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Opinioni

Stranger Things è una serie immortale come Game of Thrones, anche senza la carneficina che tutti si aspettavano

Mentre il pubblico invocava una carneficina in stile Game of Thrones, i fratelli Duffer hanno scelto di proteggere l’anima di Stranger Things. In un finale che riduce al minimo l’azione per dare spazio ai sentimenti, la serie si congeda ricordandoci che la vera battaglia non è mai stata contro i mostri, ma contro il dolore della perdita e la paura di diventare grandi.
A cura di Sara Leombruno
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Era il 15 luglio del 2016 quando siamo entrati per la prima volta a Hawkins e abbiamo conosciuto Mike, Dustin, Lucas e Will. Da allora, quei quattro ragazzini un po’ nerd sono diventati un fenomeno globale, protagonisti di una delle poche opere capaci di sedersi allo stesso tavolo di Game of Thrones nell’Olimpo delle serie più viste della storia. Ma oggi che il sipario cala, molti appaiono delusi: dov’è la carneficina? Dove sono i colpi di scena e le battaglie sanguinolente degne del finale epico su cui i fan avevano sognato e discusso per mesi? La verità è semplice: Undici non è Daenerys Targaryen, che alla fine impazzisce e usa il suo potere per distruggere ogni cosa. Stranger Things non è Game of Thrones. Se davvero vi aspettavate un’uscita di scena scandita da morti e feriti, vi sta sfuggendo ciò che ha reso questa serie immortale.

In un certo senso, i fratelli Duffer hanno scelto la via più difficile: restare fedeli ai loro ragazzi anziché sacrificarli sull’altare delle aspettative dell’audience. Nonostante i demogorgoni, i democani, Vecna e il Mind Flayer, Stranger Things non è mai stata una storia sui mostri, ma sulle persone: la sua vera forza risiede nei legami, nelle fragilità, nell’amore e nell’odio, nel cadere e rialzarsi. Tutte cose visceralmente umane. È proprio per questo che, nell’episodio finale monstre da 2 ore e 08, l’azione tra la Dimensione X e il Sottosopra si esaurisce dopo i primi 60 minuti, tornando al mondo reale e lasciando spazio a un lungo addio introspettivo ai personaggi. Non è un errore di ritmo, è una dichiarazione d’intenti.

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I Duffer ci lasciano un messaggio chiaro: non sono i conflitti a dare peso alla storia, ma il modo in cui chi resta sceglie di conviverci. Lo spiega bene Hopper, quando fa notare a Mike che, dopo l’addio di Undici, si trova davanti a un bivio: vivere nel rimorso o accettare il dolore, scegliendo di esistere al meglio delle sue capacità. Lo spiega meglio ancora Henry Creel, l’antieroe per eccellenza, quando ammette di aver scelto consapevolmente di piegarsi al volere del Mind Flayer, invece di resistergli come gli aveva suggerito l’uomo nella caverna. E lo rimarca anche Will, quando smette di odiarsi per la sua omosessualità, o Lucas, quando continua a tenere la mano di Max ogni giorno durante il coma, certo che prima o poi si sveglierà. E infine Dustin, quando salva Steve da morte certa perché non vuole abbandonarsi all’idea di perdere un altro amico. Sono loro ad averci accompagnati per dieci anni, mettendo a nudo paure e sogni. Sono loro che, in virtù di essi, ci hanno fatto da bussola e da esempio. Lasciarli vivere non è un eccesso di buonismo, ma l’unico destino che avrebbero meritato.

Piegarsi al dolore fino a diventarne un tutt’uno come Vecna, o impedire che ci corrompa, come hanno fatto Undici e i suoi amici? È esattamente questo ciò che il finale di Stranger Things doveva lasciarci, e l'ha fatto nel modo più credibile: chiudendo il racconto nel mondo degli umani, con gli umani, per dimostrarci che la scelta resta sempre e solo nostra. Anche senza i poteri di Undici.

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Nata e cresciuta a Napoli, amo apprendere storie e raccontarle. Ho una Laurea Triennale in Lingue e Letterature Europee e una Magistrale in Editoria e Giornalismo. Ho conseguito il Master in Giornalismo alla IULM di Milano. A Fanpage.it mi occupo di spettacolo. Forse perché vivo sentendomi anch'io su un perenne palcoscenico, ma la mia giudice più severa sono sempre stata io.
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