video suggerito
video suggerito

Fabrizio Cacciatore: “Hanno messo in giro voci cattive su di me. Dopo il calcio ho fatto lavori assurdi”

Fabrizio Cacciatore si racconta a Fanpage.it. La vita di un calciatore, in campo e fuori, quello che succede dopo il ritiro, lontano dai cliché dei giocatori milionari, e gli aneddoti da spogliatoio: “L’arbitro Maresca si legò al dito il mio gesto delle manette. Cassano voleva accorciare gli allenamenti per vedere Uomini e Donne”.
A cura di Sergio Stanco
Immagine

In questi mesi in cui si è discusso tantissimo di crisi del calcio italiano, abbiamo sentito tanti addetti ai lavori. E – non che avessimo bisogno di conferme – ma tutti ci hanno parlato di un sistema spesso vischioso e raramente meritocratico. Ma quello stesso pallone che fa soffrire, è anche in grado di regalare sogni. Fabrizio Cacciatore è uno di quelli che, nel calcio, ha provato tutte le esperienze e che, oggi, al calcio, chiede di continuare a sognare. “Football Dreamer” è proprio l’hashtag che usa per i suoi post motivazionali sui social, che la dice lunga sul suo stato d’animo e suoi suoi obiettivi: “Quando ero ragazzo, non credevo di arrivare in Serie A. Ho iniziato dalla C2, pensando che il mio livello sarebbe stato quello per tutta la carriera, invece – un “passettino” alla volta – sono arrivato a segnare allo Juventus Stadium”. E tutti ricordiamo quell’iconica, quanto pazza esultanza che è entrata nella storia (ma ne parleremo…). Oggi Fabrizio è Mister Cacciatore, ha iniziato la carriera da tecnico, esattamente nel solco di quella da calciatore. Dal basso, facendo tutta la gavetta, trovando non poche difficoltà: “Sono stato esonerato due volte quando ero secondo in classifica e, ancora adesso, mi chiedo il motivo. Questo ambiente a volte non ha logica o, meglio, ha logiche poco trasparenti. Ma non mi arrendo, perché io non ho un’alternativa. Il calcio è il mio piano A, B e C. Questo è quello che voglio fare e, soprattutto, quello che so fare. E anche quello che devo fare, perché non tutti possono permettersi di vivere di rendita…”.

Appunto, tu non hai mai vissuto di rendita, per arrivare in Serie A hai fatto tutta la gavetta e hai lottato su ogni pallone: quando hai capito di avercela fatta?
“Il mio è stato un percorso fatto di piccole conquiste. Ho iniziato nella giovanili della Juve, poi mio papà mi ha portato al Toro, ma ero piccolino, faticavo a crescere. Quindi il Torino mi aveva proposto un altro anno nella seconda squadra dei Giovanissimi, ma io ero volevo potermela giocare alla pari. C’era l’opportunità di andare alla Pro Vercelli: certo, era un rischio, ma me lo sono assunto, perché il mio unico obiettivo era quello di restare tra i professionisti. Questo è sempre stato il mio mantra. Mi dicevo: “Restiamo tra i professionisti, poi ce la giochiamo”. E così è stato”.

Mai avuto voglia di mollare?
“Mah, sai, quando ho finito le giovanili, che mi sono ritrovato ad Olbia, non è stato facile. Un posto meraviglioso, intendiamoci, ma a 18 anni, solo e lontano da casa, a volte la nostalgia può prendere il sopravvento. E quando sei ad Olbia, non è che dici “Aspetta un attimo, torno a casa” (sorride, n.d.r.). Ma ho tenuto duro, sapevo di poter dire la mia e, alla fine, la mia occasione è arrivata”.

Reggiana, Foligno e, poi, Triestina, prima del grande salto alla Sampdoria: qual è stato il momento in cui hai capito che ci potevi stare?
“Probabilmente l’annata a Foligno, perché ci davano tutti per spacciati. Quella non era una Serie C, ma un B mascherata: c’erano tantissime big, come Sassuolo, Cittadella, Cremonese, Padova, Verona, Venezia, Foggia, c'era il Monza, il Novara, e noi eravamo una sorta di Cenerentola. Abbiamo fatto un grande campionato, finendo addirittura quarti con Bisoli allenatore. Quell’anno le ho giocate tutte e ho fatto anche due gol. Con quella stagione mi sono guadagnato la Triestina e, da lì, la Sampdoria”.

