Delio Rossi: “Con Ljajic l’ho pagata cara. Suor Paola chiamò dopo un derby: hai fatto una promessa”

Delio Rossi non è mai stato un allenatore qualunque, né tantomeno un uomo di sistema. Ha attraversato il calcio italiano con passo laterale, senza inchini e senza maschere, costruendo le sue squadre prima con il pensiero e poi con il pallone.
Ha vinto, ha perso, è caduto e si è rialzato, sempre restando fedele a un’idea precisa di calcio e di vita: il lavoro quotidiano prima della vetrina, il merito prima del nome. Foggia, Salernitana, Lazio, Palermo, Bologna, Sampdoria e Lecce: amato visceralmente da alcune piazze e spesso frainteso altrove, non ha mai cercato consenso, ma rispetto.
Delio Rossi non è stato un allenatore da slogan, ma da quotidianità: allenamenti, silenzi e studio. Ha pagato caro ogni errore, forse più di altri, ma non ha mai chiesto sconti. L'allenatore nato a Rimini, che il 26 gennaio ha compiuto 66 anni, a Fanpage.it parla di calcio e di calciatori, di momenti belli e di difficoltà: perché per lui il ‘pallone' non è mai stato un mestiere qualsiasi, ma una scelta di vita.
Mister, dopo la separazione con il Foggia come vanno le cose? Si gode un po' di tranquillità o avrebbe voluto continuare ancora un po’?
"Tutto bene. C’erano delle situazioni che stavano diventando difficili da gestire e ho preferito fare un passo indietro. Sono molto legato a questi colori, quindi ho scelto di tenermi tutto dentro, senza polemiche. Adesso l’unica cosa che conta è che la squadra riesca a salvarsi".
Lei ha iniziato ad allenare giovanissimo. Quando ha capito che quella sarebbe stata la sua strada?
"Ho iniziato prestissimo a giocare a calcio. Pensavo di restare vicino al mio paese, giocavo nelle categorie basse. Per continuare a giocare mi iscrissi all’università a Urbino. Poi, grazie anche a un po’ di capacità, sono arrivato in Serie B a Foggia. Lì ho finito l’università, ho conosciuto mia moglie, mi sono sposato. Sono stato otto anni al Foggia, gli ultimi quattro da capitano. Nel frattempo mi laureavo, facevo supplenze a scuola. Mi piaceva insegnare, ma sentivo che la scuola non era la mia strada. Avevo questo pallino dell’allenatore, soprattutto nel settore giovanile. A Foggia vedevo tanti ragazzi giocare davanti allo stadio, usando zaini come pali perché lì c’era luce, e pensavo fosse assurdo avere tanta materia prima e non darle modo di esprimersi. Quando ho avuto problemi fisici al ginocchio ho capito che era il momento. Ho rinunciato alla carriera da calciatore professionista e ho iniziato ad allenare in Eccellenza. Subentrando a stagione in corso vincemmo il campionato. Da lì è iniziato tutto".

Zeman è stato una figura centrale nella sua crescita?
"Assolutamente sì. Venivamo da un calcio a uomo, molto rigido. Zeman fu una rivoluzione radicale, tattica e culturale. Non solo per l’estetica, ma anche per i risultati. Io andavo a vedere tutti gli allenamenti, studiavo tutto. Non ho mai copiato pedissequamente, alcune cose le trovavo eccessive, ma il suo impatto sul mio modo di vedere il calcio è stato fondamentale".
Delio Rossi arrivò a Salerno in una situazione difficilissima, eppure vinse subito…
"In realtà dovevo restare lì poche settimane, il tempo di traghettare la squadra. Invece vincemmo il campionato. Poi tornai a Foggia, andai a Pescara e mi ritrovai di nuovo a Salerno. Avevamo una squadra giovane ma fortissima, un centrocampo straordinario con i fratelli Tedesco, Breda, Ricchetti e in attacco gente come Di Vaio. La società mi conosceva, sapeva che tipo di giocatori volevo… a marzo eravamo già in Serie A. Quella fu la vera svolta della mia carriera".

All'Arechi allenò anche Rino Gattuso: sono passati tanti anni e sono successe cose inaspettate, ma ha mai pensato che potesse diventare un allenatore?
"La società mi propose Gennaro Gattuso, allora 19enne e giocatore dei Rangers di Glasgow come sostituto di Giovanni Tedesco a cui non avevano rinnovato il contratto. Ero scettico inizialmente, avendolo visto in un'amichevole e venne espulso dopo 15 minuti: le cifre che guadagnava in Scozia erano impensabili per la Salernitana. Mi colpì molto la sua determinazione ferrea di voler giocare a tutti i costi in Italia e alla Salernitana, e questo mi convinse. Era un giocatore fisicamente eccezionale ma tecnicamente da migliorare, che lavorava instancabilmente. Col tempo è cresciuto anche sotto il profilo tecnico. Quando mi chiamò per chiedermi consiglio tra Roma e Milan, gli dissi Milan. Ha una qualità rara: mettersi sempre in discussione. Questo fa pensare che possa fare bene anche da allenatore ma di certo non potevo pensare cosa avrebbe fatto in futuro".
Mi sembra giusto, ma infatti era una delle premesse. Un'altra delle sue squadre che è rimasta nel cuore di tanti tifosi e appassionati è il Lecce del 2003-2004…
"Una storia bellissima. Dopo una retrocessione abbiamo promosso tanti ragazzi della Primavera tra cui Ledesma, Vucinic, Konan e Bojinov ma dopo un girone d'andata da 12 punti in Serie A, quando sembrava finita, a gennaio aggiustammo la squadra e facemmo 28 punti al ritorno. Ci salvammo vincendo contro l’Inter e la settimana prima a Torino con la Juventus 4-3 con doppietta di Konan. Quella è stata una favola vera".

