportivi più controllati al mondo

A parlare, criticare o richiamare vecchi fantasmi sono gli stessi che in quel periodo erano direttamente coinvolti nello scandalo o persone esterne all'attuale Tour de France. Non c'è un corridore, un dirigente, un team attuale che si stia lamentando dei test antidoping. Tutt'al più c'è chi ha posto il dito su una questione morale, etica e sportiva: l'invasività di certi controlli in orari non consoni che creano evidenti problematiche ai corridori. "Siamo con chi fa i test, ma non vogliamo che i corridori vengano trattati come criminali" è stato il comunicato del sindacato degli stessi corridori che spiega la situazione al meglio: più rispetto e meno invadenza per chi sta pedalando da due settimane e ha ancora una settimana da affrontare.

Senza dimenticare un altro aspetto fondamentale che attesta come sia cambiato tutto e non si potrà mai più ritornare ai tempi bui. Oltre al sistema ADAMS, che mappa tutti i professionisti in un database enorme, è in atto da anni anche l'Athlete Biological Passport (Passaporto Biologico dell’Atleta) dove sono inseriti e aggiornati in tempo reale tutti i dati di ogni singolo professionista. Non solo: nel momento in cui si passa proprio al professionismo, tutti sono obbligati ad accettare i regolamenti, e i relativi test, sull'antidoping in un protocollo di estrema chiarezza. A tal punto che tutti i corridori, attraverso la propria associazione, versano una percentuale dei propri premi per contribuire all'implementazione e al sostentamento delle agenzie autorizzate a effettuare i test.

L'UCI sul sito ufficiale ha risposto all'Assocorridori sui test al Tour 2026
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Il comunicato UCI, ulteriore attestato dei tempi moderni: "Unico interesse primario, la lotta al doping"

Ulteriore conferma di un sistema che è completamente cambiato e sanato rispetto al passato anche il confronto tra i diretti interessati. Se da un lato il CPA, l'Asso corridori ha fatto sentire la propria voce sottolineando le difficoltà subite dai propri iscritti, la stessa UCI ha risposto pubblicamente, con un comunicato che ha evidenziato e ribadito i propri principi, nel massimo rispetto delle parti: "L'UCI riconosce, naturalmente, che i controlli notturni possono compromettere il riposo e il recupero dei corridori e desidera ribadire che l'esecuzione di tali controlli al di fuori del normale orario di lavoro rimane una misura eccezionale, riservata a circostanze limitate e giustificate" si legge nella nota del 22 luglio. "Pur essendo pienamente consapevole dell'onere che tale misura comporta per i corridori, l'UCI sottolinea tuttavia che questi controlli perseguono un interesse primario: la lotta al doping".

Il 1998 non c'entra, fortunatamente nulla: oggi quanto sta accadendo al Tour de France è semplicemente lo specchio di un sistema capace di controllare se stesso e mettersi in discussione, adoperandosi al meglio delle proprie possibilità. Anche perché c'è un dato che nessuno ricorda ma che evidenzia effettivamente come i tempi siano decisamente cambiati: dal 2015 non c'è più stato un caso di positività al Tour de France. Ben vengano i controlli antidoping, ben venga il malumore dei corridori se il fio da pagare è la dimostrazione che tutto sia limpido e regolare. Sapendo di avere dalla propria parte la stessa UCI, il cui lavoro – compresi gli ultimi test al Tour – "riflette la determinazione a proteggere i corridori che rispettano le regole e a perseguire senza sosta il rafforzamento della propria struttura contro coloro che barano"

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