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Opinioni

Stranger Things non è un classico, ma una fotocopia stanca e cresciuta male come i suoi attori

Stranger Things conclude con la quinta stagione, ma quello che poteva essere un “classico contemporaneo” è solo marketing nostalgico. Tra attori invecchiati, formule ripetute e l’arrivo di IT e Welcome to Derry, la serie Netflix mostra tutti i limiti di chi scambia il tempismo con l’innovazione.
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Dopo i primi quattro episodi, Stranger Things si avvia alla sua conclusione. Mancano altre due uscite alla fine che si concluderà, romanticamente, al 31 dicembre di quest'anno. Per alcuni, Stranger Things sarebbe un classico. Anzi no: un "classico contemporaneo". E già qui dovremmo fermarci, perché quando devi aggiungere aggettivi a "classico" è perché classico non lo è. Ma andiamo con ordine. E anticipo che non ci saranno spoiler, ma possibili delusioni per i fan della serie Netflix.

La verità che nessuno vuole dire

La verità che nessuno vuole dire è che Stranger Things è arrivato al momento giusto sulla piattaforma giusta. Tutto qui. I fratelli Duffer non hanno creato un genere, hanno capito prima di altri che c'era un filone nostalgico da sfruttare. Merito loro? Assolutamente. Ma scambiare il tempismo e lo sfruttamento di una tendenza (o la sua creazione) con l'innovazione, è un errore colossale.

Perché sentiamo parlare di "epoca d'oro delle serie televisive" e di Stranger Things messo in quella categoria. Con Mad Men. Con Breaking Bad. Con Game of Thrones, che però io non inserirei nel pantheon perché soffre della stessa malattia che ha decretato la "fine" di Stranger Things. Ovvero: il mainstream. Serie come Mad Men o Breaking Bad hanno "seriamente" riscritto le regole della narrazione televisiva.  Stranger Things ha fatto un copia-incolla ben riuscito di Stephen King e Spielberg, confezionato per la generazione Netflix.

E funziona, certo. Nessuno lo nega. Ma non possiamo negare che ormai sia fuori tempo massimo e che il suo giochino è auto-sabotato alla quinta stagione da attori che ormai hanno dieci anni in più dei personaggi che interpretano, con stagioni (tipo la quarta!) che sono durate più di un film di Kubrick senza averne un decimo della sostanza. Non possiamo negare che le storyline si sono moltiplicate fino a diventare un pasticcio narrativo che nemmeno Lost al suo peggio.

Il problema vero: è arrivato l'originale

Ma il punto non è nemmeno questo. Il punto è che mentre tutti celebravano Stranger Things come "il" prodotto definitivo sugli anni '80 e sul coming-of-age horror, è successa una cosa: è arrivato l'originale a spazzare via la fotocopia. Andy Muschietti ha fatto quello che i Duffer non hanno mai osato: ha preso IT di Stephen King – il romanzo, non l'idea vaga di "atmosfera kingiana" – e ne ha fatto due film che funzionano davvero. Poi è arrivata Welcome to Derry, che va ancora più a fondo. E lì si vede la differenza tra chi costruisce un mondo e chi assembla riferimenti.

Perché Stranger Things è questo: un assemblaggio. Brillante, patinato, ben fatto. Ma un assemblaggio. Prendi IT, mescola con E.T., aggiungi Alien, spolverata di Dungeons & Dragons, servi caldo su Netflix. Ricetta perfetta per il 2016. Ricetta stantia, annacquata, imbolsita per il 2026.

Una serie fuori tempo massimo

Facciamo un esperimento mentale. Guardate la prima stagione di Stranger Things oggi. Poi guardate IT Capitolo Uno. Poi Welcome to Derry. E ditemi: dov'è l'innovazione? Dov'è quella presunta capacità di "trascendere i riferimenti"?

