Andrea Mammoli: “Bodybuilding e salute non vanno insieme. Devi essere disposto a non fare un pasto libero per mesi”

Immagine
Andrea Mammoli è reduce dal 10° posto al Mr Olympia 2026 nella categoria Men’s Classic Physique. L’atleta ha raccontato a Fanpage.it la sua vita da bodybuilder, tra sacrifici e rinunce.

Allenamento quotidiano, dieta che non prevede sgarri, routine rigorosa: la vita di un bodybuilder non è una passeggiata. E benché si lavori col corpo, è la mente a fare la differenza: perché parte tutto da lì. C'è bisogno di tanta disciplina, di rimanere costantemente focalizzati sull'obiettivo, di saper gestire la pressione: quando si arriva ad alti livelli, sono i dettagli a fare la differenza. Partecipare al Mr Olympia, la gara più prestigiosa, significa giocarsi in poche ore la preparazione di un anno intero. Gli atleti portano sul palco una condizione fisica estrema, frutto di grandi sacrifici, di rinunce protratte per mesi. Bisogna mettere in equilibrio predisposizione genetica, preparazione fisica, mindset e non si può più negare l'assunzione di farmaci. Essere nell'Olimpo del settore, infatti, significa anche accettare di correre alcuni rischi, in termini di salute. Andrea Mammoli ha accettato. A Fanpage.it ha raccontato la sua vita da bodybuilder: è arrivato decimo all'Olympia 2026 nella categoria Men's Classic Physique.

Un mese fa a quest'ora eri a Las Vegas per l'Olympia, la gara più prestigiosa per un bodybuilder. Ma prima di arrivare all'Olympia: come ti sei avvicinato al mondo della palestra prima e del bodybuilding poi?
Prima mi sono avvicinato al mondo della palestra e dell'allenamento con i pesi. Il bodybuilding non è solo agonismo ma anche un lifestyle, il culturismo, quindi prendersi cura del proprio corpo, allenarsi, cominciare ad avere un'alimentazione di un certo tipo. Questa fase più amatoriale è nata circa 10-11 anni fa. Avevo 16-17 anni, ho iniziato ad allenarmi nei parchi e in riva al fiume: un signore metteva a disposizione gratuita degli attrezzi fatti col cemento in modo molto rudimentale. Volevo andare in palestra, ma non avevo proprio la disponibilità economica per farlo. Poi vengo da un da un settore un po' diverso, anche familiare: il mondo della musica. Infatti all'inizio non c'è stato tanto supporto su quello che volevo fare, perché era molto distante e diverso da quello cui da cui provenivo. Però in quel contesto ho trovato la mia bolla, mi sentivo a casa: tutti i problemi svanivano, stavo bene. Da lì sono arrivato a toccare livelli che credevo possibili solo come un sogno. Non avrei mai immaginato che realmente sarei riuscito a fare tutto questo.

Nel tempo hai recuperato poi un po' di supporto dalla tua famiglia?
Sì, adesso c'è un bel supporto.

Quello di quest'anno non è stato il tuo primo Olympia. C'eri anche l'anno scorso ma è successa una cosa singolare…
Quando hanno chiamato il mio numero, il famoso 28, io non l'ho sentito, quindi non sono uscito a fare i confronti con gli altri atleti. Nei callout chiamano a gruppi in possibile ordine di posizionamento, quindi i primi gruppi sono quelli che si piazzano prima fino agli agli ultimi gruppi che sono quelli che vengono relegati in fondo. Quando anche all'ultimo callout non sono stato chiamato ho capito che qualcosa non andava. Ho chiesto spiegazioni e mi è stato confermato che il mio numero era stato chiamato, io però non lo avevo sentito e nessuno mi ha richiamato. E quello è stato il problema, perché succede spesso che gli atleti non sentano: lì è tutto così frenetico, c'è talmente tanto caos, talmente tante persone.

Come hai reagito?
Sono morto dentro perché mi sono reso conto che avevo fatto un anno di preparazione per arrivare fin lì e per un secondo la mia gara è nata e morta.

