Marco Bedini, primo allenatore di Tresoldi: “È come Inzaghi. Gli scout non lo capivano, papà Emanuele sì”

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Marco Bedini, ex allenatore di Nicolò Tresoldi a Fanpage.it: dal paragone con Inzaghi all’intuizione del padre sulla prospettiva da centravanti, fino al nodo da sciogliere tra la nazionale italiana e la Germania.

"Dentro l'area ha una qualità innata: legge il gioco un pochino prima degli altri e si muove in un modo particolare. Quando fanno il paragone con Inzaghi, secondo me è azzeccatissimo". Nelle parole di Marco Bedini, il suo primo allenatore ai tempi del Fontanelle c'è il ritratto perfetto di Nicolò Tresoldi, oggi protagonista in Europa, con la maglia del Brugge con cui ha puntio l'Inter, a Sa Siro, in Champions League, rifilando 3 gol ai nerazzurri. Un talento puro, così come ricordato sempre a Fanpage anche da Francesca Saldi la presidentessa del Fontanelle. Un ragazzo che ci ha creduto sempre e che ha dovuto lottare fin da bambino quando, giocando sotto età contro ragazzi più grandi, veniva preso di mira ma non si tirava mai indietro: "Lo buttavano a terra e lui si rialzava, anche se aveva preso una botta, e tornava lì in mezzo a fare battaglia".

Se oggi il mondo del calcio ne ammira il fiuto del gol e l'equilibrio fuori dal campo, Marco Bedini confida a Fanpage che il merito è di chi ha saputo guardare oltre quando scout e osservatori non riuscivano a vederne il potenziale: "Vederne il talento era facile… era molto più difficile vedere la prospettiva. Il padre l'ha vista e era convinto che sarebbe diventato un grande centravanti". Un ragazzo vero, mai intaccato dai riflettori della Champions League, legato a una famiglia che lo ha sempre protetto dalle pressioni. Oggi resta aperto anche il nodo della nazionale, tra l'amore per le proprie radici e la gratitudine per chi gli ha dato una chance ad alti livelli: "È molto combattuto. È italiano, il cuore è metà italiano, ma la Germania è il paese che lo ha accolto, coccolato e a cui ha dato fiducia".

Marco tu hai avuto il grande merito, e anche un po’ di fortuna, di aver vissuto i primi passi nel calcio di Nicolò: quanto lo senti "tuo"?
Assolutamente sì, l ‘ho visto crescere ma credo che abbia fatto più bene lui a me piuttosto che il contrario, perché era facile vedere le qualità di Nicolò quando era bambino. Quello che era più complicato, parlando da un punto di vista tecnico, era capire la prospettiva di quello che poteva diventare quel ragazzo. E in questo non è stato certo merito mio: è stato determinante la figura del padre.

In che senso?
Il padre è stato l’elemento chiave della sua formazione da bambino. Essendo ex giocatore e allenatore, sempre rimasto in ambito calcistico con competenze e conoscenze importanti, è stato lui a vedere la prospettiva del ragazzo.

Fammi un esempio.
La situazione va divisa in un lato emotivo e uno tecnico. Dal punto di vista tecnico il padre ha visto le caratteristiche di Nicolò bambino e ha capito subito che era un centravanti. Quando giocava con me, soprattutto l'ultimo anno nei Giovanissimi regionali, Nicolò giocava a centrocampo contro ragazzi di due anni più grandi. Era sotto età e questo gli creava difficoltà. Se si fosse guardato solo al risultato delle partite, avrebbe dovuto continuare a centrocampo. Se invece si guardava alla prospettiva del ragazzo, doveva fare la punta. Su questo il padre era convintissimo. C'era un accordo tra me, il padre e il responsabile tecnico del settore giovanile del Fontanelli di allora, Giorgio Butto: la prospettiva era farlo giocare centravanti.