Era la Samp di Cassano, Pazzini e molti altri: alle “cassanate” ci arriveremo, ma intanto togliamoci una curiosità, tu Delneri lo capivi o lo interpretavi?
“Bella domanda. Diciamo che se ci giocavi vicino, forse qualcosa capivi, ma se eri dall’altra parte del campo, avevi bisogno dell’aiuto da casa (ride, n.d.r.). Potevi chiedere a Semioli, che lo imitava benissimo. Una volta fece la sua imitazione ad una cena di squadra, il mister non smetteva più di ridere, ma solo perché quell’anno (2014/2015 n.d.r.) avevamo fatto benissimo, altrimenti Franco non se la sarebbe passata benissimo”.

Cacciatore in azione con la Sampdoria.
Cacciatore in azione con la Sampdoria.

Ti ricordi come hai festeggiato il coronamento del sogno o cosa hai fatto con il primo stipendio da calciatore?
“Come dicevo prima, non c’è stato un solo momento e non è che nella mia carriera ci sia stato un momento in cui ho potuto dire “Ce l’ho fatta”. Ho sempre dovuto lottare per salire di categoria e, poi, stare sulla corda per non retrocedere. E, comunque, il mio primo stipendio da calciatore era di 800 euro, non è che potessi fare granché. Non mi bastavano nemmeno per i voli per tornare a casa dalla Sardegna a trovare i miei… (sorride, n.d.r.)”.

Te le regaliamo noi, allora, alcune fotografie che hanno segnato la tua carriera: il gol alla Juve con quell’esultanza folle…
“Me la porterò sempre dietro, me la ricordano tutti, mi hanno preso tutti per pazzo, ma perché non sanno il retroscena. Io sono nato e cresciuto a Torino. La sera prima della partita vengono tutti i miei amici in ritiro e mi dicono: “Socio, ma sono anni che ti seguiamo, non ci hai mai regalato una gioia. Domani siamo allo Stadio, vedi di far gol”. E io: “Sì, è già tanto se non ne prendiamo dieci”. Quella era la Juve che poi sarebbe andata a giocarsi la finale di Champions League, una squadra fortissima. Quindi ero talmente sereno, che ho accettato una scommessa: “Se segni, fai l’esultanza più ignorante della storia”. Quando ho visto il pallone sfilare sul secondo palo, non ci credevo. C’era tutta la mia famiglia, ma anche i miei amici di una vita allo Stadium, quelli della sera prima. Non ci ho capito più niente e ho fatto quella roba lì. Ma una scommessa è una scommessa, soprattutto con gli amici, che altrimenti me l’avrebbero fatta pesare tutta la vita”.

Foto numero 2: le manette alla Mourinho…
“Eh già, non mi sono fatto mancare nulla (sorride, n.d.r.). Io fuori dal campo sono un ragazzo tranquillissimo, ma nei novanta minuti sono un rompicoglioni galattico (testuale, n.d.r.). Lo riconosco, ma a volte faceva parte anche del personaggio, della strategia. Pensa che una volta ho martoriato talmente tanto un avversario, che per la disperazione ha chiesto il cambio. Quando sono andato a Cagliari, Faragò mi ha detto: “Ma sei simpaticissimo, pensa che quando ci hanno detto che saresti arrivato, eravamo tutti disperati. Qui ti odiavamo tutti”. Era effettivamente così, in campo mi trasformavo”.