Qual è stata la prima persona che hai chiamato per raccontare l'accaduto?
Sono sceso giù dal palco: c'erano tante persone, c'era la mia ragazza, c'era il mio coach, c'erano dei miei amici. Sono scoppiato a piangere con la mia con la mia ragazza in quel momento. Non è stato facile da metabolizzare, però poi ho capito che niente accade per caso, doveva esserci un motivo se era andata così. E infatti all'Arnold Classic ho avuto la mia rivincita: ho chiuso con un terzo posto in una delle gare più importanti al mondo e ho vinto il Best Poser Award da Arnold Schwarzenegger. Quello è stato il mio riscatto.

Immagine

E tu sei già qualificato anche per l'Olympia dell'anno prossimo…
Esatto, adesso ho praticamente tre qualifiche nel mio curriculum. Quest'anno è tempo di continuare a cavalcare quest'onda, seguire i feedback che mi sono stati dati, lavorare dove serve. Nell'ultimo anno ho veramente dato tutto. A livello di risultati mi ha dato soddisfazioni e ho costruito il mio futuro. Però adesso devo essere intelligente: ascoltarmi, capire quando è giusto fare anche un passo indietro e ricaricarmi, non solo dal punto di vista fisico, ma anche mentale.

Questo è un aspetto importante, perché voi lavorato col vostro corpo, ma c'è tanto anche di mentale. La vita da atleta, da bodybuilder, è una vita rigorosa, molto disciplinata…
Alla fine il corpo segue la mente. Nel professionismo ad alti livelli tutti fanno la dieta, tutti si allenano, tutti hanno la genetica, tutti si preparano. La differenza tra un piazzamento e l'altro la fa proprio chi riesce ad avere quella famosa balance tra disciplina, intelligenza, lungimiranza, capire quando è giusto fare uno step indietro. Tutta una serie di cose che mentalmente non è facile riuscire a gestire.

Questo balance mentale di cui parli si acquisisce o è innato?
C'è chi è più o meno predisposto. Io sono l'esempio di una persona predisposta a livello fisico, ma a livello mentale ero la persona opposta. Un bodybuilding ha costruito quel lato mentale che non avevo mai avuto, mi ha disciplinato. Quando sono diventato professionista lo ero fisicamente, ma mentalmente no. Nel professionismo la genetica non basta: ce l'hanno tutti quelli che arrivano lì. L'imprinting mentale, quel mindset che serviva per scalare nel professionismo e che mi mancava, l'ho costruito negli ultimi 2 anni.

Qual è la routine di un atleta come te, quindi bodybuilder professionista?
Se vuoi vivere di questo, oggi non basta più fare solo le gare. Nel mentre devi curare il tuo business, le tue attività, devi stare dietro a tante cose eppure essere comunque sempre ottimizzato a fare l'atleta ad un certo livello. Quando questo diventa il tuo lavoro, tutta la giornata ruota intorno a quello.

Quante ore passi in palestra?
Quello è un aspetto un po' romanticizzato. I vecchi culturisti di una volta, spendevano veramente tante ore in sala pesi. Attualmente io mi alleno circa cinque volte a settimana per non più di un'ora e mezza o due. Quindi in realtà è tutto quello che fai poi fuori dalla sala, che fa la differenza.

Immagine

So che hai anche una sleep routine molto rigorosa…
Nella preparazione per l'Olympia ho voluto provare a ottimizzare tutto ciò che era ottimizzabile, quindi anche un'estrema cura maniacale del riposo, del sonno. È stata più un esperimento per vedere fino a che punto potevo portare a migliorare il mio fisico. Vivere tutto l'anno con questa estrema puntigliosità, non è necessario. Serve anche avere quella percentuale di perdita del controllo, tornare a essere una persona e umanizzarti. Però soprattutto in fase di preparazione a una gara portare quasi all'estremismo tutti i dettagli può fare la differenza. Quindi diciamo che la vita di un professionista fluttua all'interno dell'anno a seconda se è in preparazione per una gara o meno. Poi certo ci sono sicuramente dei tasselli che devono essere curati durante tutto l'anno, quindi sala pesi e dieta. Ma nel momento in cui sai come mangiare, alla dieta non ci pensi neanche più. Quando io parlo di dieta tanti pensano a una fase di punizione o di restrizione. Per me dieta significa semplicemente sapersi alimentare.

