Pedro ‘Abracadabra’ Mariani: “Il Toro come una madre. Berlusconi chiese di me, che serate a Bologna con Dalla e Morandi”
Ci sono carriere che si misurano con i trofei e altre che si raccontano attraverso i ricordi lasciati nelle città attraversate. Pedro ‘Abracadabra' Mariani appartiene alla seconda categoria: una vita nel calcio, iniziata giovanissimo con il Torino e proseguita tra Serie A, infortuni, trasformazioni tattiche, scelte difficili e maglie diventate una seconda pelle.
Dal debutto a 17 anni a Cagliari passando per il rigore nella finale di Coppa Italia di Roma, un viaggio che ha toccato Brescia, Bologna, Venezia, Benevento e Fidelis Andria: ogni tappa è legata a un episodio, a un volto e soprattutto a una tifoseria. Perché, alla fine, per Pietro Mariani il calcio non è mai stato soltanto una questione di risultati: è stato il modo di restituire emozioni a chi pagava un biglietto per andarlo a vedere e a Fanpage.it ha ripercorso tutta la sua vita calcistica raccontando anche qualche particolare inedito.
Pedro Mariani, oggi vive in Ungheria e continua a lavorare nel calcio. Di cosa si occupa?
Mi occupo ancora di calcio, soprattutto di consulenza sulla metodologia dell'allenamento. Organizzo stage e campus calcistici e vado nelle società quando mi chiamano per lavorare con i tecnici e con i ragazzi. Sono libero professionista: seguo gli allenamenti, faccio dimostrazioni, spiego cosa correggere e come impostare il lavoro. Ci sono società che mi contattano anche per segnalazioni e monitoraggio di giovani calciatori.
Ha giocato in tantissime squadre. Che rapporto ha oggi con le sue ex società?
Le seguo tutte, naturalmente. In ognuna ho trascorso anni importanti e ho lasciato un pezzo della mia vita. Mi è rimasto un legame forte, soprattutto umano. Credo che, indipendentemente da quanto hai vinto, la gente si ricordi soprattutto di come ti sei comportato in campo. Io sono sempre stato uno che dava tutto. Mi è stato riconosciuto il senso di appartenenza, il fatto di indossare la maglia con orgoglio e di non risparmiarmi mai. Per me questo è un trofeo che non ha prezzo.
Se dovesse indicare una società più importante delle altre?
Il Toro rimane il Toro. Sono arrivato lì a dodici anni, sono cresciuto al Filadelfia, mi sono formato lì e lì ho esordito in Serie A. Il Torino per me è come una madre.
E come vede il Torino di oggi?
È una squadra in costruzione. Ha ereditato una situazione con poca programmazione e mercati molto opportunistici. Con l'arrivo di Gianluca Petrachi, che è anche un mio amico e con il quale ho giocato, credo che ci sia da ripartire quasi da zero. Serve un grande lavoro.
Torniamo a quando tutto è cominciato. Lei era un ragazzino di Cantalice: com'è arrivato al Torino?
Io giocavo a calcio ed ero considerato uno dei ragazzi più bravi della zona. Avevo delle aspettative, pensavo magari di poter emergere a livello regionale, ma non avrei mai immaginato di andare in una squadra professionistica. Ci fu una partita con una rappresentativa del Lazio. C'era un osservatore del Torino, Guido Di Cosimo, che era venuto soprattutto per vedere altro materiale. Dopo quella partita fui messo sotto osservazione. Feci altri sette o otto provini prima che arrivasse la conferma. Poi, nei primi giorni di settembre, arrivò il postino a casa.
E cosa c'era nella busta?
Una lettera del Torino Calcio. Diceva che il club aveva dato esito positivo e che mi aspettavano a Torino. Eravamo tutti in cucina: io, mia sorella, mia mamma e mio papà. Fu una festa, ma anche una cosa che faceva paura. Eravamo negli anni Settanta. Per un ragazzo di provincia andare a duemila chilometri da casa, vivere in un convitto e giocare a calcio era qualcosa di enorme. Quando andavi in gita scolastica a trenta o quaranta chilometri sembrava di andare dall'altra parte del mondo.