Ne sa qualcosa l’arbitro Maresca: Chievo-Juve del 27 gennaio 2018 fai il gesto delle “manette” e ti prendi un cartellino rosso diretto…
“Eh, vabbé, col senno di poi ti dico che non lo rifarei, ma l’adrenalina delle partite ogni tanto ti porta a fare cose stupide. Mi sono scusato, ma non è bastato. Maresca se l’è legata al dito. La prima volta che l’ho incontrato dopo quell’episodio, è andato dal dirigente e gli ha detto: “Cacciatore gioca? Perché al primo fallo lo ammonisco”. Io, però, ero tranquillo perché rientravo da un infortunio ed ero in panchina. Poi, però, s’infortuna un compagno ed entro. Primo intervento, tranquillissimo, di spalla e… giallo! Gli urlato: “Maresca, l’avevi detto e l’hai fatto eh!”. Ma fa parte del gioco, dai. Maresca, senza rancore eh. Anche perché non si sa mai che me lo ritrovo arbitro come allenatore (ride, n.d.r.)”.

Cacciatore e il famoso gesto delle manette che gli costò una squalifica.
Cacciatore e il famoso gesto delle manette che gli costò una squalifica.

La Juve alla fine è sempre stata protagonista delle tue “imprese”…
“Chissà, magari è destino che la debba allenare (ride, n.d.r.)”.

A proposito della carriera di allenatore, come procede?
“Secondo me bene, al di là delle prime esperienze. Alla fine sono stato esonerato due volte (Treviso e Chievo in Serie D, n.d.r.), da secondo in classifica e senza aver capito bene il motivo. Ma anche questo è il calcio. Secondo me abbiamo espresso un buon calcio e spero di riuscire a trovare presto un’altra occasione per dimostrarlo”.

Nella tua esperienza da calciatore, quali sono stato gli allenatori che ti hanno dato di più?
“Sembra una frase fatta, ma in effetti è così: ho cercato di prendere qualcosa da ognuno, anche se inevitabilmente avendo trascorso gran parte della carriera con Maran, è da lui che ho inevitabilmente assorbito di più. Tuttavia, ho avuto grandi maestri come Conte e Mihajlovic, che sono stati davvero fondamentali”.

In che cosa erano così speciali?
“Li accomunava la capacità di tirar fuori qualcosa che non credevi neanche di avere. Magari eri a terra fisicamente, non ce la facevi più, ma bastava che loro parlassero e ti rialzavi per fare quella corsa in più che ti faceva vincere le partite. Ricordi i discorsi motivazionali di Sinisa, mi vengono ancora i brividi. Ti metteva in cerchio o ti riuniva nello spogliatoio e, finito quel discorso, eri pronto per spaccare il mondo. Conte, invece, lo sento ancora nelle orecchie. Quando giocavi vicino alla panchina eri rovinato (ride, n.d.r.)”.

Mai trovato uno con il quale non è proprio scoccata la scintilla?
“Guarda, il calcio è strano, perché alla fine sono stato tradito da quello con il quale credevo di avere più feeling. Avevo rinunciato ad un triennale per aiutarlo e, poi, quando è stato il momento, lui ha detto al direttore sportivo di non rinnovarmi il contratto e mi sono trovato senza squadra. È stato l’inizio della mia disavventura. Da lì devo aver pestato qualche piede importante, perché qualcuno ha messo in giro voci false sul fatto che non fossi a posto fisicamente. Si diceva che fossi sempre rotto e non sono più riuscito a venirne fuori. Ho provato anche a fare un post sui social per smentire, ma niente da fare, ormai le voci erano in giro. Non so bene chi ce l’avesse con me, ma qualcosa è successo. Vero che non sono mai stato un “paraculo”, ma non ho mai fatto del male a nessuno, non credevo di meritarmi tanta cattiveria…”.

Se, adesso, potessi andare ad assistere ad una seduta di allenamento o ad una riunione tecnica, a chi chiederesti?
“Mi incuriosisce molto De Zerbi, in qualche modo cerco di ispirarmi a lui anche per la tipologia di gioco che fa, anche se nelle categorie in cui ho allenato finora non è così semplice (sorride, n.d.r.). Tuttavia, sì, quello che sta facendo Roberto credo che sia sotto gli occhi di tutti, credo che sia uno dei pochi che stia in qualche modo innovando e contribuendo a migliorare il nostro mestiere”.