Nel tuo caso però è un'alimentazione sicuramente diversa da una persona normale o comunque non professionista…
Esatto. Ciò che rende estrema la dieta del bodybuiding è la precisione che devi avere, la cura di ogni pasto, di pesare tutto. Devi saper fare la fame. Quando prepari una gara devi essere disposto a non fare un pasto libero per mesi.

Lo sgarro non esiste?
Lo sgarro è soggettivo, però nel professionismo nel 90% dei casi prima di 10-12 settimane non si usa più. Poi c'è la genetica qui: chi è più predisposto a tirarsi facilmente, ad andare in condizione più facilmente, chi se la deve sudare. Nel peggiore dei casi ho visto persone non fare pasti liberi anche per 6, 8, 10 mesi.

Una dieta così restrittiva non incide anche sull'umore?
Questo è uno dei più grandi problemi nelle preparazioni di bodybuilding. Devi essere sempre sul pezzo. Il cibo si sa, è anche una coccola quando c'è qualcosa che non va, è un momento di condivisione. Non è solo appagare le papille gustative. Invece sai che sempre quel petto di pollo ti dovrai mangiare con i broccoli e qualche galletta. Questo alimenta una sensazione di frustrazione e porta anche tante persone a vanificare completamente preparazioni nell'arco di un'ora. Si possono verificare, succede spesso, episodi di binge eating, quindi abbuffate. In quel momento perdi il controllo, ma poi nascono tutta una serie di emozioni concatenate di frustrazione, di isteria, si passa ai digiuni. Su questo argomento si scoperchia veramente un vaso di Pandora.

Immagino che una preparazione come questa richiedaun dispendio economico notevole. Quanto costa prepararsi per l'Olympia?
Varia da atleta da atleta. Si può stare in un range di minimo 2000 euro mensili fino a 20.000 euro mensili.  Ad alti livelli devi crearti un'immagine o dei business che siano diversificabili: con il ritorno delle gare non ci vivi.

Prima parlavi della dell'incidenza che ha il tuo lavoro nella vita sociale. Ti pesa non poter avere una un'attività sociale uguale a quella della dei tuoi coetanei?
Se una persona sa quali scelte fare quando va fuori, non deve privarsi di niente. Il problema è quando sei con persone che ti fanno pesare queste cose. Poi spesso sono proprio gli atleti stessi che si autoisolano e poi pensano di essere emarginati. Pensano che per fare quel tipo di vita si debbano privare di queste cose. La realtà è che nel mio caso, già prima di fare bodybuilding non mi piaceva bere per esempio. Poi certo, ogni tanto un bicchiere di vino lo posso bere se sono fuori dal periodo delle gare. Certo, il vizio settimanale dell'aperitivo non è compatibile con lo stile di vita del bodybuilder. Quindi a me non pesa, non è una rinuncia proprio perché non è mai stata una necessità. Mi pesa di più se devo rinunciare al cibo.

Immagine

Ti sei concesso un guilty pleasure post Olympia?
Ma certo! Il famoso pasto post gara è nella maggior parte dei casi intoccabile, tutti lo fanno. Chi non lo fa è il più delle volte perché ha dei disturbi alimentari ed è convinto che non vada fatto. Spesso non viene fatto per paura di perdere il controllo, insomma sono comunque ansie legate al concetto del cibo. Ma normalmente è una cosa che si fa sempre e anche la colazione del giorno dopo si tiene libera. Poi dipende molto se hai finito la stagione, se hai altre gare in programma. Se ho due o tre settimane tra una gara e l'altra è il mio stesso coach a dirmi di tenere libero anche il weekend, per esempio. L'importante è sapersi gestire.

Non è così scontato gestirsi? Ci sono tanti disturbi alimentari nel bodybuiding?
Sì. Tanti. Ai professionisti, nel momento in cui finiscono le gare, se parli di cibo gli si illuminano gli occhi! Succede solo quando tu sperimenti veramente la fame. Si parla di condizioni di tiraggio estremo. Sul palco la body fat, quindi la massa grassa, deve essere sempre più vicina al minimo sindacabile. A livello sottocutaneo si arriva completamente disidratati. Ho visto atleti perdere degli show che magari avrebbero vinto, solo perché hanno giocato male le ultime ore. Perché quella condizione da gara non è certo mantenibile per qualche giorno: è solo per qualche ora. La pick conditioning la raggiungi negli ultimi minuti prima del palco, non è replicabile.