E si ritrovò a giocare accanto, o contro, a calciatori che conosceva soltanto dalle figurine.
Esatto. Io collezionavo gli album Panini. A un certo punto mi sono ritrovato davanti Graziani, Pecci, Zaccarelli, Bettega, Paolo Rossi. Quelli con cui giocavo sulle figurine erano diventati i miei compagni. E poi ho bruciato le tappe. Quando ero negli Esordienti giocavo già con gli Allievi, dagli Allievi sono passato alla Primavera e a 17 anni ho esordito in Serie A.
Da dove nasce il soprannome “Pedro Abracadabra”?
Da un giornalista del settore giovanile, un certo Bucchino. Io segnavo gol a raffica: due, tre, quattro a partita. Lui mi ribattezzò “Pedro Abracadabra”, perché sembrava che i gol arrivassero per magia. Da allora è rimasto Pedro. Se oggi qualcuno mi chiama Pietro quasi non mi giro. Pedro è diventato il mio nome.
L'esordio in Serie A arriva con Gigi Radice. Cosa ricorda di quella giornata?
Ricordo tutto. Ero considerato un po' l'astro nascente del momento, come oggi può esserlo un ragazzo che viene lanciato molto giovane. C'erano alcuni infortuni e fui convocato per la trasferta di Cagliari. Per me andare in prima squadra era già come aver fatto cento presenze. Ero lì da appena un anno e mezzo, due anni. Quella squadra veniva da uno scudetto e da grandi piazzamenti. C'erano tantissimi nazionali.
E cosa le disse Radice alla vigilia?
Radice aveva l'abitudine di passare nelle camere la sera. Io ero con Danilo Pileggi. Salutò lui, poi venne da me e mi disse: “Ragazzo, sei contento?”. Gli dissi che ero felicissimo. Poi mi fece: “Domani indosserai la maglia numero 7”. Io ho avuto un infarto.
Non ha dormito?
Ho fatto pipì almeno nove volte. Ero un ragazzo di 17 anni, non potevo avere la prostata di un sessantenne! Non ho chiuso occhio. Pileggi a un certo punto, alle tre e mezza di notte, mi disse: “Oh, dobbiamo dormire, perché domani c'è una partita”. Ma io non riuscivo. Avevo un'adrenalina incredibile.
E poi è entrato in campo…
Al vecchio Sant'Elia, sì. La partita finì 0-0 e presi un 7 in pagella. Ma la cosa più bella fu all'uscita dal campo: mi fermò Gigi Riva e mi fece i complimenti. Io ero cresciuto con Gigi Riva come idolo. Poche ore prima ero al campo della Primavera e improvvisamente mi ritrovavo in uno stadio davanti a 60mila persone. E poi mi fermava lui. È un ricordo che porterò sempre con me.
E non finì lì, perché pochi giorni dopo arrivò anche la Coppa UEFA, o sbaglio?
Esatto. Pensavo di tornare a Torino, invece mi dissero che sarei rimasto con la squadra e sarei andato anche in Germania per la Coppa UEFA. In pochi giorni avevo esordito in Serie A ed ero andato anche in Europa. A casa fu una festa. La partita era trasmessa in televisione e si riunirono tutti: fratelli, sorelle, cognati, nipoti, cugini, vicini di casa. Fu uno dei momenti più belli della mia vita.
La sua prima stagione in Serie A fu segnata anche dal gol alla Lazio davanti a una grande quantità di parenti e amici: che ricordo ha di quella giornata e di quella rimonta subita?
Quello fu speciale perché c'era tutta la mia famiglia. Giocavamo a Roma e vennero tutti a vedermi: la famiglia, gli amici della mia strada, praticamente un'invasione. E io segnai dopo appena 16 secondi. Segnai il vantaggio del Torino davanti alla tribuna Monte Mario, dove erano tutti. Poi perdemmo 2-1, ma quel gol rimane uno dei ricordi più belli.
