Il telefono squilla poi la linea cade, di colpo. Dall'altro capo del filo c'è Ottavio Bianchi, l'allenatore che a Napoli coniugò l'uomo di libertà con quello d'amore. Provi ancora ma la linea è rovente, occupata e ci vuole la mano de dios perché il tecnico del primo scudetto risponda. Maradona è morto, lo cerca tutto il mondo. La maggior parte degli ex compagni di squadra hanno scelto di tenerlo fuori, restando lontani dalla ressa per chiudersi in un dolore privato, composto, silenzioso. Lui, no. È lì, nonostante le lacrime e lo strazio della notizia che gli hanno comunicato direttamente dall'Argentina. "Pronto… – dice con la voce rotta dall'emozione Bianchi – immagino perché mi stiate chiamando ma rispondo solo per cortesia. Perdonatemi, sono sconvolto".

Ho visto Maradona, Bianchi più di tutti. Da vicino. Nel bene e nel male. Il corazon gli batte forte ma non è come ai vecchi tempi. "Sono talmente addolorato… guardi, non ce la faccio… davvero, sto male". Diego se n'è andato per sempre portando via con sé anche un pezzo della sua vita. A lui ha dato tutto. Da lui ha ricevuto tutto. Ne ha assecondato il talento, l'istinto. Lo ha lasciato libero di essere ciò che era: quel ragazzino cresciuto nella povertà di Lanus che ha regalato se stesso alla sua gente.

Bianchi è stordito. È come se la macchina del tempo lo avesse risucchiato all'indietro e poi riportato nel presente in un attimo. "Mi deve scusare…" e prende fiato, sta per agganciare ma quasi gli sembra di fare torto al Dieci. Lo ha amato e non lo dimenticherà. Mai. Non dimenticherà i ricordi più belli vissuti accanto al campione che non è mai stato un uomo normale. "Sono distrutto… a tutti dico la stessa cosa. Non voglio mancare di rispetto a nessuno… ma io proprio non riesco a dire cose sensate in questo momento". Tutto vero, non è una finta. Diego se s'è andato.