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Saviano ironizza su Salvini: “Vuole querelarmi ancora, ma non può farlo per una legge che ha voluto lui”

Roberto Saviano commenta l’assoluzione nel processo contro Matteo Salvini: “Un Ministro che trascina un intellettuale in tribunale compie un atto autoritario”. Lo scrittore spiega perché, paradossalmente, proprio le leggi sostenute dal centrodestra impedirebbero ora al leader della Lega di impugnare la sentenza.
A cura di Sara Leombruno
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Dopo l'assoluzione nel processo che lo vedeva contrapposto a Matteo Salvini, Roberto Saviano è tornato a parlare del caso negli studi di Che tempo che fa. La vicenda nasce da una querela sporta nel 2018 dall'allora ministro dell'Interno, che lo aveva chiamato in giudizio per averlo definito "ministro della mala vita", citando la celebre accusa mossa da Gaetano Salvemini a Giovanni Giolitti. La stoccata dello scrittore: "Dice che vuole querelarmi ancora, non può per una legge che ha voluto lui".

La stoccata a Salvini: "Bloccato dalle sue stesse leggi"

Incalzato da Fabio Fazio sulla possibilità di una nuova querela, Saviano ha risposto mettendo in luce un paradosso legislativo che coinvolge direttamente il ministro: "Salvini dice che mi querelerà di nuovo? Non può farlo. Per la legge che lui stesso ha voluto, chi viene assolto in primo grado per reati con pene sotto i tre anni non può essere ri-querelato". Lo scrittore ha poi riflettuto sulla sproporzione di forze tra istituzioni e intellettuali, definendo il ricorso ai tribunali in casi come questo come un segnale pericoloso: "Non è possibile che un ministro porti un giornalista in tribunale, è un atto assolutamente autoritario. Il potere politico ha strumenti enormi, può decidere i questori e orientare gruppi industriali. Questa vittoria ha permesso di difendere la possibilità di criticare radicalmente".

Il paradosso della Riforma Nordio: perché l'assoluzione è blindata

La stoccata di Saviano chiama in causa direttamente l'operato legislativo dell'attuale governo. Il riferimento è alla Legge n. 114 del  2024 (la cosiddetta Riforma Nordio). Secondo le nuove norme, il Pubblico Ministero non può più proporre appello contro le sentenze di assoluzione per i reati a citazione diretta a giudizio. In questa categoria rientrano i delitti puniti con la reclusione non superiore nel massimo a quattro anni, come appunto la diffamazione. In sostanza, l'accusa si trova le mani legate: non può chiedere un secondo grado di giudizio nel merito per ribaltare la sentenza. Resta solo la possibilità del ricorso in Cassazione, che però è limitato a vizi di legittimità e non può riesaminare le prove. È questo lo "scudo" a cui si riferisce lo scrittore: una norma voluta dalla maggioranza per snellire i processi che, in questo caso, finisce per proteggere l'intellettuale.

Il processo per diffamazione: dal 2018 all'assoluzione

La vicenda giudiziaria affonda le radici nel 2018, quando Matteo Salvini, all'epoca ministro dell'Interno, querelò Saviano per un video pubblicato sui social. In quel filmato lo scrittore definiva il leader della Lega "ministro della mala vita", riprendendo la storica definizione che Gaetano Salvemini utilizzò agli inizi del ‘900 per attaccare Giovanni Giolitti. Il leader della Lega chiese un risarcimento danni sostenendo che l'espressione fosse lesiva della sua onorabilità. Di contro, la difesa dello scrittore ha sempre sostenuto che si trattasse di diritto di critica politica, esercitata attraverso un richiamo storico per denunciare l'assenza di interventi efficaci contro la criminalità organizzata al Sud. Dopo anni di udienze, il Tribunale ha assolto l'autore di Gomorra perché "il fatto non costituisce reato", riconoscendo che le parole dello scrittore rientravano nel perimetro della critica.

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