E sempre in quella stagione arriva la finale di Coppa Italia. A 17 anni si ritrova a calciare un rigore all'Olimpico che può decidere un trofeo.
Io ho perso tre finali di Coppa Italia consecutive: due contro la Roma e una contro l'Inter. Quella contro la Roma è stata particolare. Ero in panchina e non avevo neanche fatto il riscaldamento. A un certo punto si va ai rigori e alcuni rigoristi vennero meno. Non faccio nomi, ma qualcuno ebbe problemi, stanchezza, malanni… A quel punto venni scelto io. A 17 anni. Sono entrato a freddo e ho percorso tutto il campo per andare sul dischetto. Lo stadio Olimpico era pieno, circa 80-90mila persone. In porta c'era Tancredi, che era uno dei più bravi a parare i rigori. Io ero un ragazzo di periferia che fino a poco tempo prima giocava con le figurine. Mi sono ritrovato lì.
E ha segnato…
L'ho spiazzato. Tancredi è andato a sinistra e io ho tirato a destra. Anche lì c'era tutta la mia famiglia in tribuna. Credo che questo mi abbia aiutato, perché mi sono sentito meno solo. Poi abbiamo perso la finale, ma quel momento mi ha temprato.
Il Toro però l'ha accompagnata anche nei momenti più difficili. Uno dei suoi infortuni più gravi arriva proprio contro il Torino dopo uno scontro fortuito con Ezio Rossi, un suo vecchio compagno delle giovanili: quanto fu paradossale e doloroso quel momento?
È una storia incredibile. Ero in prestito al Catanzaro e il Torino aveva già deciso di farmi rientrare. Due giorni prima della partita firmo il ritorno al Torino. Gioco la partita e, al 122′, mi faccio male. E chi mi fa male? Ezio Rossi. Eravamo cresciuti insieme, avevamo condiviso ritiri, camere, tutto. Eravamo amici fraterni. E proprio lui, accidentalmente, mi provoca quell'infortunio. Fu una cosa tremenda. Ezio passò più tempo in ospedale con me di quanto ne passò la mia famiglia. Era disperato, piangeva. Alla fine ero io a doverlo tranquillizzare.
Quell'infortunio fu l'inizio di una serie di problemi fisici…
Sì. Ho avuto una tibia e un perone, poi l'osso non attecchiva bene e sono stato rioperato. Ho rotto il crociato, il menisco, il tendine d'Achille. Sono stato uno dei calciatori più infortunati della storia del calcio italiano, insieme ad altri grandi giocatori. Ma quell'infortunio mi ha forgiato tantissimo a livello caratteriale.
A Brescia arrivò la svolta più sorprendente: Franco Varrella la trasformò da attaccante in esterno e poi in difensore. Quando le propose di cambiare ruolo, qual è stata la sua prima reazione?
Brescia è stato uno dei bivi più importanti della mia vita. Arrivai da attaccante, ma Varrella e il direttore sportivo Riccardo Sogliano videro che avevo velocità, tecnica, capacità di saltare l'uomo e anche una buona predisposizione alla fase difensiva. Mi proposero di provare a fare l'esterno e poi il terzino. All'inizio la presi male.
Aveva anche molto mercato da attaccante, se ho studiato bene il suo percorso…
Avevo richieste importanti, tra cui Pisa e Ascoli. Mi dissero: “Andiamo in ritiro, proviamo questa trasformazione. Se non ti trovi bene, torni a fare l'attaccante o chiedi di essere ceduto”. Accettai. E quella cosa sorprendentemente funzionò.
La conferma arriva in un'amichevole contro il Milan.
Sì. Giocammo al Rigamonti contro il Milan. Io ero il numero due. Feci una grande partita e il pubblico rimase sorpreso, perché pochi mesi prima mi aveva visto giocare da attaccante. A fine partita mi chiamarono fuori dallo spogliatoio dicendomi che Berlusconi mi voleva conoscere e pensavo fosse uno scherzo. Invece c'era davvero Silvio Berlusconi che voleva farmi i complimenti.
