Andrea Dossena: “In Italia siamo campioni del mondo di sceneggiate. Pensiamo a fregare, non a giocare”

Che chi arriva a fine carriera con la misura colma, che non ne può più di giornalisti, tifosi, pagelle e gente che ti fa i conti in tasca, paragonando ogni centesimo che guadagni alla prestazione in campo. Per cui, a volte, il ritiro diventa una liberazione. E, poi, invece, c’è chi non può farne a meno, chi senza si sente smarrito, vuoto: “Io dico sempre che sono drogato di adrenalina – ci racconta Andrea Dossena, ex tra le altre di Udinese, Napoli e Liverpool e attuale Mister del Novara in Serie C – e per questo ho scelto di fare l’allenatore, perché è il ruolo che più si avvicina a quello del calciatore, quello in cui sei giudicato tutti i giorni per il tuo lavoro. Non dico che mi mancavano le vostre pagelle (ride, n.d.r.), ma ho bisogno di quella scarica di energia continua che solo i ruoli di calciatori e tecnico possono dare”. Andrea ha avuto un’ottima carriera, culminata con l’esperienza al Liverpool, ma non solo: “La Kop, You’ll Never Walk Alone, campioni come Gerard, Lavezzi, Di Natale, sono questi ricordi che mi spingono a fare questo lavoro. Voglio rivivere quelle emozioni, anche se da un’altra prospettiva”. E allora parliamone di questa nuova prospettiva. Un consiglio: mettetevi comodi, perché in questa intervista non troverete nemmeno una risposta banale o politicamente corretta.
Quindi, Mister, oggi sei sulla panchina del Novara, ma quando hai capito di voler fare l’allenatore?
“Non ti dico da giovanissimo, ma ho cominciato a pensarci già a ventiquattro, venticinque anni. Mi sono detto due cose: devo continuare a giocare il più a lungo possibile e, poi, cercare qualcosa che mi desse le stesse vibrazioni. Io ho bisogno di adrenalina, non posso starne senza. In ruoli come procuratore, direttore sportivo o altri, non sei giudicato tutti i giorni, invece io avevo proprio bisogno di questo. Purtroppo non sono riuscito a giocare molto a lungo per diverse ragioni, ma almeno quando ho smesso sapevo già cosa avrei voluto fare”.
Parliamone di queste ragioni che hanno anticipato il ritiro…
“Essere andato fuori dall’Italia mi ha dato tanto a livello umano, ma mi ha tolto qualcosa a livello di carriera. Non tanto al Liverpool (due stagioni dal 2008 al 2010 n.d.r.), che è stata un’esperienza magnifica, ma piuttosto quando – a trentadue anni – ho deciso di andare al Sunderland e poi – da lì – al Leyton Orient. Anni non facili, sono un po’ uscito dai radar e questo l’ho pagato in termini di visibilità da calciatore, ma ha anche complicato il mio inizio di carriera da allenatore…”.
In che senso?
“Quando smetti, solitamente, il percorso più agevole è cominciare nella società in cui hai chiuso, ma per me quella non era una strada percorribile. Altrimenti, puoi iniziare dalle giovanili, ma in quel caso devi avere i contatti giusti e io li avevo un po’ persi. E comunque, caratterialmente, sempre per tornare al discorso fatto prima, non mi sentivo adatto ad allenare i ragazzi: è un mondo troppo ovattato, io ho bisogno di gente con fame, che magari di giorno lavora e di sera deve portare a casa la pagnotta. Per questo ho iniziato dalla Serie D (prima esperienza nel Crema, stagione 2019/2020 n.d.r.)”.
Hai parlato di settori giovanili ovattati: pensi che i nostri ragazzi siano troppo coccolati?
“Assolutamente no. Come in tutte le situazioni, capita che qualcuno non abbia voglia, ma la maggior parte di questi giovani, che tanto bistrattiamo, si impegna e, anzi, se li sollecitassimo di più, sono convinto che non avrebbero alcun problema a seguirci. Il problema siamo noi. Nella mia carriera da calciatore ho sempre visto vincere chi va più forte, per cui non conosco altra strada che spingere sull’acceleratore. Invece, quando qualcuno si fa male il Presidente si lamenta col Direttore Sportivo, che a sua volta lo fa con il preparatore, che alleggerisce i carichi di lavoro, quindi si va più lenti e, di conseguenza, si perde. Questo è nostro problema del nostro sistema in generale…”.

