Faouzi Ghoulam: “Volevo scappare dopo la prima partita col Napoli a Bergamo. Mai visto nulla di simile”

Faouzi Ghoulam si racconta a Fanpage.it senza filtri, dal legame viscerale con Napoli e i napoletani al razzismo avvertito in maniera scioccante appena arrivato in Italia.
A cura di Redazione Sport
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di Ilaria Mondillo e Paolo Fiorenza

Faouzi Ghoulam ha appeso le scarpette al chiodo un anno e mezzo fa. Ora sta studiando per una carriera da dirigente, col master UEFA tra le mani dopo aver già preso il patentino B da allenatore. A 35 anni il terzino di origini algerine si confessa senza alcun filtro a Fanpage.it, dal legame viscerale con Napoli e i napoletani al razzismo avvertito in maniera scioccante appena arrivato in Italia e che gli ha fatto pensare di scappare via dal nostro calcio dopo solo una settimana. Ghoulam racconta il mancato ritorno al Saint-Étienne per non fare il "mercenario" e svela perché non è andato al Torino e alla Roma. Tra fax sbattuti in faccia ai dirigenti e telefonate toccanti di un insospettabile De Laurentiis.

Come stai e, soprattutto, in quale parte del mondo ti trovi?
Sto benissimo. Adesso mi trovo a Dubai, un posto che a volte mette un po' di timore alla gente, ma alla fine non è niente di che.

Tu hai smesso di giocare in Turchia però, a differenza di molti colleghi che annunciano il ritiro sui social, tu non lo hai mai fatto ufficialmente. Per te il calcio giocato è davvero una pagina chiusa? In questo anno e mezzo hai preso il patentino UEFA B, quindi un nuovo percorso lo stai già tracciando. Qualcuno ti ha cercato in questo periodo per tornare in campo?
Sì, sicuramente. Dopo aver chiuso l'esperienza in Turchia ho ricevuto delle proposte. Mi hanno chiamato alcune squadre italiane per capire se avessi voglia di tornare, e ho avuto offerte anche dalla Francia. Però onestamente non credo interessi a molti sapere se smetto o meno. Per me non era così fondamentale fare un annuncio ufficiale. Alla fine basta guardare le mie azioni: si vede chiaramente che non sto più giocando a livello agonistico. Mi sono iscritto a una squadra a Dubai di cui sono socio: è un club professionistico che milita in terza divisione, ma vado lì più che altro per dare una mano e aiutare ogni tanto.

Ma come calciatore? Sei tesserato con loro?
Sì, sono tesserato come calciatore, anche se non ci sono quasi mai.

Ti alleni soltanto, quindi?
Sì, ogni tanto quando sono a Dubai vado ad allenarmi. Essendo investitore in questa squadra insieme a Kalidou [Koulibaly], cerco di star loro vicino e dare una mano quando posso. La verità è che continuo sempre a fare attività sportiva – corro, mi alleno – ma non sono più un calciatore al 100%.

Faouzi Ghoulam con la maglia dell’Hatayspor nella sua ultima stagione da calciatore, 2023/24
Faouzi Ghoulam con la maglia dell’Hatayspor nella sua ultima stagione da calciatore, 2023/24

Ti hanno cercato anche squadre di Serie A? Perché hai detto di no? Per mancanza di un progetto o perché non avevi più voglia?
In Francia avevo fatto un'esperienza con l'Angers, ma io sono del Saint-Étienne, è la squadra del cuore in cui sono cresciuto. Ero andato all'Angers perché l'allenatore era un amico e mi aveva chiesto una mano. Ho fatto sei mesi e volevano rinnovare, ma non avevo molta voglia di restare lì. Per l'Italia il discorso è simile: dopo essere passato da Napoli, per me era complicato rimanere in Italia. Non avrei potuto giocare in nessun'altra squadra, davvero non me la sentivo.

