Perché Maradona è diventato Maradona? Forse solo per le sue eccezionali prodezze? Forse per i suoi gol o le sue doti balistiche fuori dalla norma? Forse per i suoi successi, alcuni dei quali ottenuti praticamente da solo? No. Chi pensa che Maradona sia stato solo calcio, è fuori strada. Dieguito non è stato solo il calciatore più forte della storia, è stato molto di più. Quando si parla di lui, non si può restare solo nell’ambito sportivo. Si parla del campione che è rimasto uomo, fino in fondo, fino alla fine con i suoi pregi e difetti. Si parla di una perfetta sintesi di  eccezionalità e “normalità” forza e debolezza, grandezza e miseria, ragione e sentimento. Questo è quello che rende Maradona unico.

Maradona ha regalato al Napoli e a Napoli un sogno e ha portato l’Argentina praticamente da solo sul tetto del mondo toccando il cielo con un dito. Quel dito che gli è servito però prima per spingere con la "mano dei Dios", il pallone alle spalle del portiere inglese, antipasto memorabile del gol del secolo che gli valse il soprannome di “aquilone cosmico” da parte del telecronista sudamericano Victor Hugo Morales. Un aquilone che con il vento a favore si alza nel cielo, più alto di tutto e tutti, e si può solo ammirare. Purtroppo però il vento non è sempre tale da consentirti di volare e allora ecco, le “cadute”, con le brutte frequentazioni in terra partenopea e la positività alla cocaina, con la squalifica poi per doping ai Mondiali del 1994 con l’Albiceleste. Tonfi rumorosi, soprattutto se sei il più grande di tutti.

Tecnica e scaltrezza, eccezionalità è umanità ma anche odio e amore. Maradona è stato questo, un personaggio capace non sono di regalare ma anche di catalizzare emozioni forti, come in occasione dei Mondiali del 1990 e di quel maledetto, per noi, Italia-Argentina, deciso da un suo rigore nel suo San Paolo. Amore, quello del popolo partenopeo, e odio da parte degli altri tifosi italiani, che si palesò poi in maniera concreta nell’ultimo atto, con quell’hijos de puta, pronunciato da Maradona durante l’inno argentino per rispondere ai fischi del pubblico di casa che ne fu la fotografia perfetta.

Prendere o lasciare, Maradona era anche questo. Non un compromesso, non il “campione” che viene davanti a tutto e nasconde l’uomo con tutti i suoi limiti. Parlando del Pibe de Oro i due aspetti non si possono dividere, sono due facce della stessa medaglia che spesso e volentieri abbiamo visto sia durante la sua avventura sportiva che al termine della stessa e in cui ci siamo anche immedesimati. Maradona è stato tutto, è stato gioia e dolore, è stato grandezza e fragilità, e forse anche per questo oltre che per il suo eccezionale feeling con il pallone e il calcio, tutto il mondo ne piange la morte. In questo però forse c’è l’unico aspetto in cui l’ex numero 10 ha poco di umano: a giudicare da quello che ha lasciato, infatti il suo essere sembra destinato a vivere per sempre. E allora per dirla alla Troisi, altro illustre "figlio" di Napoli: "Morto Maradona, viva Maradona!".