Allora, fotografia numero 2, quella che ancora devi scattare: come la immagini?
“In panchina che do indicazioni ai miei giocatori: è quello che mi piacerebbe tornare a fare il più presto possibile. Vorrei tornare ad allenare in Serie A, ma perché nella mia testa ho ancora un conto in sospeso, nel senso non ho finito come avrei voluto, quindi mi son ripromesso ti ritornare a quei livelli. Non so quanto tempo ci vorrà, tre, cinque o dieci anni anni, ma voglio provare di nuovo quelle emozioni”.

Cacciatore con la maglia del Cagliari.
Cacciatore con la maglia del Cagliari.

Ma ti sei preparato un Piano B?
“No. Devo essere sincero, io non so se sarei capace di fare altro nella vita. Il calcio per me è stata passione pura, ma anche la fonte di sostentamento per me e la mia famiglia. Non tutti gli ex calciatori si possono permettere di vivere di rendita, sia perché non tutti guadagnano milioni di euro, sia perché a volte le cose non vanno come ti eri immaginato. Quando, poi, non lavori, non è mai facile gestire la situazione. Per noi allenatori, soprattutto se non ti chiami Mourinho o Guardiola, se rimani senza squadra, sei anche senza stipendio. E in quelle situazioni un po’ di pressione la senti…”.

Come gestisci tu questi momenti?
“Come ho sempre fatto, mi rimbocco le maniche. Non mi vergogno, perché non c’è nulla di cui vergognarsi se lavori onestamente, a dire che – quando sono a casa – sono disposto a fare qualsiasi cosa. Mi è capitato di fare lavori assurdi, che non sto a raccontarti se no i miei amici mi prendono per il culo per tutta la vita (sorride, n.d.r.). Situazioni davvero “particolari”, ma alla fine cerchi di tenerti impegnato e, comunque, di portare a casa il risultato, che poi è quello di non far mancare nulla alla tua famiglia”.

Per le persone “normali”, però, è difficile immaginare che un ex giocatore possa vivere queste situazioni…
“Sì, ma perché pensano che tutti i calciatori guadagnino milioni, ma non è così. All’inizio ti fai un po’ prendere, perché passi dal non avere nulla ad avere tutto, quindi a volte non badi a spese. Col senno di poi ci sono acquisti che non rifaresti, oppure basta un mezzo investimento sbagliato o un commercialista che non fa i tuoi interessi e ti trovi a dover fare i conti a fine mese. E comunque la carriera è breve e devi capitalizzare al massimo. Poi, magari, quando arriva il momento di farlo, e ti capita un episodio, un infortunio o anche solo una maldicenza, come è successo a me, che cambia tutto. Di situazioni così ce ne sono più di quanto non si possa immaginare”.

Chiudiamo tornando alle cose più “frivole”: ci devi qualche “cassanata”…
“Antonio era un fenomeno in campo, ma anche fuori, solo che non era semplice da gestire. Se lo lasciavi fare, ti massacrava, ti prendeva di mira e ti faceva impazzire. All’inizio, chiedeva sempre la palla e, se non gliela passavi, s’infuriava. Più la chiedeva e più io non gliela davo. Quando ha capito che lo facevo apposta per non farmi mettere i piedi in testa, allora ha smesso. E io dal quel momento, appena possibile, la davo a lui, perché sapevo che era uno dei pochi che ti poteva far vincere le partite da solo…”.

Sì, ma non ci hai raccontato delle “cassanate”…
“Beh, ma ce ne sono state tante, alcune non si possono raccontare (n.d.r.). Ricordo quando entrava in campo con la macchina o quando costringeva tutti a cercare gli orecchini sul campo di allenamento perché li perdeva. E tutti: “Antò, ma non te li puoi togliere prima di fare allenamento?”. Oppure quando alcuni compagni facevano finta di dover fare stretching per non fare il torello, perché ti faceva impazzire. So di ragazzi della Primavera che non volevano “salire” perché non reggevano lo stress. Trovami un ragazzo che non sogni di allenarsi con la Prima Squadra. Ecco, alla Samp di Cassano succedeva anche questo. E, poi, era uno spettacolo quando spingeva per finire in fretta l’allenamento perché non voleva perdersi “Uomini e Donne”. Antonio è davvero il numero uno… (sorride, n.d.r.)”.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views