Se chiudi gli occhi e ricordi la tua infanzia, c'è un momento preciso in cui hai capito che la tua vita sarebbe stata dedicata al calcio?
È successo quando avevo 12 anni. Giocavo nelle giovanili del Saint-Étienne insieme a mio fratello, che ha due anni più di me. Quell'anno decisero di mandarlo via e lì è scattato qualcosa. Sono molto legato a lui e in quel momento ho provato una rabbia tale che mi sono ripromesso di non avere mai rimpianti. Da allora mi sono dedicato al calcio al 100%: niente vacanze, solo allenamenti extra. Non era tanto l'ossessione di diventare un professionista, perché sapevo quanto fosse difficile, quanto la voglia di potermi guardare allo specchio, una volta adulto, e dirmi di aver dato tutto per raggiungere l'obiettivo. Anche se sappiamo bene che a volte dai tutto e non ci riesci comunque.

La famiglia è stata fondamentale per te, siete in dieci tra fratelli e sorelle. I tuoi genitori ti hanno trasmesso valori ed educazione. Se non fossi diventato un calciatore, cosa avresti fatto nella vita?
Bella domanda. Se sono diventato calciatore, alla fine, l'ho fatto per loro. Da giovane non ero appassionato come i miei fratelli, ma loro mi hanno spinto molto perché era anche il loro sogno. Diciamo che ho realizzato il sogno di un'intera famiglia. All'epoca studiavo economia. Mia madre era inflessibile sulla scuola, per lei l'istruzione era prioritaria. Credo che avrei fatto una vita normale: avrei finito gli studi, preso un master e cercato un lavoro. Oltre al calcio non avevo grandi ambizioni di gloria.

Ti ricordi cosa hai comprato con il tuo primo stipendio da professionista?
È passato tanto tempo… ma sicuramente la spesa. Facevo la spesa per casa e per alcuni amici con cui sono cresciuto, che vivevano da soli lontano dalle famiglie. Ho sempre cercato di aiutare chi mi stava intorno, questa è la verità. Poi, quando gli stipendi sono diventati importanti, ho iniziato ad aiutare i parenti in Algeria, ho comprato casa e cose così.

Ghoulam oggi: l’ex esterno sinistro ha appena compiuto 35 anni
Ghoulam oggi: l’ex esterno sinistro ha appena compiuto 35 anni

Tu sei nato a Saint-Priest, a circa sessanta chilometri da Saint-Étienne, quindi vicinissimo. Per un bambino di quelle zone il Saint-Étienne rappresenta tutto, è la squadra dei sogni. Tu sei entrato nel loro vivaio a 8 anni, giusto?
Sì, esatto. Considera che il Saint-Étienne è una delle tre tifoserie più calde di Francia, la più storica insieme al Marsiglia. Anche se la città ha solo 180.000 abitanti, lo stadio da 40-45.000 posti è sempre pieno. La gente viene da fuori perché è una tifoseria storica e viscerale. Per me tifare la squadra della propria città è la cosa più normale del mondo, anche se poi ho visto altre realtà.

Non sei proprio come Totti, ma sei comunque un calciatore molto fidelizzato. Alla fine due squadre hanno segnato profondamente la tua carriera: Saint-Étienne e Napoli. Sono le squadre della tua vita?
Assolutamente sì. L'unico rammarico con il Saint-Étienne è di non aver fatto abbastanza a livello professionistico. Sono rimasto lì dagli 8 ai 23 anni, facendo tutta la trafila delle giovanili, ma in prima squadra ho giocato solo tre o quattro stagioni. Mi è mancato un pezzetto di percorso lì, ma è stato necessario per fare il salto di qualità e andare al Napoli.

C'è mai stata la possibilità reale di tornare al Saint-Étienne?
Sì, quando ho chiuso con il Napoli mi hanno chiamato. Il mio obiettivo era tornare, nonostante fossero in Serie B. Erano in difficoltà e mi offrirono tantissimi soldi, ma io dissi chiaramente che non sarei tornato nella squadra del mio cuore per fare il mercenario. Mi aspettavo un progetto a lungo termine, ma le nostre visioni non coincidevano. Loro mi vedevano ancora come il ragazzino che avevano lasciato partire anni prima, mentre io nel frattempo ero diventato un giocatore importante, con un bagaglio di esperienza internazionale, avendo lavorato con i migliori allenatori al mondo. Il presidente mi diceva: "Vieni a darci una mano per un po', ti copriamo di soldi". E io rispondevo: "Non è una questione di soldi, siete la mia squadra del cuore, vorrei magari iniziare un percorso per prendere il diploma da dirigente o allenatore lì".

