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Gianni Vio e il ricordo dell’abbraccio in lacrime tra Vialli e Mancini: “Era qualcosa di più del calcio”

Lo specialista degli schemi spiega cosa s’è dietro la scienza dei piazzati. Nell’intervista a Fanpage.it parla anche del trionfo europeo con Mancini e Vialli fino all’esperienza con Antonio Conte al Tottenham, tra tattica, ricordi umani e l’Arsenal modello di precisione.
A cura di Maurizio De Santis
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Gianni Vio, tra i massimi specialisti degli schemi su palla inattiva, racconta la propria visione tattica e umana del calcio moderno, partendo dal tema oggi più discusso: l'occupazione scientifica dell'area di rigore sui calci piazzati. Dall'esempio dell'Arsenal alle differenze culturali tra Premier League e Serie A, l'analisi è netta: non è il regolamento a essere superato, ma l'allenamento spesso a essere insufficiente. Più che nuove norme, servono studio, lavoro e contromisure. Nell'intervista a Fanpage.it emergono anche i momenti intensi dell'esperienza in Nazionale, culminata nel trionfo europeo sotto la guida di Roberto Mancini. Centrale il ricordo di Gianluca Vialli, figura descritta "come anima e collante del gruppo, simbolo di un successo prima umano che sportivo". Spazio poi all'esperienza in Premier League con il Tottenham di Antonio Conte, dove il lavoro metodico ha prodotto numeri importanti, valorizzando campioni come Harry Kane.

Iniziamo dal tema caldo. Oggi vediamo l'Arsenal e altre squadre occupare lo spazio del portiere in modo quasi scientifico. Visto che è stato un pioniere di questo approccio, si sente il "padre" di questa tendenza o pensa che si stia andando oltre il limite del regolamento?
"Direi di no. Per esempio, prenda il Parma e cosa ha fatto a San Siro contro il Milan: hanno creato densità attorno al portiere per togliere spazio e crossare sul secondo palo, ma senza spinte. E se il regolamento non prevede il fuorigioco su corner e rimessa, io posso mettere i giocatori dove voglio, purché non ci sia fallo. Dal mio punto di vista questo conferma solo che bisogna lavorare sia in fase offensiva sia in fase difensiva sulle situazioni di palla inattiva che sempre più stanno dimostrando di poter fare la differenza. Il problema non è la norma, è l'allenamento: spesso si fanno due ore di riscaldamento e dieci minuti di palle inattive. E non si vince col riscaldamento. L'Arsenal in Inghilterra, invece, cerca di più il contatto perché lì gli arbitri non fischiano mai, fa parte della loro cultura. Da noi è diverso".

Ma questo "shadowing" costante sul portiere è ancora tattica o è ostruzionismo sistematico che sfrutta la timidezza degli arbitri, specialmente in Italia?
"Non parlerei di timidezza. Anzi, i nostri arbitri sono molto più bravi e preparati di quelli inglesi. Semmai sono fin troppo meticolosi, a volte col VAR si eccede sui dettagli. Quello che vediamo è solo il risultato di un lavoro migliore sulle palle inattive. È un "mare aperto" dove in Italia siamo ancora indietro: qui le figure specifiche quasi non esistono, in Premier le hanno tutti".

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L'Arsenal ha creato una scuola. Molti dicono che il regolamento sia superato da queste ultime novità. Se fosse nell'IFAB, scriverebbe una regola specifica per proteggere lo ‘spazio vitale' del portiere o crede che la difesa debba semplicemente imparare adeguate contromisure?
"No, meno si cambia e meglio è. Se domani vietassero di stare nell'area piccola, io partirei da fuori per arrivarci un secondo prima del cross. Sarebbe lo stesso. La soluzione non è una nuova legge, ma studiare contromisure. Se l'avversario mi marca a uomo e aumenta la densità, è una sua scelta tattica. Bisogna allenarsi a leggere queste situazioni, non sperare nel fischio".

Passiamo al lato umano. Lei era nello staff della Nazionale campione d'Europa. Che ricordo ha di Gianluca Vialli in quell'estate magica?
"Entriamo in un campo molto personale. Gianluca ha lasciato a tutti un insegnamento unico. Sapeva di non stare bene, ma condivideva le sue emozioni con noi con una generosità incredibile. È stato senza dubbio uno dei segreti di quella vittoria. Una persona eccezionale".

Vialli, ex attaccante che ha avuto una sensibilità superiore per gli spazi, le ha mai suggerito una variante ai suoi schemi, magari parlando di chi deve "sacrificarsi" con un blocco?
"No, mai. Gianluca era un uomo di una correttezza rara: rispettava profondamente i ruoli e i compiti di ognuno. Non interferiva mai nel lavoro tecnico altrui. Lui era il collante dell'anima, l'uomo dell'unione".