Quindi alimentazione, palestra, genica ma non solo. Ci sono i farmaci. In una recente intervista anche Arnold Schwarzenegger ha ammesso l'uso di steroidi e testosterone sotto supervisione medica. Soprattutto oggi che sicuramente il bodybuilding è arrivato a un livello estremo, è realistico ottenere naturalmente il fisico di un professionista?
Quando si parla di IFBB Pro League, quindi gli show da professionista che ti portano all'Olympia, no. A quei livelli c'è qualche eccezione, ma che non puoi prendere ad esempio. Tutti li usano.

È legale?
Dal punto di vista dell'uso applicato a quella federazione sì, ma banalmente perché non vengono fatti test. Mancando volutamente un test non stai barando. Moralmente è molto più sporco e vile in quasi tutti gli altri sport, dove tanti li usano.

Non è prerogativa solo del bodybuilding il doping?
No, semplicemente il bodybuilding lo rende palese, perché il lo scopo è estetico e non è prestazionale, quindi tu lo puoi vedere banalmente. Un fighter o un ciclista lo puoi ipotizzare dalla performance, dalla prestazione che diventa via via sempre più poco umana. Ma il bodybuilding, avendo la prestazione estetica, lo vedi che non può essere raggiungibile a livello naturale. E quindi risulta molto più palese. Ma avendo io vissuto questo settore dalle basi fino ai vertici, ti dico che c'è un uso più smodato e fuori controllo nel mondo amatoriale che in quello professionistico.

Immagine

Nel corpo di voi professionisti quanto è genetica, quanto è allenamento e quanto dipende dai farmaci?
È difficile. È un mix di tutte queste cose. Se si parla di confronto tra professionisti e amatoriali metterei sicuramente in primis la genetica, poi il lavoro e dopo le preparazioni. Se parliamo di confronti tra professionisti, genetica e duro lavoro sono pari. Devono essere al 100%. Solo dopo viene la preparazione. Non è la preparazione che ti porta ad arrivare lì.

Il tuo corpo è un corpo sicuramente funzionale per quello che deve fare, esteticamente perfetto per salire sul palco. È un corpo in salute?
La mia risposta è no, se si parla di salute in senso lato. Bodybuilding e salute, ma in generale lo sport agonistico e la salute, non vanno tanto di pari passo: c'è un prezzo da pagare. Il bodybuilding è sicuramente uno di quelli più estremi, se non forse il più estremo. Però nel bodybuilding posso dire che sono comunque un fisico in salute, nei limiti di quello che può essere un fisico in salute nel bodybuilding a questi livelli. Quello che puoi fare è armarti tutti gli strumenti che hai per prevenire e non tanto per curare, però devi essere disposto ad accettare il rischio.

E tu perché l'hai accettato?
L'ho accettato perché per me ne vale la pena. Bisogna sempre mettere tutto sul piatto della bilancia. Nel mio caso io per quello che ho creato, che sto creando e che ho in procinto di creare, vale la pena essermi preso questo rischio.

E quindi qual è il limite in uno sport così estremo e che mette così tanto alla prova il fisico e anche a repentaglio?
È una concezione molto personale. Nel mio caso, mi sono imposto delle regole. Ci sono due cose che potrebbero farmi fermare: se a livello agonistico cominciassi a declinare, se gli strumenti con cui mi monitoro mi dicessero che il rischio sta diventando troppo grande. A quel punto non ci sarà più necessità di spingersi oltre. Io già ho raggiunto molto di più di quanto mi aspettassi e si stanno aprendo ancora altre porte. Per adesso tutto il terreno mi sta dicendo che posso andare avanti, quindi per me in questo momento il limite non c'è. Per adesso ne vale la pena assolutamente anche perché sto creando un movimento, sto ispirando delle persone. La mia vita piace: quando smetti di sopravvivere e inizi a vivere realmente ne vale già la pena. Una delle mie serie preferite, Breaking Bad, ha completamente cambiato il mio punto di vista sulla vita. Mi sono detto: il rischio c'è, o lo accetto o non lo accetto. Non voglio vivere una vita di rimpianti.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views