Forse cercavano solo il nome e l'immagine, mentre tu cercavi un progetto.
Esatto. Quando sei un prodotto del vivaio tendono sempre a sminuirti. La realtà è che io venivo da anni a Napoli con i migliori tecnici, avevo giocato Mondiali, Coppa d'Africa, Champions ed Europa League. Ero tecnicamente e professionalmente più avanti rispetto ai loro standard di quel momento. Vi racconto un aneddoto: gioco con loro un'amichevole di mercoledì. Avevo circa 32 anni, era il dicembre dopo l'addio al Napoli. Il presidente mi chiama in ufficio per parlare del contratto e inizia con il solito discorso dei soldi. Io gli ribadisco: "Presidente, non sono qui per i soldi, mi interessa un progetto serio per il futuro del club". Lui risponde con un vago "vedremo". Il giorno dopo ho preso le mie cose e me ne sono andato. Ventiquattro ore dopo mi chiamano: "Ti aspettiamo all'allenamento". E io: "No, guarda, sono a New York". Non ci volevano credere, ma ero davvero lì a vedere una partita di NBA. Gli dissi chiaramente: "Io non sono più il ragazzo che avete lasciato partire anni fa. Oggi prendo decisioni molto velocemente: se le visioni non coincidono, ti ho detto che il mercenario nella mia squadra del cuore non lo faccio, e quindi niente, è finita".

Quindi è finita un po' male con loro?
No, non male, alla fine resta la mia squadra. Semplicemente con la vecchia proprietà non ci siamo intesi. Ora le cose sono cambiate: il presidente è lo stesso del Toronto e c'è Gazidis, che era al Milan. Le cose si sono evolute, ma allora andò così. Purtroppo non ero più il giocatore che si ricordavano loro.

Ghoulam nel 2011 con la maglia del St.Etienne: aveva 20 anni
Ghoulam nel 2011 con la maglia del St.Etienne: aveva 20 anni

A Napoli sei cambiato molto, è stata la svolta della tua vita e della tua carriera. Ci racconti cosa è successo "dietro le quinte" della trattativa che ti ha portato dal Saint-Étienne al Napoli? Com'è stato il primo approccio con il Presidente De Laurentiis, con il direttore sportivo o con Rafa Benitez? Cosa ti hanno detto per convincerti?
È una storia bella e un po' complicata. In quel periodo ero in trattativa con la Roma. Avevano iniziato il campionato in modo strepitoso con Rudi Garcia, facendo dieci vittorie su dieci. Mi volevano, ma non avevano i fondi per acquistarmi a gennaio, quindi l'idea era di bloccarmi per l'estate. Avevano detto al mio procuratore di aspettare la fine del mercato invernale per chiudere l'accordo con il Saint-Étienne per giugno. Poi, però, si è inserito il Napoli. Mio fratello, che era il mio agente, andò a parlarci a Roma. In quel momento stavo facendo una buona stagione e il Saint-Étienne voleva rinnovarmi il contratto. Proprio il giorno in cui stavo andando in ufficio dai miei presidenti per il rinnovo, mi chiamò Rafa Benitez. Il Napoli non aveva ancora fatto l'offerta ufficiale, ma Rafa iniziò a spiegarmi che mi voleva assolutamente.

Ed è stato Napoli.
Io, a dire la verità, di Napoli non sapevo molto, se non che era la città di Maradona, in famiglia siamo tutti suoi tifosi. Sapevo che erano appena usciti dalla Champions e che avevano una tifoseria incredibile. Dissi a Benitez che ero interessato, ma che c'era il Mondiale nel 2014 e non volevo rischiare il posto stando in panchina. Lui mi rassicurò: "Vieni, giocherai perché faccio molto turnover". Mentre ero ancora negli uffici del Saint-Étienne, arrivò il fax con l'offerta del Napoli. Dissi ai miei dirigenti: "Ecco cos'è questo fax. Io me ne vado". Non volevano crederci, ma alle quattro del mattino ero già su un volo per Napoli via Francoforte. Ho rinunciato anche a una percentuale sulla futura rivendita che mi spettava pur di chiudere. L'ho fatto volentieri ed è stata una scelta bellissima.

