Processo Maradona: “Diego lasciato solo”. L’accusa chiede 12 anni per il neurochirurgo Leopoldo Luque

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Nell’udienza al Tribunale di San Isidro i procuratori hanno ribadito che Maradona fu trasferito in una casa di Tigre priva di qualsiasi supporto medico. Il processo dopo 6 anni sta giungendo alla conclusione, con una possibile sentenza contro gli otto imputati.

Il processo sulla morte di Diego Armando Maradona, avvenuta il 25 novembre 2020, ha aggiunto un nuovo capitolo al suo infinito dibattimento che sta giungendo alla sua conclusione dopo un calvario giudiziario prolungatosi tra udienze annullate, giudici ricusati e incessanti battaglie legali. Durante la quarantasettesima udienza svoltasi al Tribunale di San Isidro l'attenzione si è concentrata soprattutto attorno a un perimetro ben preciso: alla natura squallida, inerme e totale dell'abbandono da parte di chi l'avrebbe dovuto assistere, in cui el Diez fu lasciato negli ultimi giorni della sua vita.

Il pubblico ministero ha così chiesto formalmente la condanna a 12 anni di reclusione per il principale imputato, il neurochirurgo Leopoldo Luque, che guidava lo staff medico incaricato di vegliare sulla salute dell'ex campione del mondo argentino deceduto all'età di 60 anni.

Il ricovero domiciliare di Diego a Tigre che si trasformò in una trappola

I procuratori Patricio Ferrari e Cosme Iribarren hanno riassunto in aula la tesi centrale dell'accusa, descrivendo la decisione di trasferire Maradona nella casa in affitto nel quartiere residenziale di Tigre definito come il "ricovero domiciliare più carente e temerario della storia" e che ha dimostrato come all'interno di quelle mura non ci fosse assolutamente nulla che potesse permettere a Maradona di poter essere adeguatamente curato. "Il vuoto assoluto", ha così ricordato la Procura: nessun letto ospedaliero per agevolare un paziente dal quadro clinico critico, nessun defibrillatore pronto per le emergenze cardiache, nessun kit per fleboclisi a portata di mano e nemmeno un'ambulanza stazionaria all'esterno per un eventuale e rapido trasporto d'urgenza. Trasformando la convalescenza in una trappola mortale, priva di ogni requisito minimo e di un qualsiasi presidio medico.

"La morte di Diego Armando Maradona non è certo arrivata dal nulla, i segnali di questo esito fatale avevano iniziato a manifestarsi molto tempo prima" ha evidenziato Iribarren, durante il momento di massima tensione nell'aula di San Isidro, proiettando la fotografia scattata a Maradona non appena avvenuto il decesso. Un'immagine sconvolgente, mostrata già in altre occasioni durante il dibattimento e che ha mostrato per l'ennesima volta il corpo del Diez deformato dai liquidi accumulati, a rappresentanza della sintesi visiva e crudele di una "morte annunciata, il risultato di tutta l'attività, e di tutta l'inattività, di coloro che avrebbero dovuto essere responsabili della salute del paziente".

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I segnali ignorati e "il vuoto" attorno a Maradona: la conferma dell'accusa

Presenti in aula anche le figlie del Pibe che si sono coperte gli occhi di fronte a quell'orrore, il dibattimento è proseguito sui segni "manifesti" per giorni si erano evidenziati sul corpo di Diego a evidenza della sofferenza prolungata: edemi visibili agli arti, gonfiore addominale, episodi di tachicardia e severe difficoltà respiratorie. Campanelli d'allarme sistematicamente ignorati da chi aveva il dovere di intervenire, evitare la deriva o disporre un immediato ricovero in ospedale.

Ora il dibattimento si sta avviando verso la sentenza contro gli otto imputati, tra cui il neurochirurgo Leopoldo Luque e la psichiatra Agustina Cosachov che hanno rigettato ancora una volta le accuse a loro rivolte, in un sempre più strenuo tentativo di difendere la propria posizione. Le battute finali processuali stanno restituendo al mondo la cruda e dolorosa immagine di una realtà che avevano provato a tacere e nascondere: quella che sta ritraendo l'ingloriosa fine di Diego Armando Maradona, vittima di una condotta di totale disinteresse umano e professionale. Per il quale si è ad un passo nel rendere definitiva giustizia.

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