E cosa le disse?
Mi chiamò per cognome, “Mariani”, e mi fece i complimenti per la partita. Rimasi sbalordito. Quella stagione fu straordinaria. Risultai tra i migliori italiani per media voto.
È corretto dire che il cambio di ruolo ha allungato la carriera di Pedro Mariani?
Credo di sì. È stato fondamentale. Un attaccante, quando arriva a trent'anni e comincia a segnare meno, rischia di scendere di categoria. Io invece, grazie a quel cambio, ho giocato ancora per tantissimi anni. Sono arrivato fino a 42 anni. Dopo Brescia sono tornato in Serie A con il Bologna. Quindi sì, Brescia è stato probabilmente il bivio più importante della mia carriera.
A Brescia hai lasciato anche un legame umano fortissimo…
Sì. Ho fatto cento partite di campionato e ho avuto un rapporto bellissimo con la tifoseria. Ancora oggi mi sento legato a Brescia. E c'è anche una cosa curiosa: mi dissero che Maifredi mi voleva alla Juventus insieme a Corini. Poi lui andò alla Juve e io no, ma non ho mai capito perché…
Ha nominato il suo passaggio al Bologna ma Trapattoni la voleva all’Inter come rincalzo di lusso: lei scelse di andare in Emilia per avere una maglia da titolare: col senno di poi, è stata la scelta più importante della sua carriera?
Quella è una storia incredibile. Spillo Altobelli era a Brescia e rimase impressionato dalle mie prestazioni. Mi propose all'Inter di Pellegrini e a Trapattoni. Contemporaneamente mi cercava il Bologna. Avevo circa trent'anni e feci un ragionamento puramente calcistico: all'Inter probabilmente avrei giocato meno, mentre al Bologna sarei stato titolare, avrei giocato la Coppa UEFA e la Coppa Italia.
È vero la storia del casello di Brescia, dove fermò la macchina e prese lì la decisione finale?
Sono stato fermo un'ora e mezza. A destra c'era Milano, a sinistra Bologna. Ho fumato una quindicina di sigarette. Ero lì che pensavo: “Che faccio?”. Alla fine sono andato verso Bologna. Ero quasi in lacrime perché sapevo che a Milano mi stava aspettando Pellegrini. Altobelli ci rimase male e per un anno e mezzo non mi parlò. Poi però mi chiamò il presidente Pellegrini personalmente e mi disse: “Mariani, non si preoccupi. Secondo me ha fatto una scelta giusta. Da padre e non da presidente le dico che ha fatto bene”. Quella telefonata mi fece molto piacere.
A Bologna arriva anche una grande avventura europea ma finì con un'amarissima retrocessione in Serei B, come mai?
Fu un'annata stranissima. In campionato avemmo tantissimi infortuni, si fecero male nove titolari. Ma in Coppa UEFA facemmo un cammino straordinario. Fuori casa prendevamo spesso due o tre gol, poi in casa ribaltavamo tutto.
Qual è il ricordo più bello?
La partita contro l'Heart of Midlothian. All'andata perdemmo 3-1. Al ritorno dovevamo ribaltarla e ci riuscimmo. Feci anche un gol bellissimo in contropiede, di esterno, verso la fine. Ricordo ancora il boato della curva Andrea Costa. Quel gol ci permise di passare il turno. Poi arrivammo ai quarti e trovammo lo Sporting Lisbona. Uscimmo, secondo me, in maniera ingiusta, anche per alcuni episodi arbitrali.
Una domanda extra campo: è vero che Bologna frequentava alcuni grandi nomi della musica italiana fuori dagli impegni calcistici?
Era una Bologna diversa. Attraverso il mitico Villa ho avuto modo di conoscere persone come Lucio Dalla, Luca Carboni, Andrea Mingardi, Gianni Morandi e Paolo Mengoli. Ci incontravamo anche a cena, andavamo a vedere il basket. Ho avuto persino la fortuna di ascoltare alcuni brani prima che diventassero famosi. Ricordo anche Biagio Antonacci: lo vedevamo in una trattoria dove suonava la chitarra. Era una Bologna bellissima, anche per questo. Che serate!
