Totò Di Natale: “Oggi ci sono ragazzini che hanno già il procuratore, ma lasciateli giocare”

Da bomber a mentore. Totò Di Natale ha una filosofia educativa rigida ma molto semplice per la sua scuola calcio: i genitori non sono autorizzati ad assistere agli allenamenti. Perché? I ragazzi devono affrancarsi dalle attenzioni, dall'apprensione e dalle aspettative dei familiari. Il motivo è duplice: se da un lato è giusto che non sentano sulle loro spalle una pressione che, in età ancora giovanissima, non saprebbero capire, filtrare, gestire; dall'altro la consapevolezza di essere "soli" in campo li aiuta a concentrarsi solo sul gioco e a crescere. L'ex calciatore non ha usato troppi giri di parole per spiegare qual è il metodo che adotta: "I genitori non li faccio entrare, devono stare fuori dal campo d'allenamento. Andiamo a prendere i ragazzi con i pulmini, fanno allenamento e poi li riportiamo a casa". Stop, niente convenevoli né intromissioni nel rapporto tra allenatori e (piccoli) calciatori. "Alla domenica, in occasione della partita vengono a vedere i figli, ma in settimana devono stare da soli, altrimenti quando crescono questi ragazzi?".
Di Natale e la lezione che dà ai genitori: "I miei consigli sono per loro"
La vera lezione non è per i ragazzini che frequentano i suoi corsi sportivi ma anzitutto per i loro parenti più stretti, spesso invadenti e ingombranti con le loro aspettative. "I miei consigli non sono per i bambini, ma per i genitori – ha spiegato l'ex attaccante dell'Udinese e della Nazionale a Sportitalia -. Perché poi, purtroppo, hai a che fare soprattutto con loro. A volte non pensano che portare un bambino che si iscrive a una scuola calcio vuole solo dedicarsi allo sport, divertirsi, fargli fare qualcosa che gli piace. Poi, in un secondo momento, sempre che il ragazzo abbia effettivamente delle qualità, si può pensare ad altro… viene da sé. Mica tutti arrivano in Serie A? Non siamo tutti fenomeni come Ronaldo. E quanto cresce un ragazzo e diventa calciatore per me è la cosa più bella che ci sia".
Per rafforzare il suo punto di vista, Di Natale ha fatto anche un esempio che lo riguarda direttamente: "Mio figlio ha 23 anni e l'ho visto giocare solo due volte, non sono mai andato a vedere mio figlio anche perché il suo cognome è Di Natale". Un cognome pesante ma che lui ha scelto di non imporre.
L'ex bomber e la sua esperienza diretta di educatore: "Ma lasciateli giocare"
I concetti che esprime Di Natale arrivano direttamente dal campo, dalla vita quotidiana del ragazzino emigrante, che giovanissimo lascia la casa dei genitori e va a ‘imparare un mestiere'. Il suo è stato quello del calciatore e del bomber: "Io a 13 anni sono partito da solo per andare a Empoli, senza i miei genitori. Poi sono diventato giocatore. Mio papà e mia mamma non sono mai venuti a vedere la partita. Mai. Mio papà è venuto una volta a Roma e basta. Ma credo che è giusto così. La vita è anche questo".
Infine, la riflessione che lascia trasparire una vena di amarezza. "Oggi un ragazzino di 13-14 anni sta sempre a telefono. Poi vengono al campo i genitori. E quelli chiacchierano con quelli e con quell'altro… Pensa come siamo messi: alcuni hanno anche già un procuratore. Alla Donaello (la sua scuola calcio, ndr) te ne trovi 5-6. Sembra giusto? 20 anni fa io non avevo il procuratore. Ma lasciateli giocare, lasciateli. Perché un ragazzo di 14 anni cosa gli dici?".