Bastoni e Maignan rossi di rabbia, lo psicologo Ghilardi: “Non siamo come gli animali. L’autocontrollo si allena”
Bastoni dell'Inter e Maignan del Milan espulsi. Gatti della Juve ha sfiorato il rosso per proteste. Tre gesti diversi e in situazioni differenti ma con lo stesso peso. Commessi da calciatori che non sono certo di primo pelo. Eppure lasciano la squadra in inferiorità oppure rischiano grosso. Dopo la settimana di Coppe, Fanpage.it ha intervistato lo psicologo dello sport Davide Ghilardi per capire cosa scatta nella testa di un giocatore in quei secondi che cambiano una partita. Dalla gestione della pressione alla provocazione come parte del gioco, dalla preparazione mentale che in Italia manca fin dal settore giovanile alla tecnica STOP per disinnescare l'impulso: "Dietro il calciatore c'è sempre una persona. L'autocontrollo si allena, ma se non lo hai preparato prima, in quel momento non ti viene".
Tre casi in due giorni: Bastoni, Maignan, Gatti. Coincidenza o c'è qualcosa di più grande?
"È difficile dare una risposta precisa senza parlare con i diretti interessati. Quello che posso dire da fuori è che c'è un filo: le italiane in Europa non venivano da un buon momento. Quando sei un giocatore di riferimento, capitano o quasi, senti di più quella responsabilità. E quella pressione in più ti può mandare fuori giri".
Quindi non è solo nervosismo da gara pesante per la posta in palio?
"No. Dietro c'è anche un tema di preparazione che è fondamentale. Io lavoro nel calcio e anche in altre discipline. E posso dire, in base alla mia esperienza, che in Italia siamo indietro rispetto ad altre nazioni. La gestione della pressione e delle emozioni non la facciamo partire da dove dovremmo: dal settore giovanile".

Cosa intende?
"Che l'autocontrollo si allena. È mental training, vero. Dovremmo iniziare dai ragazzi tra i 13 e i 15 anni, quando comincia l'agonismo serio. Lavoro in campo e lavoro in aula, teoria e pratica in un contesto protetto. Così puoi arrivare pronto. Maignan non viene dal nostro vivaio, ma Bastoni e Gatti sì. Due su tre, il 66%. Non è poco".
Cosa fa la differenza in quei pochi secondi prima del gesto?
"Succede che l'impulso prende il sopravvento sul comportamento. Lo stimolo diventa risposta automatica. E l'impulso, davanti a una provocazione, è legittimo. Ci mancherebbe. La differenza è che noi, a differenza di un animale, possiamo scegliere. Possiamo fermarci un attimo e prendere un'altra strada. Ma se non lo hai mai allenato, in quel momento non ti viene. Se lo hai allenato, hai già una strada alternativa pronta e la puoi usare anche quando l'emozione sale forte".
I tre gesti però sono diversi. Bastoni cerca il contatto a palla lontana, Maignan colpisce al volto in piena area, Gatti protesta. Cambia qualcosa se è istintivo o provocato?
"Sul piano psicologico, no. Spiegare non è giustificare. La provocazione ad alto livello è parte del gioco. Non siamo all'under 10… A livello professionistico esiste, punto. Può decidere una partita: resti in 11 o in 10, trasformi un momento positivo in negativo. Proprio perché c'è, va allenata. Come le palle inattive: quando si è capito che portavano vantaggio, sono nate figure specialistiche. Stesso ragionamento".

Su Bastoni pesa anche il passato: l'espulsione pesantissima nello spareggio playoff Mondiale. Cosa gli scatta in testa?
"Lui sa bene che può rovinare tutto. Mi auguro solo che abbia metabolizzato quell'episodio di mesi fa. Quella volta non fu una reazione, fu una dinamica di gioco. Se questo gesto fosse una conseguenza di quello, vorrebbe dire che si porta dietro scorie importanti da mesi. E dietro il calciatore c'è sempre una persona. Mi auguro per lui che sia un episodio isolato".
Perché ci cascano anche i più esperti? Maignan è il numero uno della Francia, ha giocato un Mondiale.
"Perché la preparazione mentale non è mai abbastanza. Noi psicologi, gli allenatori sul piano tattico, i preparatori sul piano fisico: cerchiamo di preparare a tutto. Ma è impossibile. Resta la gestione dell'imprevisto. E questo vale per tutti e tre gli ambiti: tecnico, fisico e mentale. Una base più strutturata da giovani aiuterebbe. E poi, ripeto: Bastoni, Gatti e Maignan sono tre figure di rilievo all'interno dei rispettivi gruppi. Questo pure può avere avuto un peso oltre al contesto".

Come si allenano quei cinque secondi che evitano il rosso?
"Con tecniche specifiche. Ce n'è una che si chiama STOP. In breve: riconosci che l'attivazione sta salendo, capisci che è una strada che non devi seguire, prendi un respiro e scegli una strada comportamentale diversa. Non segui lo stimolo. E poi c'è un'altra cosa che aiuta molto: dare un senso a quel momento".
Cosa vuol dire?
"Quando vai in un contesto più grande, più professionale, più teso, sai che ci saranno più provocazioni. Se dai un significato a quel momento, per esempio: l'avversario mi provoca perché è in difficoltà e ne vuole trarre un vantaggio, interrompi il meccanismo. Non segui più solo l'impulso e riesci a scegliere. Ma devi essere pronto per farlo".