Il Presidente De Laurentiis ha speso parole bellissime per te di recente: sembra che tra voi ci sia un rapporto speciale. C'è qualcosa di lui che nessuno nota, ma che tu – prima da calciatore e ora da opinionista – ricordi con affetto? Cosa non si vede del De Laurentiis che tutti conosciamo?
Lui è un imprenditore importantissimo, probabilmente il migliore oggi nel calcio italiano. Spesso si parla di lui solo per il business o l'aspetto finanziario, ma a livello umano è un grandissimo uomo. Mi è stato molto vicino quando mi sono infortunato, sia la prima che la seconda volta. Mi mandava messaggi, mi chiamava in ospedale sia lui che la moglie. Gestisce la squadra come un padre di famiglia. La gente non se ne rende conto, ma per lui i giocatori sono come figli. Lo dice sempre nei momenti di tensione: "Il mio telefono è sempre aperto, chiamatemi per qualunque necessità, personale o professionale". Cerca sempre di mettere tutti nelle condizioni migliori per dare il 100%.

Faouzi con la maglia del Napoli nel marzo del 2014: era appena arrivato in azzurro
Faouzi con la maglia del Napoli nel marzo del 2014: era appena arrivato in azzurro

Quando sei sbarcato a Napoli dopo quel volo all'alba e i vari scali, qual è stato il tuo primo ricordo o la prima persona che ti ha accolto?
Il primo ricordo è che, appena arrivato, cercavo disperatamente il mare. Io vengo da Saint-Étienne, che è in montagna e il mare non ce l'ha. Appena atterrato a Napoli, però, non lo vedevo perché mi portarono subito da Capodichino verso Castel Volturno, facendo la strada interna. Quando finalmente arrivai a Pinetamare, vidi l'acqua, ma onestamente mi aspettavo qualcosa tipo Nizza, dove esci e hai il mare subito lì davanti. Poi, la realtà di Castel Volturno all'epoca era un po' diversa. Oggi la zona è stata molto rinnovata, ma allora l'impatto fu particolare. Diciamo che ero deciso. Sei mesi prima sarei dovuto andare al Torino, ma ero scappato perché avevo quasi "paura" della città. Con Napoli invece mi sono detto: "Andiamo avanti". All'inizio è stata dura, ma poi tutto è cambiato.

Però poi hai abitato in zone dove il mare si vedeva bene, no?
Sì, ho cambiato diverse zone. All'inizio stavo in centro a Napoli con la vista sul mare, poi mi spostai ad Arco Felice per essere più vicino al campo d'allenamento. Alla fine però sono tornato in città, a Marechiaro, proprio sull'acqua. Cercavo la vista sul Golfo, per me è la più bella che esista. Svegliarsi con quel panorama era fondamentale, ero disposto a farmi anche un'ora di macchina ogni giorno per averlo.

C'è Mertens che, pur essendosi ritirato, ha ancora casa a Napoli proprio per quella vista. Ti ricordi cosa hai fatto la prima volta che hai visto l'alba sul Golfo col Vesuvio? Una foto, una videochiamata alla famiglia?
Come ti dicevo, venivo da una città piccola e per me quella realtà era enorme. Non ero ancora un grande viaggiatore, conoscevo solo la Francia e l'Algeria, quindi non avevo una mentalità apertissima. Per me era un sogno: giocare in una squadra con quel clima e quella vista incredibile tutti i giorni. Sì, chiamai subito tutti a casa, volevo che venissero a vedere perché era uno spettacolo unico.