Quindi, sei d’accordo con gli opinionisti, come Mister Capello ad esempio: le nostre squadre viaggiano a velocità di crociera?
“Mi sembra evidente. Di recente ho visto una statistica sulla velocità media a cui si gioca nei principali campionati europei: noi siamo all’undicesimo posto, ci superano tutti. Qualcosa vorrà dire no? Se vai alla metà degli altri, come pensi di poter vincere?”.
E quali sono le ragioni di questa differenza?
“I carichi di lavoro, ma non solo. Ci sono allenatore come Conte e Gasperini, a cui mi ispiro, che viaggiano a ritmi altissimi, ma poi vengono criticati per gli infortuni. Dobbiamo deciderci: vogliamo squadre intense ma che non si infortunino? E allora dobbiamo cambiare mestiere, non c’è altra strada”.
Hai detto “non solo”: quali sono le altre ragioni?
“Siamo campioni del mondo di sceneggiate. In quello abbiamo da insegnare. Perdiamo un sacco di tempo a rotolarci, a fare gli attori, a provare a fregare il prossimo, invece che concentrarci a giocare. E, poi, usiamo il VAR “da cani” (testuale, n.d.r.). Cioé, ogni volta che si segna dobbiamo stare cinque minuti ad aspettare il verdetto di uno che al monitor torna indietro altri quindici a vedere l’azione. Come possiamo sperare di dare ritmo ad una partita? Ora te la faccio io la domanda: qual è il campionato in cui si viaggia più forte? Bravo, la Premier. Quanto usano il VAR in Premier? Per nulla! Mi sento Marzullo a fare domanda e darmi la risposta, però – mi chiedo – come si fa a non capire che stiamo rovinando il calcio?”.
Tornando al ruolo di allenatore, invece, chi ti ha segnato di più dei tuoi ex mister?
“E’ una domanda difficile, perché io davvero ho provato a “rubacchiare” qualcosa da ognuno, ma se devo fare un solo nome, dico Malesani. L’ho avuto all’inizio della mia carriera al Verona (stagione 2001/2002, n.d.r.) e poi altre due successivamente, ma lì a Verona e mi ha davvero cambiato la carriera. Io ero un ragazzino alle prime armi, ma già pronto ad ascoltare e imparare. E lui mi ha insegnato tantissimo, dal punto di vista tattico, ma anche umano: parliamo di venticinque anni fa, ma lui preparava già le partite come si fa oggi, giocava già dal basso con il portiere che appoggiava al centrale, cose che si sono viste decenni dopo. E, poi, nello spogliatoio comandava lui, se sbagliavi a rispondere eri morto, ti sotterrava a centrocampo. Ho visto certe litigate… (sorride, n.d.r). Eravamo tutti uguali per lui, non c’erano Mutu o Camoranesi che tenessero. Non guardava in faccia nessuno”.
Hai avuto anche il “Profeta” Galeone a Udine (stagione 2006/2007): che ricordi hai di lui?
“Diciamo che a quel tempo aveva già cominciato a delegare. Infatti, ad inizio stagione era arrivato Allegri, che aveva appena vinto il campionato di B con il Sassuolo. Dunque, non si capiva in realtà chi fosse il primo allenatore. Molto era gestito da Allegri in prima persona ma Galeone era geniale: ricordo che una volta giocavamo contro l’Inter di Mancini prima in classifica, che aveva inanellato diciassette vittorie consecutive: ha schierato quattro punte. Sembrava follia, è finita 0-0 (sorride, n.d.r.). A fine partita i giornalisti gli fanno: “Dunque Mister, d’ora in poi sempre quattro punte?”. E lui: “No, basta, non giocheremo più così”. E infatti non ci abbiamo più giocato con quattro attaccanti, solo contro la prima in classifica. Unico”.

E com’era il “primo” Allegri?
“Visto da fuori, mi sembra molto vicino a quello di oggi. La cosa che più mi aveva colpito era la sua capacità di fare la radiografia ai giocatori, li guardava cinque minuti e vedeva già oltre, che poi è una caratteristica che in molti gli invidiano ancora oggi. Io per primo”.
E, tu, come ti definiresti come allenatore?
