Oggi Alessandro Del Piero compie gli anni anni e tutti ricorderemo qualcosa di lui. Lo ricorderemo non solo perché ha vinto tanto con la Juventus, ha segnato 290 gol con i bianconeri, ha segnato il secondo gol di una semifinale mondiale grazie al quale abbiamo fatto un altro passo verso il titolo del 2006. In epoca di ipercapitalismo calcistico confondiamo i numeri con le performance, come se vincere e segnare di più vuol dire scalare la classifica della nostra gerarchia affettiva. Come se un +2 o +300 gol fa un calciatore migliore di un altro. Questa è una delle sciocchezze più assurde del nuovo calcio.

Come per l’arte, in cui c’è abilità, ingegno e capacità di problem solving di fronte a condizioni limitanti e date, anche il calciatore deve essere valutato in base agli attimi che riesce a regalare con un movimento o un’intuizione. Per attimi intendo le emozioni istantanee che poi sedimentano nella nostra intelligenza emozionale, divenendo traccia mnestica di lunga durata.

Alessandro Del Piero resterà per molti anni ancora il campione che ha vinto sei campionati con la Juventus, ma fortunatamente sarà anche per sempre legato a un modo di segnare, quello che viene chiamato “Gol alla Del Piero”.

“Non sono stato io a chiamarlo così. Io… sì vabbé c’entro in qualche maniera perché… per forza di cose, però non può accusarmi anche di questo”– Alessandro Del Piero

Oggi per costruire una brand skill servono due cose fondamentali: fare qualcosa che prima non si era visto con la stessa evidenza e farlo in un arco di tempo molto ristretto, anche se in due situazioni differenti (non ha la stessa forza farlo ad esempio nella stessa partita). Lo stesso processo si ebbe con Alessandro Del Piero che nelle prime due partite del girone di Champions League 1995-96 contro il Borussia Dortmund e lo Steaua Bucarest, tra il 13 e il 27 settembre 1995, segnò due gol molto simili.

“Era diventata veramente la mattonella, come si avvicinava in quella posizione… comunque c’era un po’ la sensazione che lui potesse fare il tiro ad effetto imparabile per i portieri” – Angelo Di Livio

La novità

Il gol alla Del Piero ha tre elementi che lo caratterizzano e ne fanno emergere la bellezza, tanto abbacinante da diventare metro di paragone e appunto marchio. In primo luogo la novità. Nel 1995 il calcio italiano era in una spasmodica ricerca del nuovo. Dal 1990 al 1994 avevamo avuto un campione-guida, Roberto Baggio, che identificava il calcio italiano in senso stretto ancora come quello del genio e della eleganza stilistica. Certo, c’era stato Sacchi e il calcio era drasticamente cambiato, ma, tornando all’intelligenza emotiva di cui sopra, chi guarda il calcio cerca sempre un singolo che sappia caricarsi addosso le possibilità della propria squadra. Difficile adeguarsi (almeno noi italiani siamo così) al nuovo volgo che affermava come fosse soltanto il collettivo a poter arrivare in alto. Sacchi ce lo stava spiegando (e lo fa tuttora) in tutti i modi possibili, ma il nostro cervello spinto forse dal nostro cuore, soprattutto se entrambi coinvolti emotivamente, continuano spesso a monadizzare il contesto e a guardare i singoli e le loro caratteristiche come entità individuale autonome e solo un attimo dopo nel loro farsi contesto all’interno della squadra.

Quando Del Piero piazzò quei due palloni all’incrocio si concretizzò l’idea di un calciatore nuovo, abile e veloce, tecnico e astuto, goleador e geniale. Insomma si attivò quello che classicamente avviene quando guardiamo un campione giovane creare qualcosa di straordinario. Ma non avviene spesso e quando succede, il nostro spirito esulta (anche se tifiamo altro).

"Vedo tutto ancora nitidamente, come fosse successo ieri. Mio padre che libera il garage per farmi spazio, parcheggiando fuori la nostra 127 color giallo crema, io che preparo per terra la pallina da tennis, mentre inquadro già l’interruttore della luce. L’interruttore è l’obbiettivo, il centro del mio desiderio. L’interruttore è la porta. Se lo colpisco, faccio gol. Se lo colpisco, si accendono le luci dello stadio". – Alessandro Del Piero, tratto dalla sua biografia “Giochiamo ancora”.

La leggerezza

In secondo luogo i gol alla Del Piero sono un manifesto possibile della leggerezza. La leggerezza nel calcio esiste per fortuna dalla nascita del gioco stesso, dal doppio passo di Biavati ai tacchi di Socrates, passando per le finte di Garrincha. Alessandro Del Piero ha creato la sua leggerezza con quel gol, il quale era anticipato da una sorta di danza di finte, un ricamo di possibilità suggerite e poi smentite all’avversario di fronte. Sia contro Kohler del Borussia che Filipescu dello Steaua i movimenti a prepararsi il tiro non sono esercizi di forza o velocità, come spesso vediamo oggi per avere la stessa possibilità di tiro in porta. Lo spazio Del Piero lo crea dal nulla, simulando scelte possibili a cui i difensori credono. Un gioco di prestigio, ma anche un investimento nelle sue capacità.

“Mi piace pensare che il gol di Del Piero non serva solo a lui o alla Juve, che si disincaglia da un brutto pomeriggio, ma a una categoria di giocatori alla Del Piero: quelli che il nostro calcio sta emarginando con una fretta eccessiva, quelli che vanno all' estero (non in miniera, certo), quelli che non rientrano nel 4-4-2. E quelli, ragazzini, che studiano i tiri di Del Piero, che vorrebbero diventare come lui, liberi e leggeri”. – Gianni Mura

La classe

E infine ci vuole classe per fare quel gol. La classe oggi viene poco citata e non so se è un bene. Forse viene omessa perché non si sa darle un connotato autoevidente. Se vedi Lukaku e parli di potenza non è difficile far capire il perché. E invece spesso è solo una questione di classe. Come Alessandro Del Piero fa toccare il piede al pallone, come la caviglia si torce e accarezza la palla, questo è un gesto che deve rientrare nella categoria della classe e determinare una differenza fra un calciatore come Del Piero e un altro.

Il connubio fra novità, leggerezza e classe hanno dato vita a un momento di calcio divenuto paradigmatico e da quel momento ripetibile all’infinito. Tutti coloro che preparano un tiro confondendo un difensore che hanno di fronte, mirano all’incrocio opposto e lo prendono con grazia più che attraverso la violenza, allora stanno per fare un gol “alla Del Piero”. Non male.