Andrea Fusco, giornalista Rai, in quel primo mattino italiano di 24 anni fa riesce in una delle telecronache sportive migliori della storia. Ci riesce con 56 secondi di silenzio seguiti da cinque “Vola”, l’unica parola che si poteva davvero pronunciare di fronte a quello a cui stavamo assistendo. Non era solo un Vola! in metafora prettamente sportiva, perché Jury Chechi stava finalmente planando ad ali spiegate verso la vittoria olimpica, ma dentro quella parola c’era una vita, la vita di Jury, gli ostacoli che ha dovuto superare e le speranze di un sogno che era la medaglia d’oro olimpica.

Noi eravamo davanti alla tv, nella notte fra il 28 e il 29 luglio 1996, e abbiamo aspettato che arrivasse l’alba e il mattino per assistere a un volo che non sarebbe più terminato, perché quelle emozioni frastornate dal sonno non si potranno più dimenticare. Non si impara a volare d’istinto o per grazia ricevuta. Quel librarsi nell’aria della gloria ad Atlanta, Jury Chechi lo ha appreso fin dal primo giorno in cui, per seguire la sorella, si è iscritto alla “Palestra Etruria” di Prato, dove ad accoglierlo e ad accompagnarlo verso la ginnastica c‘era il maestro Tiziano Adofetti.

Già l’anno successivo vince la sua prima gara, senza fermarsi più. A fine carriera il mobile è pieno. Quattro ori europei, cinque ori mondiali consecutivi, talmente tanti altri allori (basti pensare che ai Giochi del Mediterraneo del 1991 vince 6 medaglie d’oro) che il mobile quasi si spacca sotto il peso. Tutto a bene vedere però era iniziato già a tre anni, quando fa uno tsukahara per scendere dal letto, e magari anche prima perché se lo chiami così, mitizzando Gagarin, il volare al piccolo lo inietti nelle vene.

Tutti si accorgono che quel ginnasta è bravo e allora da Prato va a Varese nel 1984 e sotto la guida del tecnico Bruno Franceschetti inizia a pensare all’oro olimpico. Nel 1988 a Seul va a fare esperienza. È sesto. Ci sono i tedeschi dell’Est, come Holger Behrendt, che vince l’oro e i sovietici, come il migliore di tutti in quel momento, Dmitri Bilozertchev, oro ex-aequo. Prima di vincere negli anelli bisogna superare le tradizioni, le scuole e le influenze politiche sui giudici. La strada è lunga.

Il 1991 però è l’anno del filotto di vittorie ai Giochi del Mediterraneo e Barcellona 1992 dovrebbe essere il traguardo per il giovane ginnasta in grande ascesa. Un mese prima di gareggiare in Catalogna si rompe il tendine d’Achille. Tutto è sfumato, ma non è finito. Il viaggio verso Atlanta ’96 è accompagnato da un Paese intero, perché sappiamo che la salute di un ginnasta è appesa ad un filo molto più sottile e stronzo di quelli dove sono attaccati gli anelli. La notte di Atlanta è estasi consapevole, forse la sensazione più bella per uno sportivo. L’idea che talento e sacrifici portano al risultato massimo dà una logica gioia.

Dopo Atlanta c’è un primo ritiro. Ma Sydney è così vicina e allora Jury torna ma a due mesi dalla gara olimpica si rompe il tendine del capo lungo del bicipite brachiale sinistro. Un infortunio che per un anellista vuol dire fine dei giochi. Inizia a pensare alla tv, alla politica, al sociale, ma il padre si ammala e fa una promessa: se ti salvi vado ad Atene nel 2004. Per fortuna papà Leo si rimette e una promessa è una promessa. A 35 anni, invece di godersi lo scorrere del tempo come hanno sempre fatto i ginnasti a quell’età, Jury è ancora in pedana in Grecia e vince il bronzo. Ora sì che è in pace con se stesso, le sue promesse e il suo sport.

Deve solo un’altra cosa al padre e a quel marchio di uomo volante che si porta appresso. Anche i suoi figli prendono nomi che fanno ricordare la Russia, Dimitri e Anastasia. Adesso il cerchio si è davvero chiuso.