3 Novembre 2021
13:10

Scottie Pippen accusa Michael Jordan per The Last Dance: “Come si è permesso di trattarci così?”

A Scottie Pippen non è affatto piaciuta la serie ‘The Last Dance’, in cui si racconta l’ultimo anno dei Chicago Bulls di Michael Jordan, e non le manda a dire al suo ex compagno: “Abbiamo ricevuto sempre pochi meriti, a prescindere da quanto e cosa vincevamo, ma eravamo gli unici a essere colpevolizzati quando le cose andavano male”.
A cura di Luca Mazzella

Scottie Pippen non ci sta. Le anticipazioni della sua "Unguarded", biografia in uscita il prossimo 10 novembre, promettono scintille. Le pagine svelate in esclusiva da GQ sul libro del numero 33, nella parte relativa a The Last Dance e all'ex compagno di squadra Michael Jordan sono destinate a far discutere a lungo. Si, perché a detta del nativo di Hamburg, Arkansas, il prodotto finale è risultato essere ben diverso dalle sue aspettative e da quelle che la produzione aveva generato non solo in lui, ma in tutti i membri dei gloriosi Chicago Bulls 1997-98. Quelli che, cementati dalle parole di Phil Jackson su un ultimo ballo insieme prima di salutarsi e smembrare il roster, finirono col portare a casa il sesto titolo NBA per sua maestà MJ e i suoi pretoriani. Un gruppo unito in cui ogni giocatore apportò il suo personalissimo contributo per arrivare fino al tiro finale e iconico di MJ a Salt Lake City, ma che il documentario ha sempre tenuto nell'ombra per delineare e inseguire in maniera ossessiva il personaggio-Jordan e alimentare un mito che non ha mai smesso di essere faro dello sport mondiale.

Le parole di Scottie Pippen

Quanto fatto trapelare da GQ su The Last Dance lascia emergere, una volta di più, quanto complessi fossero gli equilibri nello spogliatoio di quella Chicago e quanto la figura totalizzante di Michael Jordan fosse ben lungi dall'essere vista di buon occhio da tutto il resto del gruppo, in primis proprio da Scottie Pippen. Giocatore senza il quale, come ammesso sempre e comunque da Jordan, il 23 non avrebbe portato a casa tutti i successi che lo hanno reso il più Grande giocatore di sempre.

Quando seppi di The Last Dance qualche anno fa non stavo nella pelle. Non vedevo l’ora, mi aspettavo filmati e fatti inediti. Michael in realtà voleva però solo dimostrare alla generazione attuale di appassionati NBA quanto in quel periodo storico fosse un qualcosa di fuori dall’ordinario e comunque un giocatore migliore di LeBron James, che molti considerano del suo stesso livello, se non superiore. Con questo documentario ha quindi presentato la sua personalissima storia, non certo quella di “The Last Dance” come coach Jackson chiamò la nostra ultima stagione del ciclo insieme. Più la serie è andata avanti, più i i riflettori erano sempre e solo sul numero 23. Il secondo episodio iniziava con la mia difficile infanzia e cammino verso la NBA, per poi spostare subito dopo il focus su MJ e sulla sua voglia di vincere. Non ero altro che un suo accessorio.

Mi ha chiamato “il suo miglior compagno di sempre”, ma non sarebbe potuto essere più accondiscendente di così. Ogni episodio era uguale a quello di prima: lui sul piedistallo, i compagni alle spalle, sempre più piccoli, sempre meno importanti: il messaggio era esattamente quello di quando ci definì una volta il suo “supporting cast”. Abbiamo ricevuto sempre pochi meriti, a prescindere da quanto e cosa vincevamo, ma eravamo gli unici a essere colpevolizzati quando le cose andavano male. Michael poteva anche finire tirando 6/24 dal campo e perdendo 5 palloni, ma restava sempre e comunque l’infallibile Jordan. Ho parlato con tanti miei ex compagni del tempo dopo l’uscita del documentario. E tutti ci siamo detti: “Come si è permesso di trattarci in quel modo dopo quello che abbiamo fatto per lui? Michael Jordan non sarebbe mai stato Michael Jordan senza di me, senza Horace Grant, senza Toni Kukoc, John Paxson, Steve Kerr, Dennis Rodman, Bill Cartwright, Ron Harper, BJ Armstrong, Luc Longley, Will Perdue e Bill Wennington

L'eterno malcontento del "Miglior secondo violino di sempre"

Non è la prima volta, a dire il vero, che Scottie Pippen sbotta in maniera così veemente contro MJ. Quello che nell'immaginario collettivo è ormai all'unanimità considerato il miglior "secondo violino" di sempre ha dimostrato in più occasioni di soffrire eccessivamente il suo ruolo eternamente subordinato e strumentale a quello del più glorioso e glorificato compagno. Fino, appunto, alla goccia che sembra aver fatto traboccare definitivamente il vaso, preceduta da quella che assomiglia a una vera e propria dichiarazione di guerra: "Michael aveva assolutamente ragione a dire che arrabbiato" con cui nel libro esordisce appunto parlando di The Last Dance. Da lì in poi, come detto, un fiume in piena. Che a questo punto attende la replica di "His Airness" per proseguire una battaglia mai realmente finita.

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