Sassuolo-Frosinone di mercoledì alle 15 nel torrido deserto di Reggio Emilia: povera Coppa Italia
C’è un’immagine che, più di mille comunicati e strategie di marketing, racconta lo stato di salute del nostro calcio ed è quella vista in TV oggi, mercoledì 2 settembre al Mapei Stadium di Reggio Emilia in occasione di Sassuolo-Frosinone, sedicesimo di finale di Coppa Italia 2026-27. Sole a picco, temperatura oltre i 30 gradi, con fischio di inizio alle 15:00, in pieno pomeriggio tra afa pesante e tribune che sembrano uscite da un set post-atomico: un deserto di seggiolini colorati e vuoti, con le riprese televisive impegnate in un esercizio di equilibrismo ottico per evitare le angolature più impietose. Ma non ci si può non accorgersi che allo stadio non c'è praticamente nessuno: uno spettacolo che si è trasformato immediatamente in un impietoso autogol in diretta nazionale.
La scelta dell'orario, alle 15:00, è il cuore pulsante di una distorsione evidente: una partita di Coppa Italia, di mercoledì pomeriggio a metà settimana, in pieno sole estivo-settembrino, senza big di cartello e con l'inevitabile concorrenza della vita lavorativa delle persone comuni. Perché non spostarla alle 18 e far slittare Udinese-Venezia alle 21? Sarebbe stata una decisione semplice e, di certo, di buonsenso: meno caldo, più possibilità di pubblico locale, migliore percezione mediatica, maggior rispetto per chi lavora e per chi vorrebbe seguire i propri beniamini. Invece si è preferito un slot che grida all'abbandono più desolante con un risultato che è stato sotto gli occhi di tutti: uno stadio che appare desolatamente deserto e che ricorda, da vicino, il tristissimo periodo della pandemia quando le partite si disputavano in impianti vuoti dove i soli rumori erano i rimbombi dei tiri e quelli delle voci dei giocatori.
La Coppa Italia è da anni oggetto di tentativi di rilancio, tra diritti televisivi in chiaro, sponsorizzazioni sempre più importanti attraverso aziende istituzionali, promesse di maggiore centralità, spettacolo e appeal. Eppure scelte come questa sembrano studiate per minare alla base tutti quei tentativi creando un amaro cortocircuito: mentre si parla di aumentare la visibilità dell'intero movimento del nostro calcio, di renderlo più competitivo e soprattutto attrattivo, si è regalato allo spettatore medio e soprattutto allo spettatore internazionale, un'immagine di un calcio esangue, giocato in condizioni climatiche proibitive davanti a impianti vuoti. Le telecamere possono pure evitare le tribune, ma non possono cancellare la sensazione di irrilevanza che ne deriva ugualmente con la grave responsabilità di chi ha deciso la programmazione: si parla tanto di rilanciare il nostro calcio, rilanciandolo in un prodotto sempre più appetibile e poi lo si gestisce come un impegno burocratico, da sbrigare in orari di ufficio.
Non si tratta di demonizzare le due squadre in campo, che il loro lo hanno svolto più che dignitosamente, regalando anche sprazzi di buon calcio, né di negare che la Coppa abbia ancora, soprattutto con l'entrata delle big dagli ottavi, momenti di prestigio e di sorpresa. Si tratta semplicemente di riconoscere che certi dettagli organizzativi pesano enormemente sulla percezione complessiva, che non onora né il torneo né il calcio italiano: è l'ennesima occasione persa per dimostrare che si può fare meglio, che si può ascoltare il pubblico e valorizzare ciò che si ha.
Eppure, di fronte al desolante contesto di Sassuolo-Frosinone, rimane una sensazione amara e chiara perché quello a cui abbiamo assistito si è rivelato uno spettacolo, si fa per dire, che tutti avremmo preferito evitare. Povero calcio italiano e povera Coppa Italia. Davvero.