Due settimane di isolamento assoluto nel ritiro/bunker ma senza avere la certezza che il campionato riparta. Solo al termine del periodo di quarantena preventiva, alla quale avranno accesso "calciatori sani e sottoposti a controlli", si deciderà se far ripartire oppure no la Serie A a porte chiuse. All'appello mancano 12 giornate che, comprensive dei 4 recuperi, fanno un totale di 124 partite ancora da disputare. Una mole di match che andrebbe concentrata in un mese e mezzo al massimo (tra metà giugno e fine luglio), giocando anche 3 volte a settimana, così da lasciare il mese di agosto libero per la Champions e l'Europa League.

Ci sono davvero i margini per arrivare al fischio d'inizio? Sì ma con sfumature differenti: da un lato la volontà della Federcalcio e della Lega che si sono mostrate disposte a recepire qualsiasi indicazione da parte del Comitato tecnico/scientifico; dall'altro la "commissione dei saggi" che assiste da tempo il Governo in materia di scelte da adottare per fare fronte al periodo eccezionale provocato dalla pandemia.

Il nodo essenziale, la divergenza che può far saltare tutto, è relativo alla gestione di un eventuale caso di positività all'interno del "gruppo squadra". È lo scoglio contro il quale può andare a sbattere ogni buona intenzione: mentre la linea della Federcalcio ricalca quella tedesca (quarantena per il singolo ma il campionato non si ferma), quella del Comitato  è molto più severa (in quarantena ci finisce tutta la squadra e non un solo calciatore).

E non è l'unico dei "paletti" piazzati lungo il cammino così da non fare sconti né concedere privilegi al mondo del calcio rispetto ad altri settori del Paese: a cominciare dalla questione dei test molecolari (a spese dei club e in laboratori anche esterni alla regione dove insiste la società) fino alla responsabilità dei medici stessi delle società per l'attuazione del protocollo.