Non c'è. Perché Stranger Things ha cavalcato un'onda che era già lì. Non l'ha creata, l'ha intercettata. E nel frattempo, mentre tutti applaudivano il "mash-up di generi" e la "qualità dei personaggi", i linguaggi narrativi sono andati avanti. L'horror è evoluto. Il coming-of-age è maturato. Il teen drama ha trovato strade nuove.

E Stranger Things? È rimasto lì, fermo, a ripetere la stessa formula. Quinta stagione che arriva nel 2026 a raccontarci ancora degli anni '80, con protagonisti che ormai potrebbero tranquillamente interpretare i genitori dei loro personaggi.

Gli anni '80 come prodotto, non come genere

Si dice che "con Stranger Things gli anni '80 diventano un genere". No. Con Stranger Things gli anni '80 diventano un prodotto da vendere. C'è una differenza sostanziale.

Un genere nasce da necessità espressive, da urgenze narrative. Il western nasce dalla mitologia della frontiera, il noir dalla corruzione urbana del dopoguerra. Gli "anni '80 di Stranger Things" nascono da uno studio di mercato che ha capito che i millennial hanno nostalgia di un'epoca che metà di loro non ha nemmeno vissuto. E funziona, certo. Ma è marketing, non mitologia.

La stanchezza si vede

Difendere il fatto che gli attori siano ormai adulti che interpretano adolescenti con un "ma è molto anni '80" è patetico. Negli anni '80 era una convenzione accettata perché non c'erano alternative. Nel 2026 è pigrizia produttiva. È tenere in vita una serie oltre la sua data di scadenza perché il brand funziona ancora.

E si vede. Si vede nella quarta stagione dilatata all'inverosimile. Si vede nelle storyline che si moltiplicano perché non sai più cosa farci fare ai personaggi. Si vede nel fatto che l'unica vera evoluzione della serie sia stata "facciamo più horror", che tradotto significa "non sappiamo più dove andare, quindi aggiungiamo sangue".

Il bluff del consenso universale

L'argomento che dovrebbe chiudere ogni discussione è sempre lo stesso: "piace a tutti". Grandi e piccini, nerd e normie. Che tradotto significa: ha un pubblico largo. E allora? Anche Peppa Pig ha un pubblico trasversale, non per questo è un classico dell'animazione.

Stranger Things piace perché è innocuo. Perché puoi guardarlo con i tuoi genitori senza imbarazzo. Perché non rischia mai nulla. Anche quando fa body horror "à la Cronenberg", lo fa in modo addomesticato, digeribile, già pronto per il merchandising.

Un vero classico disturba. Rompe gli schemi. Divide. Stranger Things accarezza, rassicura, ti dà esattamente quello che ti aspetti con un packaging migliore. È comfort food, non alta cucina.

Stranger Things è stata una serie intelligente

Stranger Things è stata una serie intelligente che ha capito il momento. Ha sfruttato bene una nostalgia che era già nell'aria, l'ha confezionata in modo accattivante, l'ha servita sulla piattaforma giusta al momento giusto. Merito enorme dei Duffer, nessuno glielo toglie.

Ma chiamarlo "classico" significa non capire cosa rende qualcosa un classico. I classici resistono al tempo perché dicono qualcosa di nuovo. Stranger Things ripete cose già dette, solo con budget maggiore e marketing perfetto.

E mentre scriviamo saggi sulla "mitologia degli anni '80", il vero Stephen King – quello originale, quello che i Duffer hanno saccheggiato per cinque stagioni – torna sul grande e piccolo schermo a ricordarci qual è la differenza tra l'originale e la fotocopia. Per quanto bella possa essere una fotocopia, resta una fotocopia. Soprattutto quando è stanca, annacquata, imbolsita come i suoi protagonisti ormai ex bambini.

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Gennaro Marco Duello (1983) è un giornalista professionista e scrittore. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa di Napoli. Lavora a Fanpage.it dal 2011. È autore di "Un male purissimo" (Rogiosi, 2022) e "California Milk Bar - La voragine di Secondigliano" (Rogiosi, 2023). "Un desiderio di ieri" (2025) è il suo ultimo romanzo. 
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