Pato e il primo giorno al Milan: “Ancelotti mi portò in mensa. Lì capii cos’è il rispetto”

Alexandre Pato non aveva ancora compiuto 18 anni quando il Milan, nell'agosto del 2007 lo prelevò dall'Internacional di Porto Alegre, avendo intuito che quel ragazzo dallo scatto fulminante era un diamante grezzo. La storia del ‘Papero' – che impressionò nei suoi primi tempi in rossonero – è legata a doppio filo al rimpianto di quello che avrebbe potuto essere qualora i suoi tanti infortuni, soprattutto muscolari, gli avessero permesso di avere la carriera che tutti prevedevano per lui.
Pato oggi ha 36 anni, si è ritirato lo scorso luglio a due anni dalla sua ultima partita giocata con la maglia del San Paolo, e se torna indietro a quel giorno di fine estate in cui arrivò a Milanello col suo fagottino di sogni non può che essere grato per quello che imparò fin dal primo giorno. Ovvero che essere campioni, e ancor più esserlo in quel grandissimo Milan di Berlusconi, significava adottare un certo codice di comportamento. Una lezione di vita che non ha mai dimenticato.

Fu Carlo Ancelotti, allora allenatore di quel Milan, a spiegare qual era la prima regola all'interno della squadra: il rispetto. Il tecnico di Reggiolo andò a salutare Pato durante le visite mediche, poi lo portò nella mensa del centro sportivo rossonero, a Milanello. Erano tutti lì i campionissimi di quella squadra che due mesi prima aveva vinto la Champions League, da Maldini e Nesta a Pirlo e Kakà. E poi Cafu, Serginho, Gattuso, Seedorf, Inzaghi, e altri ancora, c'era anche Ronaldo il Fenomeno.
Pato impara subito la prima regola al Milan: Ancelotti lo porta in mensa
Tutto immaginava Pato, tranne quello che sarebbe successo al suo arrivo in sala mensa: "Ancelotti ha detto a tutti di alzarsi in piedi quando sono entrato – racconta a ‘The Athletic – Ogni giocatore è venuto da me a salutarmi. Ho pensato: ‘Wow, questo è rispetto'. Puoi essere il miglior giocatore del mondo, ma devi rimanere umile. Devi avere rispetto per gli altri. Al Milan non si trattava solo di calcio, era una famiglia. Ecco perché quella squadra ha vinto tutto. Se andavi in campo e vedevi come si allenavano, pensavi: ‘Wow, devo fare lo stesso'".

"Nello spogliatoio, alla mia destra, c'era Paolo Maldini. Poi, di fronte a me, Kaká e Ronaldo. Era una squadra di leggende: i ragazzi che avevo impersonato alla PlayStation per tutta la vita – spiega ancora Pato, che con quel Milan ha messo in bacheca da protagonista lo scudetto del 2011 – Quando sono arrivato a Milano, dicevano: ‘Wow, questo è il nuovo Ronaldo'. Ma non mi sono mai sentito il nuovo Ronaldo. Mi allenavo solo perché amavo giocare, ero con i migliori giocatori del mondo. Gli infortuni sono uno degli aspetti più difficili del calcio, la gente vede solo la partita. Non vede le lunghe file di giocatori infortunati che devono recuperare. L'unica cosa che si desidera è tornare in campo. Dopo il primo, poi il secondo e il terzo infortunio, giocavo due partite e poi mi infortunavo di nuovo. Non credevo più in me stesso".