Ghoulam con Dries Mertens e Kalidou Koulibaly. "Mio fratello", lo chiama Faouzi
Ghoulam con Dries Mertens e Kalidou Koulibaly. "Mio fratello", lo chiama Faouzi

Tornando ai tuoi inizi, avevi molti dubbi. Quanto tempo ci hai messo a capire di aver fatto la scelta giusta e che Napoli sarebbe stata una pagina fondamentale della tua carriera? Chi ti ha impressionato di più in allenamento e chi ti ha accolto meglio in spogliatoio? Magari figure come il mitico Tommaso Starace col suo caffè…
Ti dico la verità: dopo il primo weekend volevo scappare. La prima partita la giocammo a Bergamo e perdemmo 3-0. Ma ciò che mi scioccò fu la cattiveria dei tifosi avversari. Io venivo dalla Francia, dove il pubblico non è così aggressivo. Anche al Saint-Étienne, per quanto il derby col Lione fosse sentito, non avevo mai visto nulla di simile. Arrivo in Italia nel 2014, abituato agli stadi francesi moderni pronti per l'Europeo, e mi trovo in uno stadio vecchio, con la gente che ci insultava e striscioni contro di noi fin sotto l'albergo. Chiamai mio fratello e gli dissi: "Ma dove mi hai portato? Stadio vecchio, tifoseria aggressiva… Posso tornare indietro?". Lui mi rispose che il mercato era chiuso e dovevo restare.

E sei rimasto.
Ci ho messo circa 6 o 7 mesi per capire la storia del contrasto Nord-Sud e la "lotta di classe" che c'è in Italia. All'inizio, a 22 anni, senza parlare la lingua, non capivo perché fossero così aggressivi con me. Poi ho capito che io rappresentavo una città e un popolo. La svolta è stata una partita di Coppa Italia a Roma: si fece male Réveillère, entrai io, e lì, vedendo il livello tecnico degli avversari e dei miei compagni, capii che se avessi perso la concentrazione un solo istante sarei stato "morto". Dopo la sfida col Milan in casa (3-1, ndr), ebbi la conferma definitiva di aver fatto la scelta giusta.

C'è stato qualche compagno che ti ha aiutato ad ambientarti?
All'inizio parlavo poco l'italiano. Mi aiutarono molto Gökhan Inler, Behrami e Dzemaili perché parlavano francese. Fortunatamente, avendo studiato spagnolo a scuola, riuscivo a comunicare con Benitez e con i compagni spagnoli. Dopo sei mesi arrivò anche Kalidou [Koulibaly], che per me è come un fratello. Ma quel Napoli era davvero una famiglia: non c'erano gruppi separati, ci accettavano tutti. Se abbracci il progetto, a Napoli diventi subito uno di loro.

Chi è il giocatore che in allenamento ti ha fatto dire: "Mamma mia, questo è fortissimo"?
Senza dubbio Gonzalo Higuain. In Italia si usa spesso la parola "fuoriclasse" per tutti, ma con lui ho capito cosa significasse davvero. Gonzalo era oltre il concetto di "forte": era uno di quei giocatori che ti fanno vincere le partite e i campionati da soli. Vedendo lui, Raul Albiol e José Callejon, capivi perché fossero stati al Real Madrid: hanno qualcosa che agli altri manca. Poi c'era Dries Mertens, che entrava e spaccava le partite, e Lorenzo Insigne, che faceva cose incredibili per la sua età. Lì ho capito che il salto di qualità era enorme: non si poteva più pareggiare, bisognava vincere a tutti i costi.

Un abbraccio tra Ghoulam e Higuain, il fuoriclasse di quel Napoli straordinario
Un abbraccio tra Ghoulam e Higuain, il fuoriclasse di quel Napoli straordinario

C'è un gesto di un tifoso che ricordi ancora oggi?
Più che un gesto di un tifoso del Napoli, ricordo uno striscione a Bergamo che diceva: "Preferisco un cognato nero che un napoletano". Mi fece male, perché stavo iniziando a capire l'italiano e il significato profondo di quelle parole. È stato lì che la mia mentalità è cambiata: sono diventato napoletano a tutti gli effetti, prendendo su di me le loro battaglie. Con Kalidou abbiamo vissuto momenti brutti legati al razzismo. Io dico sempre che un calciatore, quando arriva in una città, deve studiarne la storia e il popolo per rappresentarli al meglio. All'inizio soffrivamo molto, poi abbiamo iniziato a ignorare certi insulti capendo che erano solo stupidi. Ma per me il razzismo contro il colore della pelle e quello contro i napoletani hanno lo stesso impatto brutto. Mi sentivo ferito allo stesso modo. Oggi si fa ancora troppo poco contro queste discriminazioni, le cose non cambiano abbastanza velocemente.