Perché a centrocampo stava meglio? Per caratteristiche tecniche o per questioni fisiche?
Assolutamente per questioni fisiche e strutturali. Aveva 12 anni e giocava contro ragazzi di 14. In quella fascia d’età la differenza fisica può essere enorme. Lui era indubbiamente il più bravo, si vedeva anni luce, ma essendo anche il più piccolo veniva preso di mira dai difensori più grandi. Le entrate erano toste, però non si è mai tirato indietro una sola volta.

Ti ricordi qualche episodio in particolare?
Mi ricordo immagini precise: lo buttavano a terra e lui si rialzava, anche se aveva preso una botta, e tornava lì in mezzo a fare battaglia. Era facile vederne il talento… era molto più difficile vedere la prospettiva. Il padre l'ha vista. E questo è stato anche uno dei motivi per cui le squadre professionistiche che lo hanno visionato non lo hanno preso: non vedevano quella prospettiva. Il padre invece era convinto che sarebbe diventato un grande centravanti.

Tu hai vissuto in prima persona i momenti in cui le società venivano a chiedere di lui?
No, perché lui andava fuori a fare i provini: si recava nelle varie città e società che lo richiedevano. È andato a Bergamo con l’Atalanta, a Bologna, alla Fiorentina, alla Juve. Andava sempre con il papà, io non l’ho mai accompagnato perché dovevo seguire gli allenamenti sul campo.

Ma ti sei mai chiesto come mai nessuno ne avesse intravisto il talento?
Ti racconto un episodio senza fare nomi. In quel periodo c’era un allenatore di una società professionistica che conoscevo già da prima per alcuni trascorsi e un giorno gli chiesi un parere su Nicolò. Mi disse: "Sì, è bravo, però come Nicolò… sai quanti ne trovo anche nella mia zona?". Altri ancora dicevano che era sì bravo ma ancora piccolino e che sarebbe stato meglio farlo giocare un passo indietro. Questo è stato anche il motivo per cui il padre ha sempre voluto tenerlo nei dilettanti, in un mondo in cui tutti cercano subito il professionismo. Lui ha puntato sulla prospettiva piuttosto che sulla gratificazione immediata.

Hai qualche altro aneddoto di allenamenti o partite che ti piace ricordare?
Mi ricordo che andavamo a fare le partite e lui veniva sempre preso di mira, ma era sempre un lottatore. Già da bambino faceva gli stessi gol che fa adesso. Dentro l'area ha una qualità innata: legge il gioco un pochino prima degli altri e si muove in un modo particolare. Quando fanno il paragone con Inzaghi, secondo me è azzeccatissimo. Ha un fiuto, un istinto, un senso dell’area che è la sua vera forza. Ce l’aveva già da bambino.

Quello che ha sorpreso è la sua genuinità. Tre gol in Champions, riflettori addosso, e alla fine sembra quasi in imbarazzo di fronte a tanta attenzione. Hai rivisto il Nicolò piccolino?
È assolutamente vero. L’anno scorso sono andato a Bruges con degli amici a vedere la partita di Champions contro l'Arsenal. Dopo la partita siamo stati insieme, c'era anche la famiglia. I tifosi del Club Brugge ad un certo punto lo hanno riconosciuto e lui era quasi intimidito, quasi si vergognava…

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Quindi passiamo dal piano meramente tecnico a quello emotivo e caratteriale: Nicolò che ragazzo è?
Un ragazzo fortunato, nel senso che la sua grande fortuna è stata la famiglia. Hanno sempre privilegiato, da quando era piccolo, il divertimento, il gioco sano, la leggerezza.

Nessun tuo merito personale?
Il padre mi apprezzava perché non ero uno di quegli allenatori che urlano e stanno sempre addosso ai ragazzi. Per indole ho sempre preferito che facessero tanto da soli: che senso ha che un adulto dica a un ragazzo che ha sbagliato? Lo vede da solo. Al massimo posso proporgli un’altra soluzione. È cresciuto in un ambiente totalmente privo di pressioni, ha vissuto lo sport in modo sano, come dovrebbe essere per tutti. Le pressioni di genitori, allenatori e società sono un grande male del calcio italiano.

