Il 24 marzo del 1969 moriva Renato Cesarini, l'uomo che diede il nome ad un pezzo di tempo. Ci sono uomini che sembrano nati per restare nella storia e questo ragazzo nato a Senigallia ma cresciuto nel barrìo Palermo di Buenos Aires lo è di certo. Il suo amore per il calcio arrivò con il tempo, perché il ragazzo amava il divertimento ma poi capì che poteva fare i soldi giocando al ‘futbol' e finì nella squadra del Chacarita. Nel gennaio del 1930 il barone Mazzonis, vicepresidente della Juventus, lo accolse a Genova dove era arrivato con il transatlantico Duilio: divenne un uomo fondamentale per la squadra di Carlo Carcano ma di lui non facevano notizia solo le sue prestazioni in campo. Un giorno Edoardo Agnelli lo trovò in un ristorante durante l'orario di allenamento e gli fece mandare una bottiglia di champagne dal cameriere per ricordargli chi aveva il bastone del comando ma Cesarini gliene mandò cinque con un biglietto "Domani vinciamo e segno". Andò proprio così.

Il mito della ‘zona Cesarini' è nato in una partita della Nazionale Italiana. In occasione della gara con l'Ungheria, disputata il 13 dicembre 1931 a Torino: all'89' il risultato era fermo 2-2 e il centrocampista della selezione italiana dopo aver ceduto il pallone al suo compagno Raffaele Costantino, gli si gettò sopra e lo spinse via, fece una finta e sparò un tiro violentissimo che si infilò vicino al palo sinistro del portiere avversario. Al Filadelfia finì 3-2. Il giornalista Eugenio Danese parlò per la prima volta di "zona Cesarini" il 20 dicembre, quando l’Ambrosiana batte 2 a 1 la Roma con un gol di Visentin all’ottantanovesimo. Uno spazio non inteso come luogo ma come tempo, che si è tramandato fino ai giorni nostri. Cesarini segnò soltanto altre tre volte nei finali di gara ma ormai quella parte finale di gara era intitolata a lui: contro l’Alessandria nel ‘31, contro la Lazio nel ‘32 e contro il Genoa nel ‘33.

Nella sua carriera in campo e in panchina c'è tanto, tantissimo, da ricordare: oltre ai cinque scudetti con la Vecchia Signora, Cesarini fu l'uomo che quando tornò in Argentina contribuì a dare vita a La Maquina del River Plate ed è stato l'uomo che ha portato a Torino Omar Sivori.

Difficile pensare a Renato Cesarini come un uomo normale, ci sono aneddoti e racconti sul suo modo di vivere in campo e fuori che scatenerebbero invidie ancora oggi, ma la miglior definizione per il calciatore nato a Senigallia l'ha dato lo scrittore Alessandro Baricco: "Cesarini, quello della zona Cesarini, proprio lui: quando dai il tuo nome a un pezzetto di Tempo — il quale è solo di Dio, dice la Bibbia — qualcosa nella vita lo hai fatto".