La Lazio è stata la squadra più importante della sua carriera?
"Sicuramente quella che mi ha dato più visibilità. Arrivai in un momento di transizione sotto la presidenza Lotito, con la società che doveva risanare i conti dopo l'era Cragnotti e la partenza di molti campioni. Costruimmo la squadra scommettendo su nuovi talenti e in quattro anni importanti arrivammo a due qualificazioni in Europa League, una in Champions League e alla vittoria della Coppa Italia nel 2009. Sapevo che quella finale sarebbe stata la mia ultima partita con la Lazio ma me la sono goduta fino alla fine".
Lei era consapevole che non ci sarebbe stato nessun rinnovo?
"Il mio contratto era in scadenza e i rapporti con i vertici non erano più serenissimi, diciamo così…".

Ma è davvero così difficile rapportarsi con Claudio Lotito?
"No, in realtà no. Lotito è un manager finanziariamente brillante e sempre sul pezzo, ma era molto attento ai conti più che all'aspetto tecnico. Almeno era così all'epoca, adesso non so".
Oltre alla vittoria della Coppa Italia, e tanti altri momenti importanti, i tifosi della Lazio sono molto legati al derby vinto 3-0 e a quello che accadde dopo con il tuffo nella fontana del Gianicolo…
"Era una promessa fatta privatamente a Suor Paola, che aveva delle case famiglie e degli orfanotrofi. Noi tutti i giovedì andavamo da Suor Paola e una volta scherzando ha detto: ‘Se te lo fai tu, me lo faccio pure io', ma era un fatto che mi disse nell'orecchio così. Il problema è che nel momento stesso in cui noi vinciamo quel derby, io vado in sala stampa e mi chiedono se è vero che sarei andato a fare il bagno alla fontana. Io rispondo di no ma qualche ora dopo, quando torniamo a Formello, arriva una telefonata al team manager Manzini e ho capito che stava parlando con Suor Paola proprio in merito a quella cosa: ‘C'è Suor Paola che sta dicendo che tu sei venuto a meno alla promessa che gli avevi fatto'. A quel punto sono andato anche io".

Quindi non era legata al derby?
"No, assolutamente. Io non conoscevo nemmeno la fontana, ho capito solo dopo. Io quando lavoro sto nel mio mondo e penso solo al campo, non faccio il turista. Quando arrivai c'erano i giornalisti ma io non lo sapevo, era una cosa nata in tutt'altro modo".
Al Palermo ha ottenuto risultati storici: che momento della sua carriera è stato?
"Un’esperienza intensa. Fu la prima in un'isola e Palermo è una città incredibile, passionale ma discreta. Una squadra forte, con uno zoccolo duro e tante scommesse riuscite. Ricordo un gruppo solido di giocatori esperti unito a scommesse vincenti come Pastore, Hernández, Ilicic e Cavani. Arrivare in finale di Coppa Italia battendo Juve e Milan e vedere i tifosi ringraziarti in lacrime, anche dopo una sconfitta in finale, vale più di un trofeo".

Ha avuto un grande rapporto con i tifosi e con la città siciliana…
"Rimasi colpito dall'affetto discreto e appassionato dei tifosi palermitani, diverso dall'esuberanza di Foggia o Salerno. Se in queste ultime vado in un ristornate, puoi essere certo che non mangio; invece lì mi chiedevano autografi e mi salutavano ma con educazione".
Cosa ha dato Delio Rossi al calcio e cosa il calcio ha dato il calcio a Delio Rossi?
"Non sa cosa ho dato io al calcio, ma il calcio mi ha dato tanto, anche economicamente. Ma non mi ha cambiato. Mi manca la quotidianità: preparare gli allenamenti, vedere i miglioramenti. Non mi manca la partita, né le conferenze stampa e tutto il contorno. La partita è solo una fotografia".

C’è qualcosa che farebbe diverso?
"L'unico rammarico professionale è la seconda stagione alla Sampdoria, dove sento di non essere stato bravo abbastanza per superare le difficoltà. Lì ho sbagliato. È l’unico vero cruccio".
E quella situazione con Ljajić a Firenze?
"Fu un episodio più ‘mediatico' che altro, in cui ho dato un'immagine di me che non corrisponde alla realtà: fermo restando che non è stato un bel gesto e ho chiesto scusa, ma altri più furbi, più intelligenti, più bravi o diversi da me avrebbero aspettato alla fine del primo tempo per reagire. Io l'ho fatto subito e ho sbagliato. È una situazione in cui non mi rivedo, per cui ho chiesto scusa sia alla società che al ragazzo, ma sicuramente ho dato un'immagine di me che non è quella giusta. L'ho pagata in maniera pesante ma si è ricamato molto intorno alla vicenda".

Delio Rossi ha sempre avuto un rapporto particolare col sistema: come mai?
"Non ho mai avuto un procuratore. Ho sempre trattato da solo. Non credo sia giusto fare gli interessi dei procuratori con i soldi delle società. Io ho sempre pensato solo alla squadra. Forse per questo, anche a distanza di anni, sento ancora tanto affetto dagli ambienti e dai tifosi delle squadre dove sono stato".
C’è qualcosa che le piace del calcio attuale?
"Si sta tornando ai duelli individuali. Meno spazio, meno tempo. Vince chi ha più qualità e più profondità di rosa. Tra gli allenatori di Serie A mi piace molto Vincenzo Italiano ma il più completo resta Spalletti: migliora i giocatori, non solo la squadra".