Allora Marco facciamo un gioco. Se dovessi fare un podio in percentuale di quello che ha contribuito a costruire il Tresoldi di oggi – talento, famiglia, l'ambiente del Fontanelle e un pizzico di fortuna per aver lasciato l’Italia – come lo distribuiresti?
Al primo posto metto il talento: senza talento non si va da nessuna parte. Gli do un buon 40%. Un altro 40% alla famiglia e un 20% alla società. Il talento è fondamentale, ma la famiglia la vivi sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno. Anche la società è stata importante.

Il fatto di aver lasciato l’Italia per seguire i genitori in Germania, secondo te, è stato decisivo? Sarebbe esploso anche da noi?
Secondo me in Italia avrebbe trovato più difficoltà. L'Italia è definita un paese per vecchi: i giovani fanno un po' più fatica. In Germania, oltre a un'esperienza di vita che lo ha arricchito, ha avuto possibilità che qui non avrebbe avuto. È entrato giovanissimo in prima squadra all'Hannover e ha seguito un percorso formativo con la nazionale. In Italia non è stato considerato, nonostante fosse un nome conosciuto. Lì ci hanno creduto e lo hanno valorizzato. Sarebbe emerso anche in Italia? Forse sì, ma con più difficoltà. In Germania ha trovato una strada più spianata. Capisco anche il suo essere diviso 50-50: è italiano, il cuore è metà italiano, ma la Germania è il paese che lo ha accolto, coccolato e a cui ha dato fiducia.

Secondo te ha già deciso per la Germania?
Non credo. Credo che sia molto combattuto. Probabilmente è anche per questo che ha rimandato la scelta sulla nazionale maggiore. Ovviamente il papà e la famiglia incideranno, ma ormai è un ragazzo adulto, formato, con un carattere bellissimo.

C’è altro che ti viene in mente sulla sua crescita tecnica?
Sì, vorrei sottolineare un aspetto che a volte viene minimizzato.

Cioè?
La sua fortuna è stata anche la multilateralità. Faceva tennis, calcio al Fontanelle e c’era anche un progetto di calcio a 5. Queste tre esperienze lo hanno aiutato a crescere tecnicamente, fisicamente, motorio e caratterialmente. Stava tutto il giorno tra allenamenti, provini, tennis e calcio a 5: non so come facesse a studiare. Insieme al talento c’è la passione, e dietro ci sono sacrifici e rinunce che non emergono.

I rapporti con la famiglia come sono rimasti?
Strettissimi. Con il padre ci sentiamo tutti i giorni, anche per cose extra-calcio: è una persona piacevolissima. Parliamo, ridiamo, qualche volta litighiamo, ma sempre con rispetto. L'altro giorno l'ho rivisto a Gubbio ed era contentissimo. Ho conosciuto anche la mamma a Bruges: persona splendida. La famiglia è stata determinante e lo è ancora. Così come la sorella, una ragazza spettacolare e per Nicolò è una parte importante a cui si appoggia tanto.

Tu però non eri a San Siro, come l'hai vissuta Inter-Brugge?
Soffrendo in televisione. Quando ha preso la traversa ho detto: "Cavolo, peccato… un gol a San Siro…". Poi ne ha fatti tre e quando ha preso la palla per il rigore, con lo stadio che veniva giù di fischi… Come se l’avessi calciato io. Finita la partita ho fatto fatica ad addormentarmi da quanto ero contento. Tre gol a San Siro, da milanista dichiarato, con tutto lo stadio contro: è una cosa impensabile.

Qualità, personalità, equilibrio: ma Nicolò un difetto ce l'ha?
Non credo… quando torna a Gubbio ritorna sempre lui: appena può si ferma, passa a salutare i ragazzini del Fontanelle, è disponibile con tutti. È un ragazzo splendido. Io ho una figlia e Niccolò è proprio il genero che tutti i padri vorrebbero avere.

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