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Le arriva una telefonata: è l'allora commissario tecnico dell'Italia, Roberto Mancini. Com'è nata la collaborazione che poi ha portato alla conquista degli Europei?
"Ci siamo trovati al giovedì a Bologna, ci siamo incontrati la prima volta perché voleva conoscermi e al sabato ero in Nazionale… quindi ci siamo incontrati così. Mancini aveva necessità di migliorare questo aspetto delle palle inattive e di tutto ciò che vi ruota intorno. Credo gli abbiano suggerito il mio nome, ha voluto conoscermi e ci siamo trovati e poi abbiamo cominciato".

Quale ricordo poterà sempre con sé di quella esperienza, oltre alla gioia per il trionfo?
"L'immagine che porterò sempre con me non è una riunione tattica, ma l'abbraccio tra Roberto e Gianluca in lacrime dopo la finale. Piangevano stretti l'uno all'altro. Chi li ha conosciuti, chi ha vissuto quei momenti da vicino ha avuto la percezione che era una cosa vera, umana, prima che calcistica. Quella è la fotografia più bella che mi posso ricordare".

Nel 2022 è arrivato al Tottenham di Antonio Conte, un allenatore che non lascia nulla al caso. Com'è stato il primo impatto tra la tua ‘scienza dei piazzati' e la nota maniacalità tattica del tecnico salentino?
"Antonio è esigente prima di tutto con se stesso e poi lo è anche con gli altri. Ha un livello di tensione e intensità tale che credo che anche chi si occupa della cucina abbia paura di sbagliare il menù della giornata… Ma è proprio così che ottiene il massimo da tutti. E assieme abbiamo sfruttato al meglio le qualità dei giocatori che avevamo".

I numeri dicono che sotto la sua supervisione gli Spurs sono diventati i primi della classe: 16 gol da corner in una stagione. Come ha convinto i giocatori?
"Abbiamo solo lavorato. Siamo stati bravi e fortunati a segnare subito: il gol dà credibilità al lavoro. Quando i giocatori capiscono che così si vincono le partite, ti seguono. Non ho cercato di cambiare niente ma solo di portare le mie idee e assieme allo staff, assieme a Stellini e assieme a Conte abbiamo fatto il nostro lavoro".

Harry Kane era scettico all'inizio?
"Al contrario. I campioni sono tali proprio perché sono i primi a mettersi a disposizione. Harry quell'anno ha segnato più di tutti, spesso sfilandosi sul secondo palo mentre gli altri attaccavano il primo. Io non gli davo ordini, gli proponevo soluzioni. Lui sceglieva quella che sentiva più sua".

Parliamo di "spionaggio". Per attivare i suoi schemi usate codici segreti? Toccare i calzettoni, la fascia…
"Ho iniziato con Walter Zenga a fare un po' di confusione, diciamo così (qui sorride, ndr). I segnali che vedete come un braccio alzato, due braccia, toccarsi qualcosa… spesso sono finti! Servono solo a depistare gli analisti avversari che perdono ore a studiarli. In realtà, la soluzione la decidiamo prima. Il gesto serve solo a dare il tempo del movimento, non a indicare lo schema".

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In Italia la sua figura è ancora vista come un lusso?
"Con staff di 10-15 persone, tutti possono permettersi un collaboratore specifico. Il problema è il tempo che gli allenatori decidono di dedicarci. Se continuiamo a pensare che il calcio sia complicato, sbagliamo. Si fanno due ore di riscaldamento e dieci minuti di pallina attiva. E mi sembra che con il riscaldamento non si sia mai fatto l'oro e non si sia mai vinto una partita".

Intelligenza artificiale e video-analisi, come si compenetrano le due cose: si dice che gli algoritmi disegneranno gli schemi perfetti. Si sente minacciato?
"L'AI lavora su quello che è successo ieri, io lavoro su quello che succederà domani. Se l'algoritmo dice all'avversario cosa aspettarsi, io farò l'esatto opposto. Il calcio dipende dalla fantasia e dall'emotività, non è una scienza ripetibile. L'occhio umano e l'intuizione restano insostituibili".

Chiudiamo con un gioco. Per lo schema perfetto, chi sceglie come terminale e chi come battitore?
"Qui in Italia credo che sul primo palo Cristante sia il giocatore che nella mia conoscenza è uno dei giocatori più bravi con i quali ho lavorato. Ma il segreto sui corner e sulle punizioni è chi calcia. Tutti dicono: eh, se non hai chi tira bene… Io rispondo che in ogni squadra c'è qualcuno che ha un piede educato. Chi? L'allenatore dei portieri, che fa 100 cross a seduta. Anche qui la cosa che conta davvero è solo l'allenamento. Non è possibile che un professionista di Serie A sbagli la misura tra primo e secondo palo. Se succede, è solo perché non si è allenato abbastanza".

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