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Covid 19

La Serie A vuol finire il campionato, il vero problema è il futuro (e il governo non aiuta)

La Federcalcio attende la decisione del Governo sul protocollo per consentire la ripresa degli allenamenti collettivi e del campionato. La Serie A si preoccupa di finire la stagione attuale ma, al netto delle criticità attuali, c’è il rischio che anche la prossima sia in bilico. Non una prospettiva incoraggiante per affrontare (anche) le necessità di un comparto della filiera nazionale che è un’azienda e non più (solo) un gioco.
A cura di Maurizio De Santis
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Preoccuparsi seriamente di cosa accadrà a settembre e, più ancora, se è ipotizzabile l'inizio della prossima stagione calcistica. Non è retorico né populistico pensarlo. È la realtà dei fatti considerati tutti i protagonisti e l'approccio all'intera vicenda trattata finora più di pancia che di cervello, con molto poco buon senso e maggiore interesse di parte. Non una prospettiva incoraggiante per affrontare (anche) le necessità di un comparto della filiera nazionale che genera fatturato (circa 5 miliardi di euro), insiste su un "capitale umano" soggetto a svalutazione, ha un'incidenza sul prodotto interno lordo (0.2% secondo le più recenti rilevazioni), versa nelle casse dello Stato una contribuzione fiscale e previdenziale che negli ultimi dieci anni è cresciuta in maniera esponenziale (11 miliardi e rotti), eroga risorse che finanziano campionati (attraverso la mutualità, i "cadetti" hanno diritto a una fetta della torta dei diritti tv) e altri sport, crea opportunità di investimento e di lavoro.

Aspetto, quest'ultimo, spesso in secondo piano a causa di una visione focalizzata solo sui calciatori "straricchi, straviziati, strapagati" ed esclude una pletora di persone che occupano diversi ruoli e posizioni nella piramide aziendale (dal professionista al magazziniere, dall'addetto stampa agli operatori dell'informazione, dall'impiegato al giovane assunto in uno store, dal ragioniere al personale che si occupa delle pulizie). Ecco perché, al netto della pandemia da coronavirus che ha avuto effetti devastanti sulla vita e sulla salute pubblica anche per colpe della politica e di una valutazione superficiale scandita da "slogan per aperitivi, banale influenza", è il momento di mettere da parte il sensazionalismo degli annunci, la demagogia e dare risposte che indichino una strada e una soluzione opinabile per il futuro, che incoraggino una ripresa e non aggiungano confusione, che pongano le basi per una seria riforma di un sistema imploso al primo "colpo di tosse".

Se la Serie A non ripartirà nelle prossime settimane per le motivazioni e le perplessità attuali (su tutte, la gestione dei casi di positività e l'assunzione di responsabilità delle conseguenze e degli effetti giuridici), in assenza di una cura specifica oppure di un vaccino, perché il campionato dovrebbe riprendere dopo l'estate? Che senso avrebbe tornare in campo senza un piano "concertato"? E che senso ha farlo adesso, in questo modo, spostando sempre un po' più in là nel tempo la decisione, agendo in deroga, senza una strategia "condivisa", procedendo secondo una gradualità (la C si è arresa, i Dilettanti anche, all'appello manca la B) che è accanimento terapeutico e non cura?

L'incontro tra la Federcalcio e l'accolita di saggi (il Comitato tecnico/scientifico) voluta dal premier, Giuseppe Conte, alla quale il Governo ha delegato analisi e sintesi di buona parte delle scelte fatte in piena pandemia ("fase 2" significa che non ne siamo ancora fuori), ha avuto un esito interlocutorio. All'insegna del più classico "le faremo sapere", la piattaforma di esperti ha preso in incarico il protocollo proposto dalla Figc che, citando l'esempio tedesco come più opinabile, s'è detta pronta a qualsiasi azione pur di ricominciare. Meglio sarebbe stato presentarsi con una mappa della situazione, la più fedele possibile alla realtà e non appendere "a posteriori" e a singhiozzo di casi emersi nelle ultime ore. Morale della favola: si è deciso di non decidere, tentennare ancora, passando il dossier al ministro della Salute, Roberto Speranza, che a sua volta – dopo aver valutato il report – relazionerà il Presidente del Consiglio lasciando a lui, a mo' di imperatore nel Colosseo, il diritto "di vita o di morte" dei gladiatori nell'arena.

Tra chiacchiere, tifoserie e distintivi sullo sfondo resta il suo sodale al dicastero dello Sport, Vincenzo Spadafora, che a sostegno della propria posizione cita in Parlamento la reticenza degli ultrà e introduce i comunicati delle Curve nel dibattito politico dopo aver sbandierato la "trasmissione straordinaria del calcio in diretta tv" (pur sapendo che per legge era impossibile, a meno che il Governo di cui fa parte non intervenisse anche in questo caso per decreto sfidando diritti e stracciando contratti), avallato le "partite a porte chiuse" quando la curva dei contagi e dei ricoveri in terapia intensiva aumentava, parlato del mondo del calcio cedendo all'istinto e alla convenienza del proprio bacino elettorale ("ho altro a cui pensare", scrisse su Facebook). Ha fatto tutto fuorché il ministro di riferimento per un "settore industriale" che avrebbe meritato ben altri accenti, tutele e una responsabilità tale da giustificare anche scelte coraggiose, dolorose ma inevitabili se giuste.

Prevenzione, controllo, valutazione tra "asintomatici e positivi", gestione del "rischio calcolato" in base alle deduzioni dell'ente nazionale per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive costituiscono il fondamento del protocollo che ha permesso alla Bundesliga di riprendere prima gli allenamenti – ad aprile, seguendo prescrizioni molto rigide – e poi il campionato (fischio d'inizio il 16 maggio, chiusura entro la fine di giugno). Nel momento in cui il Paese decide di allentare le misure di contenimento e riaprire aziende/attività nel tentativo di ridare impulso all'economia anche un "lavoratore calciatore" può marcare il cartellino in "azienda calcio". È questo il senso della decisione presa dai tedeschi con molto pragmatismo. Che sia giusta o sbagliata, è una scelta ponderata non una patata bollente da passare in mano a qualcun altro. Non è necessariamente una panacea (perché differenti sono le condizioni del Paese) ma è frutto di una visione per il futuro piuttosto che continuare a brancolare nel buio.

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Da venticinque anni nel mondo dell’informazione. Ho iniziato alla vecchia maniera, partendo da zero, in redazioni che erano palestre di vita e di professione. Sono professionista dal 2002. L’esperienza mi ha portato dalla carta stampata fino all’editoria online, e in particolare a Fanpage.it che è sempre stato molto più di un giornale e per il quale lavoro da novembre 2012. È una porta verso una nuova dimensione del racconto giornalistico e della comunicazione: l’ho aperta e ci sono entrato riqualificandomi. Perché nella vita non si smette mai di imparare. Lo sport è la mia area di riferimento dal punto di vista professionale.
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