E l'abitudine del caffè di Tommaso? Ti è rimasta?
Io non bevo caffè! Mia madre mi diceva sempre che era una cosa "per i grandi" e non ho mai iniziato. Kalidou invece ne è diventato dipendente, si è fatto prendere da Tommy (Tommaso Starace ndr), lo beve pure di notte! Di napoletano però mi è rimasta la cosa più importante: il cuore.

Il volto di Maradona su un bandierone alle spalle di Ghoulam durante una partita del Napoli
Il volto di Maradona su un bandierone alle spalle di Ghoulam durante una partita del Napoli

Hai scelto di giocare per l'Algeria, la patria dei tuoi genitori. È stata la scelta giusta? C'è il rimpianto per quel rapporto che poi si è incrinato, portandoti a rinunciare nel 2019 alla Coppa d'Africa che poi l'Algeria ha vinto?
Assolutamente sì, è stata la scelta migliore della mia vita perché l'ho fatta col cuore. Essere protagonista non significa solo stare in campo: quando l'Algeria vince, io mi sento il primo ad aver vinto, esattamente come quando vince il Napoli. Nel periodo della Coppa d'Africa non ero in condizione fisica: venivo da infortuni gravi e non ero pronto per i contrasti duri tipici di quella competizione. Non sarebbe stato giusto togliere il posto a qualcuno che meritava più di me in quel momento. Qualcuno in Algeria fece polemica dicendo che non volevo andare, ma la verità è che il mio corpo non era pronto. Quando si parla della Nazionale, si parla del proprio Paese e della propria famiglia che vive lì: ogni mia azione ha conseguenze anche su di loro, quindi devo sempre essere onesto. Aver scelto l'Algeria è la cosa che mi rende più orgoglioso davanti ai miei genitori.

Ti hanno fatto male le critiche in quel momento in patria?
Mi ha fatto male sentire certe polemiche in Algeria, dove dicevano che non volessi andare in Nazionale. Ma sai, quando si tratta di Napoli o dell'Algeria, parliamo del mio Paese: sono questioni di cuore che non puoi gestire razionalmente. Quando sei un professionista puoi accettare le critiche tecniche, ma quando si parla del tuo Paese è diverso. In posti come Napoli o l'Algeria si vive di solo calcio e le critiche hanno ripercussioni sulla mia famiglia, che vive tutta lì. Alla fine, non rappresenti solo te stesso; ogni tua azione genera una reazione e devi saperla anticipare per proteggere chi ami. Ho scelto l'Algeria nonostante avessi giocato nell'Under 21 francese e ne ho pagato le conseguenze, perché il tuo valore di mercato cambia se non scegli una nazionale europea. Ma la mia scelta è stata palese: ho sempre deciso con il cuore, senza obiettivi di convenienza. È stata la scelta migliore che potessi fare, la cosa che mi rende più orgoglioso davanti ai miei genitori.

Ghoulam ha vestito 37 volte la maglia della nazionale dell’Algeria
Ghoulam ha vestito 37 volte la maglia della nazionale dell’Algeria

Tornando al 2017, la sfida contro il City ha segnato l'inizio di un calvario: un brutto infortunio, poi un altro e un altro ancora. Nel momento in cui eri forse il terzino più forte al mondo, il tuo universo è crollato. Hai mai alzato gli occhi al cielo chiedendoti: "Perché proprio a me?". Cosa hai provato e chi ti è rimasto accanto?
È difficile da spiegare. Molti pensano che mi sia crollato il mondo addosso, ma io sono molto religioso e credo che tutto accada per un motivo. A livello calcistico è stato un momento buio, ma a livello umano mi sono elevato, diventando una versione migliore di me stesso. È stata un'esperienza benefica sotto questo aspetto. Per il resto, è la vita. Mi è dispiaciuto solo che a volte siano stati incolpati i medici o chi mi stava intorno: non era colpa loro, è stato il destino. In quei momenti l'unica cosa che mi chiedevo era se avessi fatto involontariamente del male a qualcuno, pensavo che quegli infortuni fossero una conseguenza di un mio errore umano. Non ho mai cercato colpe esterne. Sono cambiato, sono evoluto e oggi quell'esperienza mi serve come uomo.