Ho colto il legame che ha con tutte le piazze in cui è stato ma dopo si può dire che Venezia è stata un'altra avventura importante per Mariani?
Venezia è insieme al Torino una delle società che sento più profondamente. Lì sono diventato quasi il capitano per antonomasia e mi hanno dato la maglia Legend. Abbiamo vissuto momenti incredibili…
Uno su tutti, Venezia-Juventus 4-3 in Coppa Italia?
Quella è stata una partita pazzesca. Una Juventus fortissima, con Baggio. Vincemmo 4-3 in una partita che sembrava Italia-Germania. A fine gara facemmo il giro di campo. Ricordo anziani che piangevano, bambini che piangevano. Avevamo regalato una pagina di storia a quella gente. E per me quello è sempre stato il senso del calcio.
Cosa intende?
Mio padre, che era un contadino e un uomo molto umile, un giorno mi disse una frase che non ho mai dimenticato: “Ti rendi conto che c'è gente che paga per venire a vederti?”. Quella frase mi ha cambiato. Mi disse: “Tu devi giocare anche per loro. Devi regalare emozioni alla gente che viene allo stadio, perché quelle persone fanno sacrifici per pagare un biglietto e vederti giocare”. Io ho sempre cercato di fare questo.
Forse è anche per questo che Pedro Mariani è amato in tante piazze…
Credo di sì. Ho vinto e ho perso, ho segnato e ho sbagliato. Ma quando smetti di giocare, la cosa più importante è come vieni ricordato. Io sono stato amato praticamente ovunque. E questo, per me, vale più di qualsiasi coppa.
Anche a Benevento ha lasciato un ricordo incredibile, con quel finale quasi surreale. Vuole raccontarcelo?
Anche lì è successo qualcosa di assurdo. La mia ultima partita da professionista è stata Benevento-Andria. Io avevo annunciato che avrei smesso. L'Andria era una squadra a cui ero legatissimo. Avevo vinto un campionato lì e mi consideravano uno di famiglia. E proprio nell'ultima partita della mia carriera segnai contro l'Andria.
Un gol che condannò la sua ex squadra alla retrocessione?
Segnai all'incrocio dei pali, giocando da centrale difensivo, in una posizione in cui probabilmente qualsiasi allenatore mi avrebbe rimproverato. Quel gol salvò il Benevento e condannò l'Andria alla retrocessione. È incredibile pensare che anche l'ultima partita della mia carriera abbia avuto una storia così particolare.
Ha attraversato praticamente tutti i ruoli del calcio: calciatore, allenatore, talent scout e consulente. C'è una persona che più di tutte ha cambiato il suo percorso?
Potrei citare tantissime persone: Radice, Varrella, Soiano, Corioni, Altobelli, Ventura e tanti altri. Ma se devo scegliere, dico i miei genitori, perché senza due genitori come loro non ce l'avrei mai fatta. Negli anni Settanta mandare un bambino di dodici, tredici anni lontano da casa era una sofferenza enorme. Torino era una città completamente diversa da quella di oggi. Loro sapevano di mandare il loro figlio lontano, ma non mi hanno mai negato un sogno. Mi hanno sostenuto moralmente, economicamente e soprattutto hanno sofferto senza farmelo pesare. Credo che il sacrificio che hanno fatto per permettermi di inseguire quel sogno sia la cosa più importante della mia carriera.
Dopo una carriera così lunga, cosa resta davvero? I gol, le partite, i trofei?
Restano soprattutto le persone. Quando smetti di giocare, molti calciatori vivono di numeri, trofei, campionati vinti, gol. Io ho vinto e perso anch'io, naturalmente. Ma il patrimonio più grande è essere ricordato, apprezzato e stimato dalle persone. Non c'è coppa che possa tenere. E io sono felice di pensare che, ovunque abbia giocato, c'è ancora qualcuno che si ricorda di Pedro Mariani. Per me questo è tutto.