“In una sola parola, direi “Lavoratore”. Come dicevo in precedenza, non conosco altre strade: per vincere devi andare più forte degli altri. Questo è un qualcosa che ho rubato a Gasperini, che – anche se per poco tempo – ho avuto a Palermo (2013/2014 n.d.r.). Con Zamparini non era facile lavorare, poi lui aveva avuto problemi personali quell’anno, ho la sensazione – e il rammarico – di non aver vissuto veramente il Gasperini di Genova o Bergamo. Tuttavia, quel poco che ho visto, me lo sono goduto e sto cercando di farlo fruttare”.
E’ questo che cerchi di trasmettere ai tuoi ragazzi al Novara, che per altro è tornato in zona play-off?
“Sì, perché sono convinto che non ci siano altre scorciatoie per vincere. A volte si sente parlare di mancanza di leadership, di sfortuna o cose del genere, io non ci credo. Credo solo al lavoro. Chi corre di più, parte già 1-0”.
Che obiettivo ti sei posto quando sei arrivato a Novara e come ti immagini il tuo futuro?
“Non ho mai programmato il futuro, perché – come dicevo prima – voglio essere giudicato per quello che faccio. Firmo contratti annuali e non rinnovo mai prima di fine stagione. Dopo ci sediamo al tavolo e se ci sono le condizioni per proseguire, si va avanti insieme. Io, però, sono ambizioso, ho bisogno di stimoli e voglio sempre crescere. E’ la mia natura, vivo di questo, è la mia droga”.
Qual è l’ingrediente magico che proprio non può mancare ad un allenatore oggi?
“Credo che oggi si debba essere bravi a stimolare e motivare i ragazzi. Ai nostri tempi arrivare a giocare in Serie A era il nostro sogno, ci motivavamo da soli. Oggi non è più così, i ragazzi hanno mille stimoli e dunque devi essere bravo a incuriosirli, tenerli sul pezzo, spingerli oltre”.

Se potessi scegliere, a quale allenamento o a quale riunione tecnica vorresti assistere?
“Ad una di Julio Velasco. Anche se non è calcio, credo che sarebbe molto istruttiva. Ho letto molto sui suoi metodi e, nel motivare, credo sia uno dei migliori. Se, invece, dobbiamo rimanere su allenatori di calcio, allora dico Bielsa. Ce ne sono tanti, da Conte a Gasperini, come dicevo prima, ma di altri magari hai sentito parlare, ti hanno raccontato o conosci qualcuno che è stato allenato da loro, di Bielsa invece ho solo sentito parlare, ma da tutti benissimo. Vorrei conoscerlo e passare ore a parlare di “futebol” con lui, mi incuriosisce molto il suo approccio per nulla convenzionale”.
L’Inghilterra, invece, cosa ti ha lasciato?
“Dal punto di vista tattico, poco, devo dire la verità (sorride, n.d.r.). Ma dal punto di vista dell’intensità, di come si giocano le partite, di andare sempre a mille, tantissimo. Poi mi ha lasciato ricordi indelebili: l’inno You’ll Never Walk Alone e la Kop mi fanno venire ancora i brividi quando ci ripenso. Quando Anfield, nelle serate di Champions, metteva l’abito da sera, era da pelle d’oca. Come “O’ surdato ‘nnammurato cantato da tutto il San Paolo quando si vinceva. Io vivevo, e voglio ancora vivere, di quelle emozioni”.
A proposito di Napoli: tre anni meravigliosi e una Coppa Italia vinta contro la Juve: è più l’orgoglio per quanto fatto o il rammarico per quello che non siete riusciti a vincere?
“Se parli di Scudetto, secondo me non avevamo armi per vincerlo. La Juve aveva altri mezzi: ricordo che Bigon lavorava da novembre per prendere Vidal, a maggio è arrivata la Juve e l’hanno preso loro. Per la situazione in cui eravamo, secondo me, abbiamo fatto il possibile e, forse, siamo andati anche oltre. Diciamo che quel Napoli ha messo le basi per quello attuale, ha consentito poi di prendere Higuain e dopo Osimhen, Lukaku e così via. Senza di noi non sarebbe successo”.
Raccontami la festa per la Coppa Italia…
“Bellissima, perché c’era una grandissima attesa. E anche noi – pur avendo fatto grandi cose in Champions League e campionato – eravamo consapevoli che quella fosse un’occasione unica per portare a Napoli un trofeo con le nostre mani. E quando ce l’abbiamo fatta, è stato meraviglioso. Il primo titolo dall’Era Maradona, una festa incredibile. Siamo arrivati a mezzanotte ci hanno messi su un bus scoperto. Siamo andati in giro per la città fino alle cinque di mattina, quando sono arrivato a casa non vedevo più nulla da quanti fumogeni avevano acceso i tifosi… (ride, n.d.r.)”.