Quando sei tornato avevi paura di entrare duro nei contrasti? Cosa scatta nella testa di un calciatore dopo certi traumi?
Solo all'inizio. Poi ho ricominciato a dare tutto, finché non mi sono rotto di nuovo perché sono andato oltre i miei limiti fisici. Non mi sono mai risparmiato. Il Napoli mi aveva dato così tanto che non sapevo come ripagare la città se non dando il 100%, anche quando il corpo chiedeva pietà. Se tornassi indietro, rifarei la stessa scelta. Se devo dare un ginocchio o due per questo popolo, lo faccio: ormai li ho dati entrambi e non ne ho più da offrire (ride). Ognuno di noi ha lasciato qualcosa su quel campo, Dries ha dato una spalla, io il ginocchio, ognuno di noi ha lasciato qualcosa su questo campo. Ricominciare da zero, imparare di nuovo a camminare, non è piacevole, ma è stata una grande lezione di vita.

Hai giocato con Benitez e poi con Sarri. Il "Sarrismo" è diventato un neologismo celebre. Eravate consapevoli di essere parte di un'opera d'arte, di una squadra quasi invincibile anche se non è arrivato lo scudetto?
Il Sarrismo ci ha permesso di entrare nella storia del Napoli, non per i trofei, ma per l'impronta che abbiamo lasciato nella mente delle persone. Se oggi chiedi ai tifosi, i giocatori dell'era Sarri sono ricordati più di altri che magari hanno vinto di più. C'era una fusione pazzesca, un'unione unica tra squadra e città che nel calcio moderno è quasi impossibile da ritrovare.

Il gol o l'assist più bello dei tuoi otto anni in azzurro?
Di assist ne ho fatti tanti, non saprei sceglierne uno. Come gol, tutti dicono quello alla SPAL perché fu importante per la partita, ma io ricordo con più affetto quello al Verona: era la mia centesima partita in Serie A. Sfortunatamente non ho mai segnato in casa, ma ho sempre segnato in trasferta.

Cosa farà Faouzi da grande? Hai preso il patentino UEFA B da allenatore e stai seguendo il Master MIP per calciatori internazionali. De Laurentiis ti ha detto parole bellissime, invitandoti a tornare a Napoli quando vuoi. Ti vedi come dirigente in futuro? E come ti trovi nel ruolo di opinionista a Sky?
A Sky mi diverto tantissimo. Il livello è altissimo e commentare il calcio è una passione che ho sempre avuto. Il pubblico italiano è molto competente tatticamente, quindi è stimolante parlarne in TV, è un'esperienza molto bella. Ho preso il patentino UEFA B perché credo che un opinionista debba capire come pensa un allenatore o un direttore sportivo o un presidente. Sono sempre stato curioso di capire le dinamiche "sopra" di me, gli allenatori mi dicevano sempre che ero un altro allenatore nello spogliatoio. Prendere il patentino in Italia ha un valore superiore che farlo altrove: gli allenatori italiani sono migliori rispetto agli altri. Il master MIP è un percorso affascinante che tocca il management e il business del calcio a 360 gradi. Il calcio oggi sta diventando sempre più business e meno emozione: come ex calciatore sento il dovere di evolvere e capire questo nuovo mondo per poter un giorno ricoprire ruoli dirigenziali o di presidenza.

