L'episodio che ha visto protagonista Caterina Balivo a La Volta Buona, con il rapido passaggio dalle anticipazioni su Sanremo all'esultanza per l'abolizione del bollo auto guidata dal governo, ha acceso i riflettori sul rapporto tra televisione e consenso. Quando su queste pagine abbiamo parlato di "propaganda involontaria", la reazione si è divisa tra indignazione e derisione: tra coloro che l'hanno considerato momento emblematico della televisione generalista e chi ha contestato l'uso di un termine così "pesante" per un momento di intrattenimento leggero. Ma è proprio in questa spaccatura che risiede il cuore della questione.
La propaganda non funziona per imposizione, si muove nell'ambiguità e scivola nei palinsesti pomeridiani come un coltello nel burro.
La televisione generalista, in questo caso quella pubblica, si conferma a dispetto del tempo che passa uno dei principali strumenti di soft power: non ha bisogno di urlare per persuadere, ma plasma l'immaginario collettivo orientando le opinioni attraverso lo scorrere quotidiano dei palinsesti.
È un esercizio di potere che risulta ancora più efficace quando lo spettatore è disarmato, impreparato, quando cucina, se è a un attimo da una pennica o semplicemente quando cerca un po' di compagnia.
I voti e gli orientamenti culturali non si spostano soltanto nei tribunali politici di prima serata, ma soprattutto in quel territorio apparentemente innocuo dove all'informazione non viene richiesta la rigidità di un talk show. Posto che anche i talk show, spesso, si abbandonano a pericolose commistioni con spazi che con l'informazione hanno poco a che vedere.
Nel contesto attuale, in cui la Rai è determinata da una dirigenza che punta con prepotenza a ridefinire valori culturali e riferimenti, la responsabilità del daytime diventa sistemica. Sarebbe sciocco, quindi, pensare che si stia puntando il dito solo contro Caterina Balivo, semplicemente la conduttrice del pomeriggio con quello scivolone involontario assurge a paradigma di una responsabilità che è uguale se non superiore a quella di un qualsiasi spazio eletto all'informazione.
Non è guardando Bruno Vespa, Porro o Gruber che il nostro modo di vedere le cose si plasma, perché in quei luoghi il più delle volte cerchiamo certezze. È invece nelle fasce in cui siamo con la testa abbassata, magari tra un piatto e l'altro, tra un saluto e una polemica.
Riconoscere questi meccanismi non significa drammatizzare il singolo episodio, ma sviluppare una consapevolezza critica come spettatori. La televisione che fa compagnia è anche la televisione che costruisce il consenso: comprenderlo è il primo passo per non fruirne in modo totalmente passivo.