Era il Napoli di Dossena, ma anche di Lavezzi, Cavani e Hamsik: chi era il più forte?
“Tre fenomeni non paragonabili: Hamsik tatticamente era un mostro, era sempre al posto giusto nel momento giusto: un attaccante mascherato da centrocampista. Cavani era un “animale”, non si fermava mai, andava sempre a mille, in partita o in allenamento non c’era differenza. Lavezzi era un fenomeno, ma ti faceva impazzire: io ce l’avevo sulla mia stessa fascia ed era impossibile da prevedere. Aveva la palla e dicevi “Parto”, ma non sapevi mai cosa potesse fare. Leggere Lavezzi era come vincere al Supernalotto. Era in grado di scartarne cinque o sei e tirare in porta, oppure mettertela in profondità quando non te l’aspettavi più. Mi ha fatto davvero impazzire il Pocho (ride, n.d.r.)”.
Lavezzi è il giocatore più forte con il quale tu abbia giocato?
“Uno dei più forti sicuramente, al pari di Cavani, Hamsik, ma anche Di Natale è stato qualcosa da “fuori di testa”. Quello che era capace di fare Totò tecnicamente, non l’ho mai più visto in vita mia. Il più completo, però, era Gerrard: era capace di fare tutto e lo faceva tremendamente bene”.

L’avversario più forte, invece?
“Diciamo che il Cristiano Ronaldo di Manchester mi ha fatto girare la testa parecchio (sorride, n.d.r.)”, ma il più immarcabile era Lennon del Tottenham: era una scheggia, quando partiva non lo prendevi più”.
Mai avuto paura di non “arrivare” e a che punto della carriera hai capito di avercela fatta?
“Non ho mai avuto paura, ma semplicemente perché non ho mai pensato di farcela. E’ stata quella la mia benzina. Poi, l’anno di Udine (2007/2008 n.d.r.) quando a marzo si era interessata la Juve, e poi sono finito al Liverpool, ho realizzato che quello poteva essere davvero il mio mestiere. Prima no. Poi, per me le carriere importanti sono quelle di Maldini, Zanetti e gli altri, però nel mio piccolo, e considerate le mie qualità, mi accontento (ride, n.d.r.)”.
Hai qualche rimpianto che, magari, ti cruccia ancora dopo tanti anni?
“Ti direi di no. Ho fatto la mia onesta carriera, che forse è andata anche oltre quanto mi potessi immaginare. Sono partito da Lodi da solo, da giovanissimo e sono andato a Verona, con mia madre che ogni settimana mi voleva riportare a casa, perché dovevo pensare a studiare. Non ero un fenomeno, ma ho lavorato duro e sono arrivato a giocare in stadi che non mi sarei nemmeno sognato. Mai avrei pensato di arrivare a certi livelli, ma al contempo non avevo un piano B. E, forse, se sono “arrivato”, è proprio per questo”.
Da allenatore, invece, qual è l’obiettivo che ti sei posto ad inizio carriera?
“Mi piacerebbe avere l’opportunità di lottare per vincere, quella è la benzina. Torniamo al concetto di adrenalina, di vivere di emozioni e di entusiasmo. Per ora mi è successo solo a Ravenna, dove abbiamo lottato ad alti livelli, ma era Serie D. Mi piacerebbe mettermi alla prova in categorie importanti, ma per farlo so di dover fare bene qui a Novara e in Serie C, perché il salto da questa categorie alla B è quello più complicato. E, comunque, anche a Novara hanno ambizione: come dicevo prima, a fine stagione parleremo, se ci siamo piaciuti, andremo avanti insieme”.
Hai detto che da giocatore non avevi il piano B: da allenatore, invece?
“Neanche, perché ci credo tantissimo. Essere stato calciatore mi consente di avere una certa tranquillità economica, ho investito nell’immobiliare, in centri Padel, potrei gestire i miei interessi, ma non è quello che voglio. Quello che mi serve per sentirmi vivo, è annusare il profumo dell’erba ogni domenica. E, poi, leggere i giudizi il giorno dopo, ovviamente (sorride, n.d.r.). Anche se, di certo, un allenatore non deve farsi influenzare da fattori esterni…”.