Ghoulam impegnato nel MIP UEFA (Executive Master for International Players)
Ghoulam impegnato nel MIP UEFA (Executive Master for International Players)

Pensi di portare un po' della mentalità americana nel nostro calcio? Sappiamo che sei un grande fan della NBA.
Il calcio si sta già americanizzando. Sto scrivendo una tesi sulle multiproprietà (Multi-Club Ownership) e vedo come i fondi americani stiano investendo massicciamente in Italia e Francia. Gli americani portano una visione moderna: stadi che non sono solo per la partita, ma centri di intrattenimento per concerti ed eventi. La prima squadra che l’ha capito è stata la Juventus, poi ha cercato di farla anche la Fiorentina con il presidente Commisso, cerca di farlo anche il Napoli. Ma l'Italia è un po' indietro per via della burocrazia, ma con i prossimi Europei spero ci sia una modernizzazione veloce. Il calcio italiano ha bisogno di nuove risorse oltre ai diritti TV, come il merchandising e lo sfruttamento degli stadi.

Ci sveli qualche retroscena del mondo televisivo? Com'è passare dal campo allo studio?
È un mondo unico. Da calciatore vivi in una bolla e non ti rendi conto del lavoro immenso che c'è dietro una diretta: i giornalisti, i tecnici, chi cura i replay. È un ecosistema enorme che dà lavoro a tantissime persone. A Sky mi hanno accolto benissimo, mi lasciano molta libertà e mi propongono sempre nuove sfide, come commentare l'Eurolega o fare collegamenti da Los Angeles per l'NBA. Nello studio vado d'accordo con tutti: mi ha impressionato la professionalità di gente come Fabio Caressa o Paolo Di Canio. Anche se vengono da un calcio diverso, sanno aggiornarsi costantemente. Il calcio evolve troppo velocemente: se non studi, resti fuori.

Ghoulam negli studi di Sky Sport in veste di opinionista per la Champions League
Ghoulam negli studi di Sky Sport in veste di opinionista per la Champions League

Per chi tifi in NBA?
Oggi tifo Lakers perché c'è LeBron James. A differenza del calcio, dove resti fedele a una maglia per la vita, la NBA è un mondo dove segui le icone. Io ho seguito LeBron a Miami, poi ai Cavaliers e ora a Los Angeles. È un po' quello che succedeva con Maradona: la gente amava lui, ovunque giocasse. Quando vedi campioni di questo livello, il tifo passa quasi in secondo piano rispetto all'emozione che ti regalano.

Ti mostro questa immagine. Siete ancora in contatto con i compagni di quel periodo?
Sì, abbiamo una chat che si chiama "Napoli Legend" con giocatori che vanno dall'era Maradona a oggi. Siamo sempre in contatto. Purtroppo non potrò partecipare alla partita per i 100 anni del Napoli a maggio perché sarò in pellegrinaggio a La Mecca, mi dispiace molto.

La foto di Ghoulam coi compagni del Napoli sull’aereo, all’epoca diventò virale
La foto di Ghoulam coi compagni del Napoli sull’aereo, all’epoca diventò virale

Farai una partita al Maradona… magari per dire addio al calcio
Non amo le celebrazioni personali, tipo l'addio al calcio, preferisco partecipare a quelle degli altri.

Che effetto ti fa vedere il tuo volto sul murale di Jorit all'esterno dello stadio?
È un orgoglio immenso. Essere raffigurato lì ti rende "immortale", ma la cosa che mi gratifica di più è essere ricordato come uomo, prima ancora che come calciatore.

Il volto di Ghoulam è tra quelli degli 11 campioni della storia del Napoli scelti da Jorit per il suo murale fuori dal Maradona
Il volto di Ghoulam è tra quelli degli 11 campioni della storia del Napoli scelti da Jorit per il suo murale fuori dal Maradona

Per chiudere: una cosa che non rifaresti, una che rifaresti e come ti descriveresti a un bambino?
Non cambierei nulla, perché credo nel destino. Rifarei assolutamente la scelta di Napoli: è stata la decisione più importante della mia vita e mi ha reso l'uomo che sono oggi e che sarò per sempre. A un bambino direi che senza il lavoro non si arriva da nessuna parte. Io ho lavorato duramente e tutto quello che ho avuto me lo sono meritato. Ho superato momenti pesanti, come il razzismo subìto nelle giovanili, ma tutto serve per crescere. La cosa fondamentale è cercare di diventare ogni giorno la versione migliore di sé stessi a livello umano, e la famiglia, i genitori sono fondamentali.

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