Buon compleanno, Diego Armando Maradona. Buon sessantesimo anno di vita, Pibe de orobarrilete cosmico che non hai mai smesso di volare. Buon compleanno al mito e all'ispirazione, al calciatore preferito da generazioni di appassionati, mio eroe a cui, anche nell'ora più buia, non ho mai smesso di credere. "Hanno conficcato un pugnale nel cuore di un bambino" disse il tuo preparatore atletico, Fernando Signorini, all'indomani della squalifica per doping ai mondiali USA 1994. E quel pugnale, per molti noi, è ancora lì. Nel tuo e nel nostro cuore di bambini.

Per questo ti ho sempre difeso e sempre ti difenderò, chi se ne frega dei giudizi degli altri. Mai sopportati i moralisti. Chi ama non dimentica e io, come tanti da queste parti, non dimentico. Ora che di anni ne hai un bel po' e hai superato la linea invisibile –  a volte pericolosa – oltre la quale di solito gli eroi romantici si perdono e alcuni ci lasciano prematuramente, posso dirlo: per tutta la vita, sin da ragazzino, ho fatto i conti con la paura di perderti.

Eri così forte ed era così emozionante ammirarti mentre giocavi a pallone (gli altri facevano di mestiere i calciatori, mentre tu a pallone ci giocavi) che sin da quel 1984 in cui per la prima volta ti vidi con la palla tra i piedi, ho temuto di vederti sparire, uscire dal campo, dalla città, fuggire via dal nostro mortale abbraccio d'amore, in fuga verso il pianeta da cui venisti e che ancora oggi nessun astronauta ha individuato nella volta celeste. Da allora, da quel luminoso giorno di ottobre, ti ho perso e riacquistato mille volte.

Maradona compie 60 anni sopravvivendo a se stesso

Domenica di un tempo lontanissimo, avevo cinque anni e mio padre mi prese in braccio in Curva A, allo stadio San Paolo di Napoli, mi mise la mano in testa e indicò il rettangolo di gioco verde e luminoso: "È LUI". Eri tu, con la tua testa riccioluta, con le tue movenze da capo branco sbarazzino, giocoliere esplosivo, furbo venditore di magie. Chi avrebbe mai pensato che D10S si potesse manifestare nel corpo di un piccoletto? L'ultimo degli eroi antichi e il primo dei calciatori contemporanei portava i calzerotti alle caviglie e aveva la schiena fragile. Non ricordo nulla di quel giorno. Solo l'abbagliante sensazione di una luce che a Fuorigrotta ti seguiva come un faro. Avevo occhi solo per te. Tutti li avevano solo per te.

Sarebbe stato così per altri sette incredibili anni. Fino al 1990, quando ti costrinsero a scappare nell'umiliazione, la tua e la nostra, trasformandoti in quel concentrato di recriminazioni, sospetti, accuse che a lungo ti avrebbero segnato. Ma prima di quel giorno quanta gioia, quanta felicità, quanti compleanni di calcio e sole, di vittorie e di sconfitte. Vincere lo scudetto! Chi poteva immaginare quella sensazione di gioia? Oppure il dolore bruciante di averlo perso. Con te, Dieguito, imparammo anche questo. E io ogni volta temevo che t'avrei perso.

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Quell'estate strana. Era il 1989. Tu eri prigioniero di Napoli, dei napoletani, di Corrado Ferlaino. Volevi andartene. Trascorsi un'intera estate ad essere sicuro di averti perso. Volevi andare all'Olimpique Marsiglia di Bernard Tapie, volevi abbandonare Napoli. Ogni giorno sfogliavo la Gazzetta cercando notizie su di te, cosa dicevi, cosa pensavi: perché non volevi più tornare? Napoli ti aveva reso prigioniero, era diventata la tua isola d'If, eri il Conte di Montecristo pronto a fuggire. Mi feriva quel tuo desiderio di allontanamento, la tua voglia di sottrarti all'abbraccio: non avevo l'età per capire, ero solo un tifoso innamorato.

Solo l'anno scorso, vedendo Diego Maradona di Asif Kapadia, ho capito quanto male ti facesse Napoli, con quante spesse catene ti avessimo legato. Catene d'amore sufficienti a strozzarti. Eravamo i tuoi parassiti, Diego. Ci nutrivamo di te. Come quelli che nel privato ti hanno perseguitato per tutta la vita. Il cerchio di interesse attorno alla tua figura, ai tuoi milioni, dal clan familiare ai manager, dagli avvocati ai fans, alle donne, tutti hanno voluto rubarsi un pezzo di te, vivere nella tua luce riflessa di genio immortale. La tua colpa? Non so quali siano, sono troppo innamorato di te per giudicarti. Con l'esperienza posso solo dirti che a volte la colpa va divisa a metà tra oppresso e chi si lascia opprimere.

Vincemmo lo scudetto triste – il secondo – quello della monetina di Bergamo, della partita vinta a tavolino e della tua faccia triste. Volevi andartene, la cocaina aveva preso il sopravvento. Perdesti una finale mondiale, ma sconfiggesti l'Italia in semifinale. Te la fecero pagare in ogni modo possibile. Il sistema calcio riteneva di poter fare a meno di te, che la tua parabola fosse finita. Non era vero. Anche se per molti anni l'Italia del calcio dominò in Europa, il suo declino era iniziato. Ancora oggi paghiamo quel peccato. Tu scappasti e quella fu l'ultima volta in cui temetti di perderti. Perché ti persi davvero, come tutti i tifosi del Napoli, perché diventasti irraggiungibile. Da allora, Diego caro, ti sei perso da solo e ritrovato mille volte. Ne sono passati di anni, tu sei rimasto il mio eroe.

E oggi? Non guardo i video su YouTube dove le tue debolezze si trasformano in becero divertimento per gli haters, per chi ama farti zimbello, non seguo nemmeno le tue interviste, se non quelle di chi ti rispetta. Al massimo sfoglio il libro fotografico che Sergio Siano ti ha dedicato qualche anno fa e mi addolcisco la giornata ricordando quand'eri il mio calciatore preferito, di quei giorni in cui fummo felici e scoprimmo la gioia dell'essere campioni. Buon compleanno, Diego Armando Maradona. I tuoi sessant'anni da eroe impenitente sono il miracolo di chi è sopravvissuto a se stesso.